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Recensione Enrico Camanni La nuova vita delle Alpi - Le prime pagine
Affermazione e declino di una civiltà
Chi ha la fortuna di visitare il Museo archeologico dell'Alto Adige, a Bolzano, compie un viaggio senza pari nel segno di Ötzi, l'uomo del Similaun. Un viaggio nei tempi lenti, apparentemente imbalsamati, eppure continuamente mutevoli della civiltà alpina. Certo, colpisce quest'uomo scomparso sui ghiacciai più di cinquemila anni fa, che gli scienziati hanno rivelato così simile a noi con il suo berretto di pelliccia, i suoi reumatismi, il fumo nero nei polmoni e i denti consumati - pare un'ipotesi fondata - dallo sfregamento originato dallo stress. Ma più di tutto colpisce come, per migliaia di anni, i popoli delle Alpi abbiano saputo evolversi restando fedeli a se stessi e alle proprie specializzazioni: caccia, pastorizia e agricoltura. Muta la qualità delle risposte, ma le domande sembrano ripetersi millennio dopo millennio: sopravvivere all'inverno, monticare i pascoli disponibili, coltivare ogni fazzoletto di terra, economizzare le risorse, sfruttare la legna del bosco, l'erba dei prati e il calore degli animali, amoreggiare attorno al focolare, ingraziarsi gli spiriti delle cime e dar loro un nome domestico per scacciare la paura. Al visitatore del Museo l'evoluzione alpina può apparire una storia senza fratture: utensili e attrezzi sempre più sofisticati, eppure coerenti ai bisogni originali; abitazioni sempre meno spartane, eppure riconducibili alle due sole variabili possibili: la pietra e il legno; oggetti mutevoli nelle forme e nelle soluzioni estetiche, ma capaci di conservare e trasmettere il segno di chi li ha pensati e costruiti per primo. Tutto questo salta all'occhio se si viaggia nel tempo insieme all'uomo del Similaun, e quando il viaggio finisce sulle note di un canto gregoriano e sullo sfondo di un'abitazione rustica medievale sembra già di essere in una baita della nostra infanzia, allo sbiadire di quel lungo tramonto della civiltà alpina che si è prolungato fino alla seconda metà del Novecento, dunque fino a noi.
© 2002, Bollati Boringhieri
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