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Recensione Sebastiano Vassalli

Sebastiano Vassalli

Marco e Mattio

Il male e il bene
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“L’unica cosa che il tempo non è riuscito a far sparire del tutto, nel caso di Mattio come in quello di Gesù di Nazateh, è una traccia che gli uomini – non tutti, fortunatamente, ma nemmeno pochi! – si lasciano dietro come le lumache si lasciano la bava, e che è il loro segno più tenace e incancellabile. Una traccia di parole, cioè di niente. Gli edifici crollano e vengono ricostruiti, le città muoiono, le montagne sprofondano: solamente la parola, di tanto in tanto, riesce a darci un’illusione d’immortalità che contrasta con tutto ciò che vediamo e conosciamo, e con la nostra stessa ragione. Come scrivere sull’acqua, o scolpire il vento…”



La storia siamo noi, con l’esistenza che conduciamo ogni giorno, con i nostri piccoli fatti, le nostre convinzioni, i nostri sentimenti.
Nei libri di Sebastiano Vassalli non si racconta mai dei grandi personaggi, che magare pure sono presenti come sfondo del palcoscenico della rappresentazione. Sono i piccoli uomini, gli umili, gli ignoti che vengono alla ribalta, ombre spesso confuse ma che riescono a delineare perfettamente il percorso dell’umanità. E’ così in Cuore di pietra, in Le due chiese, perfino in quel romanzo così angosciante che è La chimera.
La stessa cosa avviene in Marco e Mattio, una vicenda per certi aspetti surreale, ma che fa emergere dall’oblio le miserie di un’epoca, fatta di fame per la povera gente e di lusso, ostentato, per i ricchi borghesi e per i nobili.
Vassalli narra di Mattio Lovat da Casal di Zoldo, un povero ciabattino sofferente di pellagra e che nelle sue farneticazioni, provocate dalla malattia, si illude che, immolandosi come Gesù Cristo, salverà il mondo. Non riuscirà a perire sulla croce, ma se ne andrà in silenzio, rifiutando il cibo, nel manicomio di Venezia, diventando uno dei primi casi clinici della psichiatria moderna.
Ci si domanda, e il quesito se lo pone anche l’autore, se Mattio Lovat abbia raggiunto il suo scopo. Si potrebbe rispondere che fose sì e forse no, e cioè che la caduta di Napoleone, visto dai cattolici intransigenti come l’Anticristo, avvenne pochi anni dopo la scomparsa dell’aspirante salvatore dell’umanità. Forse è una coincidenza, o forse esistono forze a noi sconosciute con le quali anche un uomo, che di certo non avrebbe potuto, per la sua posizione, cambiare lo stato delle cose, può la dove sembrerebbe impossibile.
Comunque, questa verifica di riscontri fra finalità e accadimenti non costituisce l’argomento di questo stupendo romanzo, ma, e lo ripeto, come in tutte le opere di Vassalli, è il far emergere dal buio dell’oblio chi, inconsapevole, ha lasciato un segno nel percorso storico.
Queste valli zoldane, povere, vessate prima dalla Serenissima, poi dalle truppe napoleoniche, e infine dagli imperiali austriaci, erano popolate da una torma di affamati, spesso pellagrosi, visto che l’unico alimento era la polenta. Si ribellarono, marciarono su Belluno, covo degli inetti nobili opressori, strapparono promesse di abolizione di tasse, ritornarono alle loro miserevoli dimore, scornati e delusi. Eppure, almeno con la rivoluzione francese e il Napoleone invasore erano sorte speranze, che si rivelarono illusioni, e in una serie di sconvolgimenti finì per ritornare tutto come prima, in una società classista che esigeva la poresenza dei poveri per consentire ai ricchi di perpetuare la loro esistenza di ladrocini.
Come sempre la ricerca storica di Vassalli è esemplare e non si basa solo sul fatto, ma spesso sui particolari, come usanze, modi di vestire, perfino proverbi in voga all’epoca, che abbraccia un arco di tempo che da dalla seconda metà del XVIII secolo al primo decennio del successivo (del resto Mattio Lovat nacque il 12 settembre 1761 e morì l’8 aprile 1806).
Con una scrittura apparentemente semplice Vassalli ci conduce per mano nella vita di quegli anni, che scorre davanti a noi come la proiezione di una pellicola cinematografica; la resa dell’ambiente è perfetta e l’atmosfera addirittura palpabile, in una trama talmente avvicente che tiene incollato il lettore al libro, desideroso di sapere come andrà a finire, una partecipazione che non viene mai meno anche quando il narratore si lascia andare a qualche riflessione, come una voce fuori campo che si pone e pone delle domande; altre volte invece c’una pausa di constatazione, per esprimere un punto di vista, quasi un tentativo di dialogo con il lettore e con l’effetto di far riposare un po’ dalla tensione della trama, un prender fiato che prelude poi a grosse novità.
Fino ad adesso ho parlato di Mattio, ma il titolo è Marco e Mattio.
Chi è Marco? E’ il Don Marco tedesco che sta in convalescenza nella parrocchia di Mattio e che gli insegna a conoscere le bellezze della volta celeste, oppure è l’avvocato Marco Sturz tenutario di una casa da gioco in Venezia e anche legale, patrocinatore, in apparenza, delle giuste richieste degli zoldani?
Marco è una leggenda, è l’immortale, già conosciuto nei tempi con i nomi di Assuero, Cartafilo, e altri ancora, insomma il Diavolo. Compare poco nel romanzo, ma ha una funzione determinante, perché si contrappone al pazzo Mattio, come il male si contrappone al bene; però è anche colui che insegna che la realtà umana è troppo ristretta e con una vita che può nauseare il miglior rimedio è conoscere una realtà al di fuori degli uomini, che può essere un cielo stellato, una natura maestosa e brulicante, in cui perdersi con il pensiero, in cui elevarsi dalla mediocrità, tuttavia attoniti per la grandezza smisurata dell’universo.
E’ il sogno del razionale che cerca risposte sapendo di non poterle trovare, mentre in Mattio la risposta, unica, inossidabile, è solo la fede.
Marco e Mattio è un romanzo di una bellezza straordinaria, un altro capolavoro di Sebastiano Vassalli.

Di Renzo.Montagnoli

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