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Recensione Dashiell Hammett

Dashiell Hammett

La città degli incubi

le prime pagine
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La città degli incubi

Una Ford, imbiancata dal deserto al punto di confondersi con i mulinelli di sabbia che l'avvolgevano, scendeva a tutta velocità, rapida e imprevedibile come la polvere che trascinava con sé, lungo la Main Street di Izzard.
Una donna minuta, sui vent'anni, vestita di flanella grigia, uscì proprio in quell'istante sulla strada, evitando di un soffio l'auto impazzita solo grazie alla prontezza con cui riuscì a fare un balzo all'indietro. Si girò a osservare la vettura, gli occhi scuri fiammeggianti d'ira, e si morse con stizza il labbro inferiore mostrando una fila di denti candidi, dopo di che si avventurò nuovamente sulla via. Quando si trovava quasi sul lato opposto, l'auto sterzò di nuovo bruscamente verso di lei, anche se questa volta a velocità minore. La ragazza riuscì a mettersi in salvo guadagnando di corsa gli ultimi metri che la separavano dal marciapiede.
Dal veicolo ancora in movimento uscì a fatica un uomo che, incespicando e scivolando, riuscì a mantenersi miracolosamente in piedi fino a fermarsi abbracciando un palo di ferro. Era un tizio alto e robusto, in un completo kaki scolorito, con gli occhi grigi iniettati di sangue e i vestiti coperti di uno spesso strato di polvere. Stringendo in una mano un grosso bastone da passeggio nero, con l'altra si affrettò a togliersi il cappello, per poi chinarsi con esasperata lentezza di fronte alla ragazza visibilmente irritata.
Completato l'inchino, gettò con noncuranza il cappello in mezzo alla strada e, attraverso la maschera di sporcizia che lo ricopriva, atteggiò il viso a un sorriso beffardo che accentuò ulteriormente la linea massiccia della sua mascella sporca e ruvida di barba.
"La prego di scusarmi" disse. "Ci mancava poco che non la stendessi. Questa carretta è decisamente inaffidabile. L'ho presa in prestito da un comesichiama, un ingegnere. Mai prendere auto in prestito da un ingegnere. È gente inaffidabile."
La ragazza guardò nella sua direzione come se in quell'esatto punto non vi fosse assolutamente nulla, dopo di che gli girò le spalle e proseguì con aria determinata per la sua strada.
L'uomo la fissò con un'espressione di stolida sorpresa fino a che non la vide scomparire dentro a un portone a metà dell'isolato. Poi si grattò la testa, scrollò le spalle e diede un occhiata di là dalla strada, nel punto in cui l'auto si era schiantata contro il muro di mattoni rossi della banca di Izzard e adesso se ne stava sussultante in un gran rumore di ferraglia, come in preda al panico di ritrovarsi di colpo priva di conducente.
"Figlia di..." esclamò.
Improvvisamente sentì una mano che gli si stringeva intorno al braccio. Si girò e, sebbene fosse alto un buon metro e ottanta, fu costretto a sollevare lo sguardo per incontrare quello del gigante che lo tratteneva.
"Facciamo due passi" gli disse il colosso.
L'uomo nel completo kaki scolorito scrutò l'altro dalla punta della ampie scarpe alla tesa ripiegata del suo cappello nero, con gli occhi arrossati pieni di genuina e spontanea ammirazione. Il suo interlocutore era alto almeno un metro e novanta e aveva due gambe come pilastri che reggevano un torso gigantesco, coronato da un paio di spalle larghe e spioventi, che sembravano tirate giù dal loro stesso peso. Era un uomo intorno ai quarantacinque anni, dalla faccia grossolana e flemmatica e dagli occhi piccoli e scintillanti, circondati da un reticolo di rughe sulla pelle abbronzata - la faccia di un uomo senza troppi scrupoli.
"Dio, quanto sei grosso" esclamò l'uomo in kaki dopo avergli dato una buona occhiata da capo a piedi; poi lo sguardo gli si illuminò: "Dai, facciamo la lotta. Scommetto dieci dollari contro quindici che riesco a buttarti giù. Forza, fatti sotto!"
Il gigante ridacchiò dal fondo del suo petto possente, agguantò l'uomo per la collottola con una mano, serrandogli con l'altra un braccio, e in questo modo i due si incamminarono per la via.

Steve Threefall si svegliò senza sorprendersi particolarmente dell'estraneità di ciò che lo circondava, proprio come uno sconosciuto a cui capita ordinatamente di risvegliarsi in luoghi sconosciuti. Prima di aprire completamente gli occhi aveva già compreso a grandi linee la situazione. Il contatto con il tavolaccio su cui si trovava e l'odore acre di disinfettante nelle narici gli facevano capire che era in galera. La testa e la bocca gli dicevano che aveva bevuto molto; inoltre, la barba di tre giorni gli faceva capire che aveva bevuto troppo.
Nell'istante in cui si mise a sedere e posò i piedi a terra, i dettagli dei giorni precedenti cominciarono a tornargli alla mente. I due giorni di sbronza metodica a Whitetufts, dall'altra parte della linea di confine tra California e Nevada, in compagnia di Harris, gestore dell'albergo, e di Withing, ingegnere idraulico. Tutto quel blaterale di viaggi nel deserto, confrontando il Gobi all'esperienza dei deserti americani. La scommessa che sarebbe riuscito a guidare in pieno giorno da Whitetufts a Izzard con nient'altro da bere se non il liquore amaro e biancastro che stavano sorbendo in quel momento. La partenza nel grigiore dell'alba a bordo della Ford di Withing, mentre Withing e Harris gli caracollavano dietro, svegliando l'intera città con le loro grida da ubriachi e gli avvertimenti scherzosi lanciati ad alta voce, fino a che aveva raggiunto il deserto. E poi l'attraversamento, su una strada più infuocata del deserto stesso, con... no, preferiva non pensarci. L'importante era che ce l'avesse fatta. Aveva vinto la scommessa. Anche se a dire la verità non si ricordava nemmeno a quanto ammontasse la posta in gioco.


© 2001, Ugo Guanda Editore

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