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Post - renato139

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Umoristico / Piccolo omaggio a K
« il: Giugno 30, 2013, 23:27:26 »
Gli elettroni hanno la tendenza a esistere (da Il Tao della fisica di F. Capra)
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Piccolo omaggio a K

Non mi piace essere svegliato alle cinque del mattino da qualcuno che suona alla porta.
E mi piace ancor meno se il campanello, invece del solito “Driiiin”, si mette a fare “Miao! Miao! "
- Ma che cavolo… Arrivo!
Guardo dallo spioncino. Nessuno. Esito ad aprire la porta, sia perché sono in mutande, sia perché potrebbe essere un ladro. Non mi andrebbe di essere derubato senza vestiti addosso.
Mi accerto meglio. Non c’è proprio nessuno. Ma ecco che il campanello riprende: “Miao! Miao!”
Apro di scatto la porta e mi trovo davanti un nano in salopette rosa con il dito allungato verso il campanello.
“Dio com’è brutto” è il primo pensiero che mi salta in mente. Se si fosse trovato nella storia di Biancaneve, la ragazza avrebbe preferito farsi strappare il cuore dal cacciatore piuttosto di averci a che fare. Il nano però non mi dà il tempo di riordinare le idee che m’incalza:
- Su, si sbrighi. Siamo già molto in ritardo. Voi Tuttigiorni ve la prendete sempre comoda. Ma vedrà! Vedrà! – e così dicendo il nano agita il suo ridicolo ditino nell’aria.
Vorrei dirgliene quattro a questo sgorbio barbuto (non vi avevo detto che era barbuto? Beh, ve lo dico ora: ha una barba fitta che gli nasconde il pisello. Infatti è tutto nudo, una versione maschile e ridotta di Lady Godiva, E la salopette? Quella non c’è, infatti mi accorgo adesso che la salopette rosa è solo dipinta).
Ma torniamo al dirgliene quattro. Comincio con – Ma perché cavolo il mio campanello s’è messo a far miao?
- Oh, che domande… Il 31 aprile tutti i campanelli fanno “miao”. Non vi basta averli costretti a fare “drin” tutto il resto dell’anno? Forza, si spogli che andiamo.
- Si spogli?
- Certo, non vorrà uscire in mutande, spero.
- Io non esco nudo!
- E allora s’infili la mia salopette. Tenga.
Il nano si stacca la salopette (dipinta, ricordate?) e me la porge. Adesso è una salopette vera e anche della mia misura. Vorrei chiedere al nano come è possibile che ne abbia ancora una dipinta sul corpo dopo aver mela data, ma ci sono altre cose più urgenti da appurare. Purtroppo non ne ho il tempo.
- Forza, andiamo! Vuole che vengano a prenderla? – mi sollecita ancora il nano.
- Andiamo dove? Chi deve venire a prendermi? Come può essere che oggi sia il 31 aprile? – sparo queste domande a raffica, ma il nano, sempre più agitato mi prende per la salopette e mi strattona fuori di casa esclamando: - Non c’è tempo, non c’è tempo! Andiamo!
Non sono certo il tipo da farsi trattare in questo modo e, alzando il mento in un gesto di orgoglio, annuncio: - Io non esco di casa senza aver bevuto il mio caffè!
Il nano si fa tutto rosso, poi cede.
- E va bene, ma si sbrighi.
Prendo la caffettiera sui fornelli, una moka italiana autentica. Dovrebbe essere rimasto del caffè e controllo alzando il coperchio. Dentro la caffettiera un grosso occhio mi guarda e ammicca. Chiudo la caffettiera.
- Andiamo, sono pronto – dico al nano.
Scendiamo le scale e ci troviamo in strada. Quattro tizi in divisa e dalla faccia cattiva mi puntano addosso fucili del ’18 con tanto di baionetta.
- È lui – dice l’unico dei quattro che porta un berretto da capitano.
- È lui – ripetono gli altri tre con la faccia ancora più cattiva.
- Sono io – balbetto con un filo di voce.
Il nano è proprio arrabbiato: - L’avevo detto che sarebbero arrivati. Adesso sono guai, caro mio Tuttigiorni!
Il capitano si pone a gambe larghe davanti a me con un’aria da tiraschiaffi. Con un calcio potrei farne una frittata delle sue uova, ma probabilmente sarebbe l’ultimo gesto della mia vita.
