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Recensione Cynthia Ozick

Cynthia Ozick

Il Messia di Stoccolma - L'estratto

Dal capitolo 1

Alle tre del pomeriggio – l’ora in cui, in tutto il mondo, il tegame dello stufato letterario trabocca, quando nelle redazioni delle pagine culturali dei giornali il pettegolezzo è più sfrenato e dilagante, e quando il cielo autunnale sopra Stoccolma comincia a far calare su quella città tutta guglie e acqua un crepuscolo traslucido, guscio d’uovo che protegge un tuorlo nero-azzurro – a quell’ora lacrimosa e tuttavia esultante si poteva trovare Lars Andemening a letto, che faceva un riposino. Mai che qualcuno andasse lì a cercarlo: non aveva moglie; il suo appartamento era poco più che una crepa nel muro, e una visita un avvenimento biennale; e la trapunta, che si levava in un ammasso aggrovigliato di viluppi, poteva sì e no suggerire, al di sotto, la presenza di Lars. Si dava il caso che egli fosse lì quasi ogni pomeriggio da novembre fino all’inizio di un certo marzo nudo e tormentoso, quando poi smise; ma nessuno lo sapeva.
Viveva a una distanza di dieci minuti a piedi dal "Morgontörn", dove lavorava, un giornale relativamente giovane, di carattere non ben definito, in concorrenza sul mercato del pubblico della mattina con il vecchio, maestoso "Dagens Nyheter" e il rispettabile "Svenska Dagbladet". Anche Lars era, almeno all’apparenza, relativamente giovane; aveva quarantadue anni, ma all’aspetto era molto più giovane, probabilmente perché era smilzo e tutto ossa, e sotto la cintura non aveva neanche un accenno di pancia. V’era però qualcosa, nel suo viso, che tendeva all’immaturo – un che di titubante, una nota di incompiutezza. Nel plasmargli la bocca, il mento, il pomo d’Adamo, la mano di un creatore disattento aveva tirato via. Spesso veniva trattato come se fosse appena agli inizi, come se la forza maschia che buttava nella lotta contro la vita fosse ancora acerba.
La verità è che era stato sposato non una ma due volte, e che entrambe le volte aveva vissuto per ben dieci anni in un appartamento decente, ammobiliato come si deve: un lampadario di cristallo con la prima moglie, un letto in stile impero con la seconda, e con entrambe, sparse qua e là dentro i loro globi di vetro, tozze candele accese che pulsavano nell’oscurità. Alle spalle aveva molto della condizione borghese ordinaria, e se l’aveva perduta non era stato per volontà sua, bensì per attrito. A nessuna delle due mogli era piaciuto a lungo. Birgitta si lamentava sempre che nel suo spirito c’era qualcosa di irregolare, di non digerito. Ulrika gli aveva dato battaglia e gli aveva rapito la loro figlia; seppe in seguito, dalla donna malinconica che era stata sua suocera, che erano andate in America. La sua ex suocera non ce l’aveva con lui, lo considerava una specie di orfano.
La madre di Ulrika non era una donna intelligente, ma in questo caso non andava lontano dal vero. Lars Andemening si riteneva un’anima lasciata a mezzo: qualcuno che era stato buttato fuori strada. La sua collocazione era altrove, il suo nome se lo era inventato lui. Non aveva detto quasi a nessuno – né alle sue mogli durante tutti quegli anni, né a nessuno dei colleghi al "Morgontörn", dove teneva una rubrica settimanale di recensioni – ciò che sapeva di sé: che era il figlio di un uomo il quale era stato assassinato, a cui più di quarant’anni prima, in Polonia, era stato sparato per la strada mentre il figlio era ancora nel grembo della madre. Questo sapeva, e lo teneva sepolto. V’era qualcosa di pericoloso in tutto ciò, non soltanto perché fuori della norma – fin dall’infanzia era stato ghermito da una storia innaturale – ma perché suo padre era una leggenda, un sogno; o, a essere più esatti, un seme errante lasciato dietro di sé da un cadavere. Lars non aveva mai saputo come si chiamava sua madre, ma suo padre era divenuto per lui un’idea fissa.
Suo padre, un insegnante di disegno nelle scuole secondarie, vissuto in oscurità in un’oscura cittadina della Galizia, era autore di certi strani racconti. Si chiamava Bruno Schulz.
Per amore di questi racconti, Lars si era imbevuto di polacco: dapprima per conto proprio, in seguito con l’aiuto di una anziana polacca eccentrica, un’insegnante di letteratura all’Università di Cracovia, ora in pensione, fuggita a Stoccolma con il marito ebreo durante la sollevazione del 1968. Le sue origini, diceva, erano nobili, una famiglia di sangue blu, avvezza al rigore e al noblesse oblige: i suoi soldi, Lars li avrebbe spesi bene. Mise sotto torchio l’allievo, facendolo passare subito dalla grammatica per principianti alle cupe foreste dei modernisti fra le due guerre. Ben presto Lars acquistò una discreta rapidità. Leggeva con lingua impacciata ma con occhi fulminei, sempre dietro ai racconti di suo padre.
A causa di suo padre, Lars si contrasse. Sentiva di assomigliare a suo padre: tutti quei racconti avevano a che fare con uomini che sempre più si contraevano nella fantasmagoria della mente. Uno dei racconti riguardava un uomo che dormiva e il suo precipitare e venire inghiottito dalle lenzuola, come uno che nuoti contro corrente, come un prigioniero in una grande ciotola di impasto per la sfoglia. [...]

© Feltrinelli

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