| Biografia Furio Scarpelli |
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Furio Scarpelli (Roma, 1919 – 2010) è stato uno dei più grandi sceneggiatori italiani, nonché giornalista, illustratore, scrittore e insegnante. Figlio d’arte, cresce tra satira e disegno e inizia la carriera nel dopoguerra tra riviste umoristiche e giornali anticlericali. Conosce il successo come metà dello storico duo Age & Scarpelli, scrivendo alcuni dei capolavori della "commedia all’italiana" per registi come Mario Monicelli, Dino Risi, Ettore Scola, Luigi Comencini e Pietro Germi.
Celebre per film come "I soliti ignoti", "La grande guerra", "L’armata Brancaleone" e "C’eravamo tanto amati", ha ricevuto tre nomination agli Oscar ("I compagni", "Casanova '70", "Il postino") e premi importanti come il Prix du scénario a Cannes ("La terrazza"). Ha lavorato anche con registi stranieri, da Guy Hamilton a Sergio Leone, sfiorando un progetto con Hitchcock.
Dopo la separazione da Age, continua a scrivere per il cinema (soprattutto con Scola), il teatro e infine la letteratura per ragazzi, spesso collaborando col figlio Giacomo Scarpelli. Pubblica graphic novel ("Tormenti", "Passioni"), romanzi e fiabe illustrate, vincendo premi come l’Elsa Morante e il Premio Cento. La sua vena artistica, sempre pungente e lirica, si esprime anche in disegni e illustrazioni che lo accompagnano fino agli ultimi anni.
Scarpelli è stato un mentore per molti giovani autori, ha insegnato al Centro Sperimentale di Cinematografia ed è stato celebrato con documentari, mostre e premi postumi. Dal 2022 il Bif&st di Bari gli dedica un premio per la migliore sceneggiatura.
Sposato per tutta la vita con Cora Conti, ha avuto due figli. È morto nel 2010 a 90 anni, lasciando un'eredità culturale immensa nel cinema e nella letteratura italiana.
Furio Scarpelli è stato molto più che uno sceneggiatore: è stato una delle coscienze più lucide e ironiche del cinema italiano del dopoguerra. Autore di alcune delle sceneggiature più celebri del nostro cinema, non ha mai smesso di riflettere sul senso profondo del fare cinema, mettendone in discussione i limiti, le mode e le derive autoreferenziali. Secondo lui, uno dei mali del cinema contemporaneo era il “cinemismo”: la tendenza a coltivare solo il linguaggio cinematografico, dimenticando il nutrimento essenziale che viene da altre discipline — psicologia, filosofia, politica, morale. Per Scarpelli, nessuna estetica si regge su sé stessa: se lo fa, scivola nel manierismo.
Nella figura di Nanni Loy, Scarpelli trovava un interlocutore ideale, capace di coniugare sapienza registica e spessore politico, anche quando i suoi film non sembravano apertamente impegnati. Loy incarnava una tradizione in cui il regista non era solo cineasta, ma intellettuale a tutto tondo. Il loro rapporto fu segnato da collaborazioni intense e vive, tra cui "Audace colpo dei soliti ignoti", dove Scarpelli ricordava un giovane Loy pieno di entusiasmo e di cultura, ma anche incline a scontri e dialettiche accese — un uomo, anzi un ragazzo, che si portava dietro la sua infanzia come un bagaglio prezioso.
Scarpelli rifletteva spesso sul ruolo dello sceneggiatore nel cinema italiano, così diverso da quello americano: in Italia, lo sceneggiatore doveva inventare tutto, dalla storia al tono, mentre negli Stati Uniti si partiva spesso da un’opera letteraria già compiuta. Per questo motivo, sosteneva, il cinema italiano è più cinema, anche se spesso meno bello. È un’arte fatta a mano, da zero, dove la narrazione nasce dall’interno del processo filmico e coinvolge in modo più diretto i suoi autori. Ma questa artigianalità comportava anche compromessi, lotte, rinunce.
Un esempio emblematico è il film "Rosolino Paternò soldato", inizialmente pensato con un respiro italo-americano, ma rimasto intrinsecamente italiano, nel bene e nel male. Scarpelli difendeva l’opera da chi la accusava di essere una copia di “Tutti a casa”: a suo avviso, era un racconto diverso, ambientato durante la guerra, non dopo l’8 settembre, con protagonisti segnati da ingenuità e candore — caratteristiche che, nel suo sguardo disincantato, spiegavano anche perché tanti giovani del Sud erano morti in guerra.
Scarpelli riconosceva nella "commedia all’italiana" una forma di cinema politicamente impegnata, che trattava argomenti seri in chiave ironica. Non tutti i film comici italiani vi rientravano, ma opere come “I soliti ignoti”, “Tutti a casa” o “Le quattro giornate di Napoli” lo facevano eccome. E Loy, pur non essendo classificabile rigidamente, ne era stato uno degli artefici. Per Scarpelli, la vera forza di quel cinema non stava nello stile, ma nella capacità di raccontare — con leggerezza e profondità — le contraddizioni sociali e morali del Paese.
Ma la passione di Loy per la politica non si fermava ai contenuti dei film. Partecipava attivamente ai dibattiti sindacali, alle controversie tra autori, persino alle esperienze cooperative come la Cooperativa 15 maggio, nata con intenti nobili ma naufragata tra personalismi e compromessi. In queste battaglie, Scarpelli ricordava discussioni accese — persino litigi con Citto Maselli — che però testimoniavano una vitalità e una partecipazione rare.
Con un’ironia affettuosa, Scarpelli ricordava anche il lato istrionico di Loy, la sua voglia di recitare, la sua allegria contagiosa. Era un uomo con una forte componente infantile, un ragazzo eterno che si buttava nel lavoro con passione, senza filtri, senza maschere.
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