- Mi dia subito il suo codice a barre. È meglio per lei.
Vorrei informarmi meglio su quello che succede se uno non dà il suo codice a barre, ma il cipiglio del capitano mi scoraggia. Così rispondo esitante:
- Mi chiamo Ern… - non riesco a finire la frase. Il capitano strilla:
- Che cazzate sono queste? Le ho forse chiesto di dirmi il suo nome? Vuol prendermi in giro?
Guardo smarrito il nano, che pone una mano a lato della bocca e mi sussurra:
- Il suo nome da Tuttigiorni qui non frega niente a nessuno. Il capitano vuole il codice a barre che le hanno assegnato quelli della ditta Mangimi & figli.
- Ma io non ce l’ho.
- Un brutto guaio, vediamo se riesco a convincere il capitano.
Il nano s'allontana di qualche passo con il poliziotto e i due discutono animatamente per un po’. Mi tremano le gambe dalla paura perché sono ancora sotto tiro dei ’18.
Quando il nano ritorna appare abbastanza soddisfatto.
- Bene, abbiamo tre ore per procurarci un codice dalla Mangimi e figli. Speriamo di fare in tempo, altrimenti la pratica passa alla Corone funerarie s.p.a.
Non credo che il passaggio alla Corone funerarie s.p.a rappresenti per me un miglioramento, pertanto m’informo presso il nano:
- Dove si trova la Mangimi e figli?
- E chi lo sa – risponde tranquillo il nano. ¬– Se le piace possiamo prendere il viale qui a destra.
Sto per replicare con una parolaccia, ma mi trattengo. Preferisco indagare su altro. C’incamminiamo lungo il viale di destra e dopo qualche passo pongo la domanda che mi sta a cuore.
- Ma lei chi è e perché è venuto a casa mia?
Il nano si stringe nelle spalle.
- Che domanda strana. Sono un nano. C’è sempre un nano che suona alla porta il 31 aprile. Qualche volta alle cinque del mattino, qualche volta alle sette di sera. Non c’è una regola fissa.
- Ti pareva – borbotto tra me, ma il nano ha udito.
- Ma insomma! La sto aiutando, potrebbe essere più gentile, no? – esclama furibondo.
Questa volta sbotto: - Porca ciminiera! Basta prendermi per i fondelli! Lo sanno tutti che il 31 aprile non esiste!
- Certo che non esiste! – grida a sua volta il nano fuori di sé. – Nemmeno io esisto, se è per questo. Ma lei, lei… vuole toglierci anche il diritto di provarci?
- Provarci a far che?
- A esistere, naturalmente. Noi viviamo nel 31 aprile, ma voi Tuttigiorni vi siete presi l’intero calendario e così ci avete spediti nel non essere.
- Santo cielo! Ma che siete, una specie di sogno? Ah, ecco. Ho capito! Sto sognando. Menomale, temevo già il peggio.
Il nano mi guarda con aria afflitta.
- Magari fossimo un sogno. Almeno ai sogni avete concesso un po’ di esistenza, ma a noi…
Poi guarda il cielo e aggiunge: - Nemmeno lassù ci vogliono bene. Bastava che stabilissero l’anno di 366 giorni ed era tutto a posto. Anche noi creature quasi esistenti avremmo avuto un nostro tempo. E invece no. Il trecentosessantaseiesimo giorno è stato concesso solo agli anni bisestili e per di più alla fine di febbraio. Non siamo stati trattati troppo bene.
- Già, è vero – concordo. Il nano mi fa un po’ pena.
- Ma non deve credere che ce ne stiamo con le mani in mano noi del 31 aprile – riprende infervorandosi. – Noi ci sforziamo in continuazione di esistere, sa? E che lavoro! Che impegno! E a volte ci riusciamo.
Cammino con la testa china e piena di pensieri confusi. Il nano tace e anch’io. A un tratto alzo la testa e l’insegna mi si para davanti, grande e luminosa: MANGIMI & FIGLI.
- Che fortuna, siamo già arrivati! – esclamo.
- Non c’è da stupirsi – replica il nano. – Il 31 aprile tutte le strade conducono alla Mangimi & figli.
Mi avvicino al grande portone d’ingresso che un portiere spalanca con sussiego.
- Prego, entri. La stanno aspettando. Però è meglio che non passi di qui. Entri dalla porta alla sua destra.
