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Recensione Roberto Rossi Precerutti

Roberto Rossi Precerutti

La legge delle nubi (Crocetti editore, MI 2012)



Chi sa, probabilmente l’albero genealogico di famiglia influenza anch’esso gli orientamenti e le caratteristiche di un linguaggio poetico. La poesia di Roberto Rossi Precerutti sembra dare ragione a questa ipotesi. Anche il nuovo libro “La Legge Delle Nubi” editore Crocetti, che, da qualche settimana o poco più, è in tutte le librerie al prezzo di 15 €. È vero, il terreno della poesia è terreno di confine, oltre l’orizzonte visivo, e vive di visioni ed allucinazioni, di sottrazioni ed addizioni, di posizioni ed opposizioni, in una dialettica continua che la meccanica cerebrale rende possibile miscelando in maniera magistrale raziocinio e sogno, struttura di sostegno e fantasmi visionari. Di sicuro, dopo la lettura di questo libro, resta una sensazione di forte indeterminatezza, di arrendevole fuggevolezza, di toccata e fuga per dirla in termini musicali. La matrice di siffatta poesia non ha certamente connotati popolari. Ma cerchiamo, almeno noi, di stare con i piedi, e non solo, ben piantati nel libro, scacciando le sensazioni e valutando, per quanto possibile in poesia, la sua dinamica interna. Iniziamo dal titolo:due sostantivi sono dominanti e danno designazioni antitetiche. “Legge” che circoscrive, regola, codifica; “Nube” che copre, oscura, confonde. In realtà, il libro prende il titolo dall’ultima sezione. Essa è enunciata da un pensiero sulla morte di Luigi Pirandello in “Uno, nessuno e centomila”: Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me ma in ogni cosa fuori.
Ascoltate quanto scrive Precerutti nella prima prosa poetica di questa sezione: Fin dai primi anni, mi fu chiaro che il dovermi sacrificare-la morte delle cose, in me e fuori, e la saggezza del desiderio-perché ne venisse frutto, o si abbozzasse almeno una grazia fragile negli interstizi del tempo che trascina a un nessundove, sarebbe stato rifiutare al mondo i vocaboli della vicinanza, la lingua inferma del miracolo. Si ripeteva la luce dove niente s’indora, sopraggiungeva un’era di coscienza povera e colori puri. Perciò credetti di rinascere nella molteplicità, credetti di amare.
A me sembra una dichiarazione poetica: rifiuto dei vocaboli della lingua miracolosa ma inferma che potevano dare vicinanza al mondo, ma incapace di produrre illuminazioni autentiche e accettazione dell’amore come rinascita nella molteplicità.
In un altro passo: Alla perdizione dell’autobiografismo offro, pura verbale resistenza, il catalogo di stazioni di recite incompiute e tenuità di senso, dove fu bello e necessario barattare la mediocre fibra del sogno con supplenze d’ardore consegnate a nervi assopiti.
In altre parole il poeta come resistenza formale, ripeto, formale, al lirismo autobiografico, offre un catalogo d’arte in cui la rappresentazione c’è ma a rate e con finale sospeso e le storie cui fanno capo sono prive di agganci davvero visibili. Ciò avviene scambiando il sogno ad occhi aperti, ormai per lui logoro, con supplenze di ardori offerti a nervi poco reattivi. È la parola che si distanzia dalle cose, ben raffreddata dai suoi impulsi primari, passata attraverso l’alambicco di un extraterrestre, depurata della sua designazione e prestata al lenimento delle lacerazioni individuali in una meccanica riflessiva che abbia un suo schema ben preciso. Ma non è consolazione…..Pesa sulla ingiallita rispettabilità dei giorni l’ingombro di un agire inconsistente. Tutto ciò che è scrivere mi mette addosso sdegno e vergogna. Aggiunge il poeta.
E qui mi pare di cogliere il punto dolente di questa poetica: la parola che nella sua asetticità dà il senso dell’inconsistenza del vivere, mostra, per altre vie, tutta la drammaticità interna ad essa, tutta la sua insufficienza. Di qui la legge delle nubi, la necessità di realizzare un codice di accesso nei rapporti fatto di continui scarti e di poche tracce memoriali come riferimento di vita possibile. Vita grigia quindi. D’altronde il clima del libro è già descritto all’inizio dal 28°, 29° e 30° verso del canto XXVII del Paradiso di Dante: Di quel color che per lo sole avverso/nube dipigne da sera e da mane,/vid’io allora tutto’l ciel cosperso. Ma andiamo alla prima sezione: “Un sogno di Lorenzo Lotto”. La sezione si apre con un passo tratto dalla “Rivelazione di Lorenzo Lotto” di Anna Banti. Recita così: È difficile discriminare se più nuoccia alla fama di un artista essere dimenticato che mal conosciuto: e vien voglia di decidere che se un grande spirito potesse scegliere, preferirebbe il
Silenzio alle mezze parole.
Perché questa citazione? Di prim’acchito viene da pensare ad una sorta di solidarietà tra la figura del poeta del Novecento ed il pittore del ‘500 (entrambi mal compresi). Ma sembra che non sia così ed allora? Non può essere una pagina meramente ornamentale realizzata solo per completare il sedicesimo di stampa.
C’è quella frase finale, se un grande spirito potesse scegliere, preferirebbe il Silenzio alle mezze parole. Vuoi vedere che anche il nostro poeta è stato colpito dalla stessa frase? Vuoi vedere che quel “Silenzio” entra anche esso, potendo scegliere, nella sua poetica?
