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Recensione Santalucia M. Teresa Scibona

Santalucia M. Teresa Scibona

Codice interiore

La fede in versi
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La poesia religiosa, tipica del cristianesimo, è un genere che ha lontane origini, tanto che si può dire con certezza che nasca con il Cantico delle creature di Francesco d’Assisi (1182 – 1226) e che poi tragga nuova linfa con il Laudario di Jacopone da Todi (1233 – 1306). Altre epoche, si potrà obiettare, ma se ha un senso ben preciso nella storia della religione cristiana il fatto che sia esistito un monaco come San Francesco che, predicando la povertà, intendeva richiamare la Chiesa ai valori fondanti della stessa, successivamente chi scrive di poesia religiosa lo fa quasi sempre non per protesta o monito, ma per provare che la fede, quando forte e sincera, trova ampi sbocchi nell’arte, senza con questo pervenire a discussioni teologiche, ma unicamente volta alla gloria di Dio. E non è che il genere escluda gli altri, tant’è che ebbero a scrivere composizioni religiose anche poeti come Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Mario Luzi e altri contemporanei di eccellente livello che qui per brevità tralascio di elencare.
Perché questa mia introduzione, questo cappello che può anche far sorridere? La risposta è nel fatto che per i motivi più diversi anche autori assai meno noti, e includo fra questi pure il sottoscritto, hanno scritto e scrivono, sia pure occasionalmente, poesie di carattere religioso, perché il discorso con il trascendente non è e non può essere solo rigorosamente intimo, e la religione, se anche è una convinzione individuale, diventa pur sempre un fatto sociale, così che il proselitismo assume le caratteristiche di una partecipazione volta a un rafforzamento collettivo del nostro credo.
In una poetessa quanto mai versatile come Maria Teresa Santalucia Scibona, che fra l’altro nelle sue sofferenze fisiche trova motivo per rinsaldare la sua fede, non potevano quindi mancare liriche religiose e la prova si trova in questa silloge da poco uscita per i tipi dell’editore Cantagalli di Siena.
Già il titolo, Codice interiore, evoca immagini di antichi amanuensi intenti nelle celle dei monasteri a trascrivere i quattro Vangeli, il che richiama il profumo sublimante di una fede astratta dalla realtà contingente, ma Codice interiore può significare anche un’indelebile norma, frutto di convinzioni, che guida la vita e che perfino in forza della fede ne accetta il suo corso come una prova dell’esistenza di un’entità suprema che lo determina, fra gioie e dolori, fra silenzi e rumori. Non è però rassegnazione al proprio destino, non è accettazione delle proprie sofferenze come un ordine a cui non è possibile opporsi, anzi dalle stesse, da quel dolore si trae la forza per vivere perché sono la prova che nulla è lasciato al caso e che in un disegno superiore esse sono al contempo stimolo e attenzione di un Dio non bizzoso, non con la barba, ma che più ama questi suoi figli meno fortunati.
E allora perché non cantare la gloria del Signore?
….
E negli incerti passi che tentiamo
sei come un padre che gioca
e si nasconde al figlioletto
che mal si regge in piedi.
……..
……..

Illumina Signore
un raggio siderale che indichi
la via del Paradiso perduto.

Le poesie contenute in questa silloge riflettono inequivocabilmente una fede superiore a ogni dogma; non si tratta di credere sussistendo il dubbio, ma nel dubbio di credere, perché se non fosse così nulla sarebbe e nulla saremmo.
Certo che per leggere e apprezzare questi versi è necessario, anzi indispensabile non essere degli agnostici, perché perfino un ateo, nella negazione, che è pure fede all’incontrario, potrà illuminarsi di parole e di concetti che sono di una vitale spiritualità, un’aspirazione all’Assoluto che non può lasciare indifferenti.
E non si tratta di teologia, quella è altra cosa, qui più semplicemente, ma anche più solennemente è una sublimazione della propria anima.
Leggete Codice interiore: sarà un’esperienza unica e indimenticabile.

Di Renzo.Montagnoli

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