Guardo la porta, c’è l’etichetta W.C. Sono i gabinetti pubblici e non ho voglia d’infilarmi là dentro, così me ne infischio del portiere e proseguo dritto lungo il corridoio principale. C’è un’altra porta, l’apro. E mi trovo in strada, esattamente davanti al portone d’ingresso.
- Gliel’avevo detto – mi redarguisce il portiere. – Perché non mi dà retta?
Io e il nano oltrepassiamo la porta del WC e ci troviamo davanti altre due porticine, una a destra con la targhetta recante la scritta “uomini”, e l’altra a sinistra con scritto “nani”.
Ci dividiamo, il nano entra a sinistra e io a destra, ma ci troviamo in uno stesso corridoio al quinto piano.
- Deve cercare l’Ufficio Codici e Parenti – dice il nano. – Vada lei, io l’aspetto qui.
Lungo il corridoio ci sono tante porte che conducono ad altrettanti uffici. È tutto molto ordinato e le targhette molto chiare: “Ufficio per Azioni di testa”, “Ufficio Deleteri”, “Ufficio Quindici”…
Sto girando da circa un’ora e continuo a incontrare uffici con nomi sempre diversi: “Ufficio Giaculatorie”, “Ufficio Va”, “Ufficio”… Finalmente vedo una porta recante la scritta “Ufficio  Informazioni”. L’apro. Ci sono tre grossi bruchi seduti a un tavolo che giocano a carte.
Richiudo la porta.
Nelle successive tre porte incontro: il bidello di quando andavo alle elementari che, come allora, non sa nulla, un  acquario con i pesci e infine un giovanotto del 30 febbraio che ha sbagliato giorno.
Proseguo ancora e la mia costanza è premiata. Finalmente trovo la porta con la scritta: Ufficio Codici e Parenti. Busso.
- Avanti! E si sbrighi.
Entro e vedo il nano alla scrivania. Indossa un paio di occhiali e consulta un grande schedario che occupa tutto il ripiano.
- Dovevo immaginarlo – sospiro. Poi ho due alternative: arrabbiarmi di brutto o parlare gentilmente.
Preferisco la prima possibilità.
Avanzo fino alla scrivania con la mia irresistibile cavalcata dell’incazzato. Stringo i pugni e li sbatto con forza sullo schedario, gridando:
- Ma che piffero ci fai qui? Nano della malora!
Il nano non si scompone. Sputacchia sulle mani e si lava la faccia.
- Ovviamente fornisco i codici a barre, come c’è scritto sulla porta. Lei è un Parente?
Mi siedo per terra, prendo la testa tra le mani e mi metto a piangere.
Il nano s'impietosisce, non è malvagio. Mi s’avvicina e mi asciuga le lacrime con un fazzoletto.
- Su, non faccia così – sussurra con voce soave – tutti prima o poi ricevono un codice a barre, no? Però mi par di capire che lei non è un Parente e la cosa si complica.
Tra i singhiozzi balbetto: - Già… pe-perché adesso è tutto troppo semplice...
- Sa che facciamo? – prosegue il nano. – Andiamo giù al bar e ci facciamo un cappuccino. Quando la pancia è piena tutto appare più roseo.
Si alza e si dirige alla porta. Lo seguo come un automa.
In strada non ci sono bar, ma questo me l’aspettavo.
- Accidenti! – esclama il nano con evidente disappunto. – Cesare non ce l’ha fatta a esistere.
- Chi è Cesare? Domando con un filo di voce.
- È il padrone del bar, ovviamente. - Poi si guarda il polso come se avesse un orologio e aggiunge: - Ah, s’è fatto tardi, devo proprio andare. Ci vediamo la prossima volta. Intanto lei si procuri un codice a barre. Addio!
Così dicendo mi gira la schiena e vedo il suo culetto allontanarsi veloce lungo la via.
- Ma … ma io che faccio qui? – protesto.
Il nano s'arresta, si volta e mi guarda con aria stranita: - E come faccio a saperlo io? Per quanto mi riguarda la storia finisce qui.
- Finisce qui? – poiché la scrittura dei punti interrogativi accompagnati da punti esclamativi non sono ben visti da queste parti, devo specificare che la domanda la urlai con due punti interrogativi e otto esclamativi. Poi metto le mani a coppa davanti alle labbra e grido: – Ma che diavolo! La storia sarebbe finita qui? Che finale è?
