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Post - Gabriella Cuscinà

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Fantasy / Una somiglianza allarmante
« il: Febbraio 25, 2014, 13:07:11 »
                     Una somiglianza allarmante

    Sara era una ragazza attraente e socievole. Era nata a Milano dove abitava e s’era laureata. Aveva deciso di seguire un master e per questo si era recata all’università di Madrid. Qui aveva conosciuto tanti ragazzi che ammiravano i suoi occhi di un azzurro intenso, i lunghi capelli castani e la sua figura snella ed elegante. Aveva gusti
difficili, motivo per il quale ancora non aveva trovato il ragazzo del cuore.
La sua amicizia con Andrea era nata per caso su un autobus di Madrid. Avevano scambiato qualche parola rendendosi conto d’essere entrambi italiani.
-Oh scusa!- aveva detto dopo averlo urtato ad una frenata.
-Prego- aveva risposto lui -mi pare che sei italiana o sbaglio?
-Sì, sono italiana, di Milano - aveva risposto -ma anche tu sei
italiano.
-E guarda caso, sono anch’io di Milano. Cosa fai a Madrid?
-Sto seguendo un master all’università. E tu?
-Anch’io seguo un master all’università.
 Si erano scambiati i numeri dei cellulari e da quel momento erano diventati grandi amici. Tra i due non era scattata la scintilla dell’amore e infatti si trattavano fraternamente, confidandosi segreti e facendosi scherzi da veri burloni. Sapevano di essere concittadini e conoscevano tutto di Milano, ne parlavano ricordando luoghi e tradizioni. Dicevano che era un peccato che non si fossero incontrati prima nella loro città.
Andrea era pure un bel ragazzo, alto, bruno, con occhi neri da arabo, ma non aveva fatto battere il cuore di Sara.
Abitavano in quartieri diversi di Madrid e i luoghi dove seguivano i masters erano distanti, ma si davano appuntamento e uscivano insieme la sera dopo aver studiato.
      Una sera invece Andrea non poté uscire perché doveva terminare una tesina, e Sara si recò fuori in compagnia di una collega. Andarono in uno dei tanti pub madrileni e ordinarono da bere mentre continuavano a chiacchierare. Poi a un certo punto girandosi, Sara intravide da lontano Andrea. La cosa le sembrò strana, ma comunque si avvicinò al tavolo dove era seduto il ragazzo.
-Hai già finito di studiare, imbroglione?- disse ponendogli le mani
sulle spalle con fare confidenziale.
Il giovane in questione si girò sorpreso e la scrutò assumendo l’atteggiamento di un punto interrogativo.
A questo punto, Sara si accorse che non era Andrea ma che gli somigliava in modo sorprendente. Era bello, con gli stessi capelli neri e corti, gli stessi identici lineamenti, ma gli occhi non avevano lo sguardo del suo amico Andrea. Anzi la guardavano sbalordito.
Poi disse: -Ci conosciamo? Perché mi dai dell’imbroglione?
Sarà restò a bocca aperta a guardarlo. Non credeva potesse esistere una somiglianza così incredibile. Andrea e quel ragazzo non sarebbero potuti essere più eguali!
-Oh! Scusa! Conosco un ragazzo che è la tua copia vivente. Credevo
fossi lui. Sono Sara, come ti chiami?
-Sono Klaus, ciao, siediti e mi spieghi meglio.
-Il tuo sosia m’ha detto di dover studiare, quindi vedendolo qua, cioè vedendo te, mi sono meravigliata. Non puoi credere quanto ti somigli!
-Allora dovrò conoscerlo. Sono svizzero, di Zurigo. Ci sei mai stata?
-No. Ma come mai parli così bene l’italiano?
-Perché ho sempre studiato e mi sono laureato a Milano.
-Pure tu! Sei sicuro di non essere parente di un tale Andrea Cipriani?
-No. Mai sentito nominare; non sai che curiosità ho di conoscerlo.
     Trascorsero tutta la sera a conversare e Klaus raccontò d’aver fatto sempre il pendolare tra Milano e Zurigo dove viveva con i nonni, poiché genitori erano morti quando aveva quindici anni.
Sara parlò di sé e alla fine della serata, si scambiarono i numeri dei cellulari ripromettendosi d’incontrarsi quanto prima in compagnia di Andrea.
      L’indomani, appena sveglia, Sara si premurò di telefonare ad Andrea per informarlo dell’esistenza di qualcuno che era la sua copia vivente.
-Ma davvero?- esclamò l’amico -E l’hai scambiato per me?
