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Biografia Piero Martinetti
Piero Martinetti
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Piero Martinetti nasce il 21 agosto 1872 a Pont Canavese (allora in provincia di Aosta, oggi in provincia di Torino), primogenito di Francesco Martinetti, avvocato e mazziniano fervente, e Rosalia Bertogliatti. Piero cresce influenzato dalla nonna materna, Teresa Bertogliatti, donna volitiva, di spirito liberale e aperta agli ideali illuministici e laici (aveva appesi alle pareti di casa ritratti di Byron e di Voltaire al posto delle effigi dei santi), e frequenta il collegio civico di Ivrea dove stupisce gli insegnanti con la sua precoce conoscenza della storia romana. Nel 1889 si iscrive nell’Università di Torino alla facoltà di filosofia, contro le insistenze del padre che lo avrebbe voluto avvocato. Si laurea nel 1893 con una tesi sul sistema Sankhya, dottrina dualistica indiana del VI secolo d.C., che sarà oggetto della sua prima pubblicazione[1]. Dopo la laurea soggiorna alcuni anni in Germania dove perfeziona la conoscenza della lingua e della filosofia tedesche, seguendo in particolare i corsi di Wundt all’Università di Lipsia. Tornato in Italia, dal 1899 insegna filosofia nei licei di varie città italiane (tra cui l’Alfieri di Torino). Nel 1904 pubblica l’Introduzione alla metafisica che gli vale, due anni dopo, la cattedra di filosofia teoretica presso l’Accademia scientifico-letteraria di Milano, poi assorbita nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Statale. Tiene la cattedra fino al 1931 quando viene allontanato dall’insegnamento per aver rifiutato di prestare il giuramento che il regime fascista aveva richiesto ai docenti universitari. In quell’occasione furono in dodici (su circa milleduecento) a rifiutare il giuramento e a perdere la cattedra. Vogliamo qui ricordare i loro nomi: oltre a Piero Martinetti, non giurarono Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Bartolo Nigrisoli, Francesco ed Edoardo Ruffini, Lionello Venturi e Vito Volterra[2]. Questo il giuramento richiesto : «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante ed adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concilii con i doveri del mio ufficio.»[3] Questa la risposta di Martinetti : «Ho sempre diretto la mia attività filosofica secondo le esigenze della mia coscienza e non ho mai preso in considerazione, neppure per un momento, la possibilità di subordinare queste esigenze a direttive di qualsivoglia genere. Così ho sempre insegnato che la sola luce, la sola direzione ed anche il solo conforto che l’uomo può avere nella vita, è la propria coscienza; e che il subordinarla a qualsiasi altra considerazione, per quanto elevata essa sia, è un sacrilegio. Ora con il giuramento che mi è richiesto, io verrei a smentire queste mie convinzioni, ed a smentire con esse tutta la mia vita; l’Eccellenza Vostra riconoscerà che questo non è possibile.»[4] Durante gli anni dell’insegnamento pubblica, fra gli altri, il Breviario spirituale (anonimo nel 1922), la raccolta Saggi e discorsi (1926) e La libertà (1928), probabilmente il suo testo più famoso. Nel 1926 è chiamato ad organizzare e presiedere il Congresso di filosofia di Milano che sarà sciolto dalla polizia fascista a seguito delle provocazioni dei cattolici dovute alla presenza dello scomunicato vitando Ernesto Buonaiuti. Dopo la sospensione dall’insegnamento si ritira in una casa di campagna a Spineto, frazione di Castellamonte, nel Canavese. Qui, in compagnia di una vastissima biblioteca e di alcuni gatti, continua l’attività con la direzione della “Rivista di Filosofia” e con numerose pubblicazioni tra cui l’altra sua grande opera Gesù Cristo e il Cristianesimo (1934) colpita da sequestro da parte dell’autorità fascista e successivamente messa all’indice. Nel 1935 è arrestato dalla polizia fascista durante una visita a Torino e trascorre alcuni giorni in carcere. Nel 1941 viene colto da una trombosi al cervello che lo lascia menomato ma ancora in grado di attendere alla pubblicazione, nel 1942, dell’importante raccolta di saggi Ragione e fede. Muore nell’ospedale di Cuorgnè il 23 marzo 1943 dopo aver disposto che nessun prete intervenisse con alcun segno sul suo corpo. È stato cremato e le sue ceneri riposano nel cimitero di Castellamonte. Giorgio Saracco [1] Il sistema Sankhya. Studio sulla filosofia indiana, Torino, Lattes, 1897 [2] Giorgio Boatti ha ricostruito le loro storie nel suo recente “Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini”, Torino, Einaudi, 2001 [3] G. Boatti, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, Torino, Einaudi, 2001, p. 11 [4] G. Bersellini Rivoli, Il fondamento eleatico della filosofia di Piero Martinetti, Milano, il Saggiatore, 1972, p. 129

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