Il nano s’infuria a sua volta.
- Che finale è, che finale è... Oh, la fate facile voi Tuttigiorni! Voi che vi siete accaparrati l'intera esistenza! Accidenti! Con tutta la fatica che abbiamo fatto per esistere volete anche che la storia abbia un finale? Prepotenti ed egoisti!
Detto ciò prese a correre lungo la via con le sue gambette storte e presto scomparve alla vista, lasciandomi tutto solo, nel mezzo del 31 aprile e con una storia scritta a metà.
Vi pare bello?


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Fantastico / La macchina di Berg
« il: Maggio 30, 2013, 17:33:33 »
Il ragionier Biraghi, della Compart Olson Limited Co., era forse l’ultimo dei cittadini che avevano resistito tenacemente all’acquisto di una Macchina di Berg. Ora però non c’era stata via d’uscita. Quella mattina il suo capo, dottor Versili, l’aveva chiamato nel suo ufficio e con modi molto amabili gli aveva detto:
— Ragioniere, lei collabora con noi da molto tempo e siamo felici della sua opera. Tuttavia nel corso di quest’anno vi sono state lamentele, oh, molto garbate s’intende, da parte dei suoi colleghi. La prego di non amareggiarsi e consideri questa mia comunicazione come la voce di un amico. Ecco, alcuni riferiscono che in questi mesi il suo comportamento si è fatto via via sempre più scontroso e offensivo...
Il dott. Versili gli aveva poi ricordato, sorridendo, le molte occasioni in cui s’era lasciato andare a gesti di collera, come quella volta in cui aveva lanciato il fermacarte contro un cliente, o quando aveva calpestato sotto i piedi il dischetto dei file delle consegne non ancora effettuate...
Alla fine il capo l’aveva congedato accompagnandolo alla porta e mettendogli paternamente una mano sulla spalla.
— Mi raccomando ragionier Biraghi, segua il mio consiglio. Si decida ad acquistare una Macchina di Berg. Per la verità questa non è un’idea mia, ma è un preciso ordine del computer direzionale, e lei sa come sono i computer. Non ci mettono molto a licenziare il personale...

Così eccolo qui, il ragionier Biraghi, con la scatola rossa e blu sotto braccio, diretto a grandi passi verso il suo appartamento.
Che la Macchina di Berg fosse ormai diventata una necessità nessuno poteva metterlo in dubbio, neppure coloro che, come il ragionier Biraghi, avevano sostenuto a oltranza l’ideale di una vita semplice e naturale. Anche i più intransigenti dovevano riconoscere che trent’anni prima la macchina aveva risolto un problema di portata catastrofica. Intorno al 2085, infatti, per ragioni che nessuno era riuscito ancora a stabilire, gli uomini cominciarono a perdere la capacità di sognare. Qualcuno parlò di un virus, altri dell’effetto di onde elettromagnetiche, altri ancora di radiazioni cosmiche. Chi parlò di U.F.O., chi di una nuova arma o di un esperimento sfuggito al controllo degli scienziati. Chi ci vide un piano deliberato e chi un castigo divino. Fatto sta che nel giro di un paio d’anni sul pianeta non c’era un solo essere umano ancora in grado di sognare.
Tutti dormivano, come avevano sempre fatto, ma i sogni erano scomparsi dalle loro notti.
Il fenomeno si rivelò ben più grave di quanto si fosse potuto supporre. L’incapacità di sognare aveva determinato nelle persone un aumento esponenziale dell’aggressività: gli uomini litigavano per ragioni del tutto banali, si ferivano e arrivavano anche a uccidersi, mariti che bruciavano le loro mogli, ragazzi non ancora ventenni che stupravano e ammazzavano a colpi di coltello, persone normali che improvvisamente prendevano un piccone e colpivano a morte i passanti...
Le nazioni stesse s’erano fatte talmente aggressive che il mondo era ormai sull’orlo di una devastante guerra nucleare.
Poi, al momento giusto, Berg inventò la sua macchina. Una trovata straordinaria: si trattava di una cuffietta di fibra metallica che veniva indossata prima di mettersi a dormire; un sensore registrava l’intera gamma di onde cerebrali e le rinviava al cervello sotto forma di suoni e di immagini. La macchina di Berg non si limitava a trasmettere una sorta di film, ma in pratica leggeva e ripristinava quei dati dell’inconscio che non riuscivano più a risalire alla coscienza. I sogni che produceva erano gli stessi che anni prima il soggetto avrebbe sognato spontaneamente, soltanto più intensi. In tal modo i rapporti tra le persone si andarono normalizzando e la guerra fu scongiurata.
