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Recensione Isabel Allende

Isabel Allende

Intervista a Isabel Allende



Che cosa significa per lei scrivere?


L a scrittura per me è un tentativo disperato di preservare la memoria. I ricordi, nel tempo, strappano dentro di noi l'abito della nostra personalità, e rischiamo di rimanere laceri, scoperti. Così scrivere mi consente di rimanere integra e di non perdere pezzi lungo il cammino.


La famiglia è molto importante nella sua scrittura. Chi le è stato principalmente di stimolo e di sostegno nella sua attività?


L e donne. Mia madre prima di tutto che mi ha insegnato a guardare gli avvenimenti da dietro e la gente da dentro. Mia nonna che, fin da quando ero piccola, interpretava i miei sogni. Le vecchie domestiche che mi facevano ascoltare alla radio i romanzi a puntate e che mi raccontavano le antiche leggende popolari. Le amiche femministe della mia giovinezza, le colleghe giornaliste che mi hanno insegnato che scrivere non è un'attività fine a se stessa, ma un mezzo per comunicare.
Non invento i miei libri: saccheggio storie dai giornali o ascolto con orecchio attento le vicende degli amici. Ad esempio Il piano infinito è la storia di mio marito... Da questi spunti poi i miei personaggi emergono da soli, con naturalezza.


Ogni scrittore ha una sua ritualità nello scrivere, quale è la sua?


I nizio tutti i miei libri l'8 gennaio, giorno in cui ho iniziato La casa degli spiriti, e poi metto sotto al computer le opere complete di Neruda, il mio poeta preferito. Ho un ricordo preciso di lui. Quando facevo ancora la giornalista, sono andata a trovarlo, poco prima che morisse, nella sua casa all'Isola Nera, vicino a Santiago. Mi ha detto: "Metti troppa immaginazione nei tuoi articoli, prova invece a scrivere un romanzo".
La sua vita non è stata facile, anche perché ha coinciso con un momento particolarmente tragico per il suo Paese.
N on ho subito, personalmente, persecuzioni, però ho preferito emigrare in Venezuela con mio marito e i miei figli, pochi giorni dopo il golpe di Pinochet e la morte di mio zio Salvador. In Cile era rimasto mio nonno centenario e quando ho saputo che stava morendo gli ho scritto una lettera, che poi è diventata La casa degli spiriti.
Per quanto riguarda la mia vita privata, l'evento più drammatico, il dolore più grande, è stato la malattia e la morte di mia figlia Paula. Dopo un anno di malattia, passato sospesa in una strana dimensione, tra il cielo e la terra, morì tra le mie braccia nella nostra casa in California, dove vivo. Ho passato un altro anno incapace di vivere, come paralizzata, scrivere poi è stato per me l'unico modo per tentare di attraversare il lungo e buio tunnel della sofferenza, di riprendere a camminare. Nel paziente esercizio della scrittura ho dato un senso al dolore, ho perso la paura della morte e ho ritrovato mia figlia.
Un po' alla volta così è tornata alla vita, il suo ultimo libro lo testimonia.
P er due anni l'8 gennaio tentavo inutilmente di iniziare a scrivere un nuovo romanzo, poi una notte ho sognato di arrotolare Antonio Banderas su una tortilla messicana e di mangiarmelo. Mi sono svegliata con una nuova voglia di vivere ed è nata l'idea di Afrodita, un libro di afrodisiaci, di gola e di lussuria. Credo sia una reazione sana, il riaffermarsi della vita, del piacere e dell'amore dopo aver percorso per molto tempo i territori della morte.
Lei è una scrittrice molto amata in Italia e in Europa in generale, e in America Latina?


L' editoria sudamericana è molto maschilista, ho avuto problemi a pubblicare La casa degli spiriti, infatti ho trovato solo in Spagna un editore disposto a pubblicarlo. Nel mio paese dalle donne ci si aspetta sempre che controllino e nascondano i loro desideri e io invece ho creato, forse per reazione, soprattutto personaggi maschili molto "controllati", le donne invece sono passionali e sensuali. La dedica del mio ultimo libro è piuttosto indicativa. Ho dedicato Afrodita "agli uomini spaventati e alle donne malinconiche"...
Ci parli un poco di questo ultimo libro, assolutamente originale rispetto a tutta la sua produzione.
C ome ho già detto, ho sognato di mangiare Antonio Banderas arrotolato su una tortilla messicana e mi è venuta l'idea di scrivere un libro erotico di ricette. Ho iniziato a comperare e a leggere un gran numero di libri e di riviste erotiche e poi mi sono documentata sugli afrodisiaci, è stato molto divertente. A fornire le ricette invece è stata mia madre Ponchita Llona, abilissima cuoca che non ho mai visto fare due volte lo stesso piatto perché introduce sempre ghiotte varianti. Ho cinquant'anni e comincio ora a liberarmi dai pudori e dalle severità di una rigida educazione, Afrodita è un libro che invita a concedersi il piacere ogni volta che è possibile, con allegria e leggerezza.

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