In questa sezione, Roberto Rossi Precerutti cerca in Lorenzo Lotto una sorta di alter ego, uno specchio da cui la parola possa sgorgare in frange continue di rimbalzi d’eco. È un biunivoco attraversamento ed anche una richiesta d’aiuto: una maniera di sottrarre la parola poetica al rischio di restare sospesa a metà guado. Sono brevi scritti che ridipingono 45 opere di Lorenzo Lotto. Il risultato è una trasposizione nel surreale di un pittore del ‘500. Una sorta di ricostruzione della realtà pittorica di verisimiglianza cinquecentesca in una verisimiglianza novecentesca, assai vicina al mondo nebulizzato costruito dalla poesia del nostro poeta. Un esempio per tutti: guardate come Precerutti descrive Il Ritratto di coniugi : Dietro, una tempesta figurata-quale lampada non caduta prolungherà lo scambio dei corpi scomparsi, l’acqua degli occhi colpita dalla calce della morte? Non si sveglia nel pozzo prosciugato della veglia ciò che s’incamminava, che era febbrile e copriva lo spregio d’un altro cielo, non fosse per raffigurata fedeltà una musica profonda a inondare la finestra crollata sopra fronti felici.
Guardate la descrizione che ne fa Wikipedia: Marito e moglie sono raffigurati a mezza figura nella propria abitazione, in un'inquadratura dallo sviluppo prevalentemente orizzontale. Vari dettagli testimoniano il loro alto status sociale, tra cui l'esotico tappeto anatolico che copre il tavolo e l'abbigliamento di ciascuno, ben in linea con la moda del tempo. I coniugi sono ritratti in un gesto di affettuosa intimità, legato dal contatto gestuale grazie alla mano della donna poggiata sulla spalla del marito. La donna tiene tra le braccia un cagnolino, tipico simbolo di fedeltà coniugale, e indossa alcuni gioielli, nonché una cuffia "a ciambella" (capigliara) riccamente ricamata, allora molto in voga a giudicare dagli altri ritratti bergamaschi del Lotto, come quello di Lucina Brembati. Lo sfondo è scuro, con un tendaggio verde vicino alla moglie e un paesaggio ventoso che si intravede da una finestra alle spalle del marito.L'uomo indica uno scoiattolo addormentato e tiene in mano un cartiglio in cui si legge "Homo Nunquam" (L'uomo mai).
La seconda e la quarta sezione hanno come titolo rispettivamente “Una città invisibile” e “Non viene l’alba”. Entrambe sono costituite da sonetti che è la forma connaturata alla sensibilità di Precerutti, se è vero come lo è, che i ricordi miei più antichi di questo poeta (1982) mi portano al sonetto.
Anche qui, come in tutto il libro, c’è l’atmosfera del velo dove la luce quando appare è un miracolo. Non a caso “Una città invisibile” prende spunto dai versi di Nino Oxilia che fa da introduzione: Tutto era buio –Ma/ (………)dalla nebbia; (…)/un tetto, una rotaia /uno sfioccar leggero,/un lumeggio metallico, divino/che avvolgeva Torino/di mistero.- Fuoriesce dai versi di questa sezione una Torino che galleggia in un’atmosfera d’attesa, che sembra offrirsi al lettore a mostrare una sua sentenza ( che in genere è un miracolo ingannevole) . È il ritratto d’anima del poeta che attende un presagio. Ecco una parola che nella poesia di Precerutti compare spesso. Un’altra è collasso o strema.
”Non viene l’alba”, a sua volta, piglia slancio da alcuni versi di Vladislav Chodasevič: Non gli agguati della lonza/ mi braccano da Parigi. /Non c’è Virgilio alle mie spalle: /ma solitudine – riflessa/ entro uno specchio veritiero. Ed ecco l’endocarpo del frutto poetico di Precerutti: la solitudine: La poesia di questa sezione, pur luccicante di metafore e suoni, lascia il cuore in ambasce. Una struggente malinconia da “amore lontano” cala sul lettore e ne cattura l’anima e l’attenzione.
C’è una seconda sezione, “Le stanze della poesia”. È composta da quattro componimenti in prosa poetica. Il padrino di questi componimenti è il poeta russo Osip Mandel’Stam che li introduce con queste parole: ….Parlo a nome di tutti,/ e con tale vigore che si muti la volta/ del palato in volta celeste; che le labbra/ si screpolino come argilla rosa.
La forza della parola che ride sulla pagina bianca, dice Precerutti nella prima prosa, distoglie da vasi oscuri, trasfigura la pietra sorvegliata dall’idea ancora innominabile.
Per la verità, c’è poco da ridere perché ciò che queste parole non dicono, lo riportano in frantumi d’anima dando fiamma all’immaginazione. Ecco la forza di questa poesia.
Voglio chiudere con l’impressione che ho provato alla prima lettura. Per confermarla anche dopo una rilettura attenta.
Il verso è di una pulizia straordinaria che lo rende leggero e fuori dalle cose terrene. C’è tanta atmosfera transalpina nelle figure e nella struttura di questa poesia. Sia nei versi che nella prosa. Le metafore poi annotano l’amore di Precerutti per autori come Rimbaud e Verlaine e la familiarità della loro compagnia ma anche le atmosfere della poesia trovadorica. Sono autori questi che mi pare siano molto presenti nella sala d’attesa della sua officina poetica. È una poesia che entra in Europa speriamo senza spread eccessivo.
Salvatore Violante

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