Il ragionier Biraghi conosceva bene questa storia, anche se risaliva ai tempi della sua adolescenza, ma in nome di un’utopia alquanto confusa, aveva rifiutato di usare la macchina. Lui era un tipo assolutamente calmo e senza grilli per la testa, inoltre viveva da solo, perché mai avrebbe dovuto usare quel marchingegno che gli penetrava nel cervello? Se doveva dormire senza sognare, beh, pazienza, non avrebbe sognato.
Fino a quel mattino, però, non s’era reso conto che la mancanza di sogni lo stava trasformando in un individuo violento. Forse con il suo capo c’era ancora spazio per discutere, ma non con il computer e l’alternativa era semplice e netta: o la macchina o il licenziamento.
Aveva scelto la prima soluzione, ovviamente, anche se aveva un lavoro di merda: tutto il giorno a registrare le consegne effettuate e quelle da effettuare, a tener conto di giorni e di ore, a verificare le firme sulle bollette di consegna... Da impazzire! Però adesso che la decisione l’aveva presa, era perfino contento e non vedeva l’ora di usare la sua nuovissima Macchina di Berg.

Chissà che sogni gli avrebbe prodotto. Il venditore gli aveva spiegato che non si potevano prevedere i sogni che la macchina avrebbe inviato al cervello, proprio come non si potevano prevedere quelli di una volta, quando la gente sognava normalmente.
Nel consegnargliela aveva aggiunto: — Questo è un nuovo modello, è stato potenziato e offre maggiore affidabilità. Però l’avverto, ragioniere: i primi sogni in genere non sono mai troppo gradevoli perché sono carici di complessi nevrotici da molto tempo irrisolti. L’inconscio ha bisogno di scaricarsi e di riequilibrarsi, e il processo può risultare abbastanza traumatico per la psiche. Però non tema, al risveglio si renderà conto che gli incubi rappresentano una catarsi necessaria e il suo umore ne trarrà subito grande beneficio. Vedrà come si sentirà bene. Ecco a lei la macchina, mi raccomando, legga attentamente le istruzioni.

Come aprì la porta del suo appartamento, il ragionier Biraghi imprecò. Accidenti! Peggio di una fornace! Con un luglio tanto caldo proprio adesso il condizionatore doveva guastarsi? Purtroppo il suo stipendio non gli permetteva un apparecchio migliore. Ora però sarebbe stato un bel problema riuscire a dormire con quella temperatura.
Spalancò la finestra e ciò gli diede un minimo di sollievo, poi, con le mani tremanti d’eccitazione aprì la scatola e ne estrasse una bella cuffietta composta da migliaia di fili argentei intrecciati. Cominciò a leggere il foglio delle istruzioni. L’uso era semplicissimo, bastava mettersela in testa e indossare un braccialetto recante una spia luminosa e un pulsantino rosso, quindi ci si distendeva per dormire e si premeva il pulsantino. Tutto qui.
C’erano delle avvertenze. Poiché la macchina garantiva un sonno molto profondo e ristoratore, era bene indossare indumenti leggerissimi, per evitare soffocamenti, inoltre si consigliava di eliminare dalla stanza oggetti pericolosi su quali ci si potesse ferire (mobiletti con spigoli acuti, bottiglie sul pavimento, ecc.).
C’era poi un’avvertenza per il pericolo dei ladri:
“Poiché la coscienza del soggetto è fortemente e stabilmente impegnata nel sogno, egli non è consapevole di rumori o di presenze estranee. È necessario pertanto mettere in atto tutte le precauzioni per proteggersi da possibilità di effrazioni.”
E ancora: “Si raccomanda caldamente di chiudere con cura porte e finestre prima di accingersi a dormire.”
Il ragionier Biraghi era ligio alle istruzioni e fece tutto ciò che era raccomandato nel foglietto, anche se la questione delle effrazioni lo fece sorridere.
“Da quando hanno inventato le serrature psicosensibili” pensò “ i furti sono diventati una rarità. Io poi abito all’ottavo piano e vorrei proprio vedere un ladro che entra dalla finestra. Beh, facciamo comunque quello che dicono, almeno non ci sarà il rischio che venga un piccione a cacarmi in faccia mentre dormo. Ah ah!”
Chiuse la porta d’ingresso e le varie finestre, andò a lavarsi i denti e a sciacquarsi la faccia, quindi, com’era sua abitudine, riempì un bicchierino di vodka e lo bevve d’un fiato, poi si spogliò e si distese sul letto. Un po’ emozionato s’infilò la cuffietta e premette il bottoncino rosso. Che sarebbe successo ora?
Non avvenne nulla, la macchina non emetteva neppure un debole ronzio, eppure stava funzionando perché il led del bracciale s’era acceso e una rassicurante lucina verde pulsava pigramente.
Faceva però caldo, troppo caldo per dormire. Come si fa a stare nel mese di luglio in una stanza ermeticamente chiusa e con il condizionatore spento?
Il ragionier Biraghi era tutto sudato e respirava a fatica. Dopo dieci minuti si rese conto che in quelle condizioni non si sarebbe mai addormentato e anzi c’era il pericolo che gli venisse un collasso.
Sbuffando s’alzò e spalancò la finestra. Ah, la notte portava finalmente un po’ di frescura! Al diavolo i ladri! Adesso poteva finalmente riposare.

Mentre stava per addormentarsi, s’accorse che stava avvenendo qualcosa di diverso.
Di solito s’addormentava e si svegliava al mattino senza neppure aver coscienza di aver dormito. Apriva gli occhi e tutto ciò che ricordava era il momento in cui aveva spento la luce. Ora invece si vedeva prigioniero in una cella lurida e stretta, con pareti di intonaco giallastro, incrostate di muffa. Era tuttavia consapevole di sognare e pensò: “Certamente questa cella è un simbolo. Rappresenta lo stato di costrizione in cui si trova il mio inconscio. È come guardare un film.”.
Ma non era proprio un film, perché l’immagine gli procurava un senso di angoscia che nessun film avrebbe potuto trasmettergli con tale intensità.
“Questa è solo la mia psiche che reagisce” si disse, ma ciò non bastò a rassicurarlo. Poi la sua coscienza s’immerse nel sogno e il ragionier Biraghi non ebbe più altra consapevolezza se non la cella in cui era rinchiuso.
Le pareti erano sfregiate da un gran numero di crepe profonde e l’uomo sbarrò gli occhi quando vide un grosso scarafaggio uscire da una di queste. L’insetto agitò per un momento le antenne, quindi prese a correre verso l’uomo che lo schiacciò velocemente con la scarpa. Altre blatte cominciarono a sbucare dalle varie crepe e ben presto tutto il pavimento divenne un brulicare di zampe e di antenne, mentre un forte odore di putridume appestava l’aria. 
Il ragionier Biraghi, sopraffatto dalla rabbia e dal disgusto, urlava e schiacciava le bestie con una frenesia folle, ma per ciascuna blatta uccisa altre dieci ne prendevano il posto. Ed egli schiacciava e schiacciava, come un grottesco contadino che pigia sotto i piedi un’uva velenosa. Sul suolo s’era formata una pozza nera, putrescente e fangosa, che mandava un puzzo insopportabile.
A un tratto il ragioniere s’accorse di una piccola feritoia che riluceva debolmente a una decina di metri d’altezza. La cella adesso aveva assunto una forma circolare che sprofondava verso l’alto lunga e stretta come un tubo di pietra. In quell’istante l’uomo avvertì un delicato formicolio risalire lungo la gamba e preso dal panico s’avventò urlando contro la parete, come a volerla abbattere con la sola forza della disperazione.
Ma non urtò la parete, scoprì invece che, come un ragno, poteva arrampicarsi. Anzi, il suo corpo non c’era più, adesso era lui era solo un grosso ragno che saliva verso la luce!
Raggiunse la feritoia e in quel mentre il suo corpo si trasformò nuovamente. Adesso era un uccello, un grosso piccione grigio, per la precisione.
Guardò fuori: il cielo era plumbeo e scrosciava una pioggia tanto fitta che non gli permetteva di distinguere alcun particolare, ma non poté indugiare oltre. Sotto di lui si stava gonfiando un mare nero che riempiva velocemente il tubo di pietra con orrendi gorgoglii. Distese le ali e spiccò il volo verso un ignoto grigiore di piombo, allontanandosi velocemente dalla sua prigione.
Volò e volò in quel paesaggio unicamente composto di pioggia per un tempo che non avrebbe potuto misurare, quando, a un tratto, le ali gli si staccarono dal corpo e, ripresa la forma umana, precipitò roteando verso un suolo invisibile.

Capì d’essersi svegliato quando udì voci che borbottavano vicino a lui e, più distanti, rumori a lui noti. Erano quelli di una strada cittadina e poteva riconoscere il cigolare tipico del bus che passava ogni mattina davanti alla casa in cui abitava. Un dolore terribile gli circondava la testa e quando cercò di guardare per capire dove si trovava fitte lancinanti gli attraversarono la fronte. Tutt’intorno il buio incombeva su ogni cosa, talmente assoluto che un pensiero lo raggelò: poteva udire, ma i suoi occhi non vedevano più. Era cieco!
— Via via, lasciateci passare — disse da qualche parte una voce in tono autoritario.
Poi il ragioniere colse un’altra frase nel brusio di voci che lo circondava: — Sono arrivati quelli della Sicurezza.
Il brusio si allontanò e la prima voce riprese a parlare: — Guarda, Gaetano, un altro imbecille che non ha letto le istruzioni!
— Dio mio, com’è ridotto — replicò una voce più giovane che doveva essere quella di Gaetano. — Gli occhi gli sono schizzati fuori dalle orbite. Ma è morto?
— Certo che è morto, dopo un volo dall’ottavo piano come credi che possa sentirsi?
Il ragionier Biraghi fece per sollevarsi, per parlare e gridare: “Accidenti a voi! Non lo vedete? Non sono morto!” Ma subito si rese conto che non gli era possibile alcun movimento. La sua lingua era dura e rigida come cuoio e, al contrario, il resto del corpo uno straccio floscio, su cui non poteva esercitare alcun controllo.
— Ma perché l’ha fatto? — domandò la voce di Gaetano.
— Il solito — rispose l’altro. — Ha lasciato la finestra aperta. Questo furbo se n’è fregato delle istruzioni.
Il ragioniere dentro di sé gridava “Aiuto! Sono vivo, aiutatemi! Perché state a parlare? Accidenti a voi! Sono vivo!”
Gaetano mostrò sorpresa: — Ma lo sanno tutti che con le Macchine di Berg bisogna chiudere bene porte e finestre. I casi di sonnambulismo sono frequentissimi, soprattutto i primi tempi in cui uno le usa.
— Beh, questo qui non l’ha fatto. Molti si lanciano dalla finestra credendo di poter volare...
— Certo che s’è conciato per bene. Guarda! Ci sono pezzi di cervello che gli escono dalla bocca! Dio mio, sto per vomitare!
— Fatti forza, Gaetano, tu sei nuovo di questo mestiere. Quando avrai i miei anni di servizio ne avrai viste di cose che un cervello sull’asfalto non ti farà più impressione di una polpetta nel piatto!
— Aghhh!
Il ragionier Biraghi sentì che qualcuno gli vomitava addosso, poi s’accorse che gli stavano staccando dal collo la medaglietta identificativa. Ancora una volta cercò di muoversi: inutile. Erano rimaste vive solo le percezioni, ma per il resto il corpo non gli apparteneva più.
— Uhm, bene — disse la voce dell’uomo più anziano — ho controllato presso il computer centrale. Questo tizio, Armando Biraghi, non ha parenti. Meglio, così non dobbiamo avvisare nessuno. Ha il cuore che non batte e non respira più, il cervello poi è distrutto... Te lo dico io: è stramorto, non stiamo neanche a chiamare l’ospedale. Carichiamolo sull’autolettiga e portiamolo direttamente ai forni d’incenerimento.
Queste ultime parole esplosero nella mente di Biraghi come una bomba. “Bruciato vivo! Dio mio, fammi morire ora, subito! Ti supplico!”.
Ma Dio non fu compassionevole con il ragionier Biraghi perché gli fece conoscere ogni cosa. Era ben lucido e consapevole quando lo legarono con le cinghie a una brandina e quando lo sollevarono per metterlo nell’autolettiga, percepì ogni scossone dell’auto lungo la strada, ascoltò Gaetano e l’altro conversare tranquillamente delle ferie, della partita di domenica e delle donne. Viveva intensamente e con terrore ogni più piccolo evento e urlava, urlava... Ma gli urli disperati di Biraghi non potevano superare la soglia del pensiero e per quanto strepitasse, supplicasse e pregasse, la sua voce restava imprigionata nella sua mente.
Ecco, erano arrivati. Lo sollevarono, lo misero da qualche parte, qualcosa lo spinse... Biraghi sentiva il cuore battere all’impazzata, ma non avevano detto che il suo cuore non batteva più?  Se il suo cuore era un muscolo spento, un giocattolo rotto, come faceva a sentire sulla pelle quel leggero tepore che lo stava avvolgendo?
“Aiuto!”
Il calore divenne più intenso, più intenso, più intenso...
“Aiu...to!”

Il dottor Versili, della Compart Olson Limited Co., stava conversando con la segretaria. Era nella sua natura essere gentile con i sottoposti e ogni mattina, prima di iniziare il lavoro impiegava qualche minuto per informarsi della salute di questo o di quello, dei loro bambini e dei loro problemi. Quando udì la porta d’ingresso aprirsi alle sue spalle, si voltò in un gesto automatico. Rivolse lo sguardo all’orologio oleografico alla parete e poi sorrise all’uomo che era entrato.
— Oh, ragionier Biraghi, dopo un anno di ritardi questa mattina è puntualissimo.
— Certo, dottor Versili — confermò sorridendo a sua volta il ragionier Biraghi. — Avevo proprio desiderio di cominciare il lavoro. E lei come sta, dottore?
— Oh, benissimo — rispose questi. — La vedo distesa, finalmente sorride... Scommetto che ha seguito il mio consiglio.
— Sì, mi sono deciso a usare la Macchina di Berg. Stanotte ho avuto un incubo terribile, ma adesso sto veramente bene. Mi sento...
— Sereno?
— Sì, calmo e sereno. Non ho più nulla da desiderare, tutto va così bene...
Il ragionier Biraghi s’avviò fischiettando alla sua postazione. Amava il suo lavoro.

Ora era calmo e sereno, calmo e sereno proprio come tutti gli altri.
Totalmente, perennemente e... irrimediabilmente appagato.

3
Presentazioni / Re:La scimmietta
« il: Maggio 23, 2013, 19:35:12 »
Grazie a tutti per la bella accoglienza.
Io spero proprio che questa scimmietta sia capace di attingere a ciò che la sua memoria ancora trattiene, così da poter offrire qualcosa di utile a tutti gli amici del forum.
Lo farò con piacere, ma so bene che avrò ancor più grande piacere nel raccogliere ciò che ciascuno di voi, consapevolmente o no, distribuirà generosamente intorno.

Io immagino lo scrittore come un nucleo radiante, una personalità che anela a diffondere qualcosa di vero e di bello, anche quando non se ne rende conto.
Mi piace pensare alla comunità di scrittori quale insieme di sensibilità aperte che si rinforzano a vicenda. C'è chi brilla di più e chi brilla di meno, ma tutti concorrono alla medesima luce.
Una visione troppo ottimistica e sentimentale?
Può essere, ma spesso abbiamo bisogno delle utopie. Io ne ho bisogno.
Un saluto a tutti. Ci risentiamo presto.
Renato

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Presentazioni / La scimmietta
« il: Maggio 22, 2013, 15:10:04 »
Gli scrittori, si sa, non sono grandi venditori di se stessi. Sempre persi nelle nuvole di un mondo tutto loro, per presentarsi dovrebbero riuscire a catturare l'intero universo dei loro sogni. E poiché ciò non rientra nelle loro capacità, altro non possono fare che descrivere la scimmietta quale appare agli occhi della gente.
Così m'interrogo: quale scimmietta sono io?
Uno scrittore professionista quale sono stato per dieci anni? No, altri dieci anni sono passati dall'ultima volta in cui ho scritto un libro e io non sono più quella scimmietta.
Forse il vincitore del premio Bancarellino del 99? Ma no, ma no. Chi si ricorda più di quella scimmietta?
Sono stato consulente e poi dirigente in una casa editrice, poi in un'altra... Altre scimmiette. Non sono io quello.
È allora?
Si, lo so chi sono.
Sono la scimmietta che nasce oggi, la scimmietta che apre per la prima volta i suoi occhi al mondo e dice: "Guardate, ci sono anch'io."
Non portò bagagli con me e non ho nulla da offrire. Solo la mia simpatia per tutti voi.
Renato

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