-Dovevi vedere la scena! L’ho visto da dietro e l’ho raggiunto. Ero arrabbiata. Gli ho messo le mani sulle spalle e gli ho dato dell’imbroglione. Ah!ah!ah!ah! Mi ha guardato come se fossi un extraterrestre. Ah!ah!ah! Allora ho capito che non eri tu, anche perché non aveva i tuoi occhi. Per il resto era identico. Lo devi assolutamente
conoscere.
-Sì certo, lo voglio conoscere. Quando vi rivedrete?
-Ma, non so, mi ha dato il numero del cellulare e, se vuoi, lo richiamo e gli do appuntamento per stasera. O devi ancora studiare?
-No, no, stasera potremo uscire.
-OK. Allora gli dico di trovarsi allo stesso pub.
-A stasera d’accordo. Ciao Sara.
Telefonò a Klaus che fu lieto di risentirla così presto.
-Ho già parlato con il tuo sosia e siamo d’accordo di vederci stasera allo stesso pub. Andrea è curioso di conoscerti. Verrai?
-Ci puoi giurare. Potrebbe fermarmi solo il terremoto.
      Quella sera quando Klaus entrò nel pub, vide Sara seduta accanto ad un ragazzo il cui viso lo lasciò di stucco. Era un’altra copia di se stesso. S’avvicinò e s’accorse chiaramente che era identico a lui. Gli stessi capelli, la stessa forma del viso, le stesse spalle larghe e la medesima corporatura.
-Ciao Klaus, questo è Andrea- fece Sara.
I due ragazzi si strinsero la mano e Andrea era strabiliato: -Dicono che siamo in sette a somigliarci nel mondo. Ma qui non si tratta di somigliarsi, credo, ma di essere identici, di una somiglianza allarmante. È logico che Sara ti abbia scambiato per me.
      Cominciarono a chiacchierare per conoscersi meglio e Andrea raccontò d’essere figlio unico e che suo padre era morto.
-Siete mai stati in piscina a Madrid?- chiese a un certo punto. - Io a Milano faccio parte di una squadra di palla a nuoto e anche qui ogni tanto vado a nuotare. Volete venire domani con me?
-In piscina?- fece Sara. -Sì, sì. Mi sono portata un costume e mi piacerebbe andare a nuotare.
-Io invece dovrò comprarlo- disse Klaus. -Però d’accordo, domani verrò con voi.
      Continuarono per tutta la sera a scherzare e conversare e, alla fine, si diedero appuntamento per l’indomani mattina.
S’incontrarono davanti l’ingresso principale di una piscina che era abbastanza affollata. Si cambiarono e indossarono i costumi sotto un accappatoio. I due ragazzi se lo tolsero contemporaneamente per tuffarsi e, a quel punto, Sara emise un’esclamazione di sgomento. Infatti s’era accorta che entrambi avevano la medesima, identica voglia sulla spalla destra. Era una macchia cutanea di color rossastro a forma di foglia.
Klaus si girò e vide Sara che gli indicava la spalla di Andrea. Trasalì e non credeva ai propri occhi. Era rimasto a bocca aperta e quando Andrea lo guardò interrogativamente, si girò per mostrargli ciò che aveva anche lui sulla spalla. L’espressione di Andrea non fu diversa dalla sua, dopodiché cominciò a scuotere la testa e disse: -Ma non è possibile! No! Non è possibile!
Klaus aggiunse: -Pare impossibile e intanto è così. Hai la mia medesima voglia sulla spalla. Non solo ci somigliamo come due gocce d’acqua, ma per giunta abbiamo un segno di riconoscimento perfettamente identico. Tutto questo mi pare surreale!
-Calma- disse Sara, -calma, non lasciamoci impressionare. Nella vita c’è una spiegazione a tutto. Voi siete propri sicuri di non essere gemelli? Forse non sapevate d’avere un fratello gemello?
-Ma che gemello!- disse Klaus. -I miei nonni me ne avrebbero parlato. Invece sono sempre cresciuto da solo. Anche quando erano vivi i miei genitori non mi hanno mai parlato di un fratello gemello.
-Anche i miei- intervenne Andrea. -Mi avrebbero detto qualcosa e invece niente, assolutamente nulla.
-Eppure ci deve essere una spiegazione- disse Sara -perché convenite che è stranissimo! Se fosse stata la sola somiglianza, non ci avremmo più fatto caso, ma una voglia identica mi pare troppo!
-Dovremmo fare delle ricerche- disse Andrea con aria pensierosa. -Credo che l’unica persona cui potrei chiedere qualcosa sia mia madre. Domani le telefonerò e vi riferirò la sua reazione.
Si tuffarono, nuotarono e si divertirono, cercando di non pensare a quello che sembrava un vero mistero.
Ma l’indomani, quando si rividero, Andrea aveva un’aria stralunata e preoccupata.
-Ehi Andrea che c’è? Che novità?- s’affrettò a chiedere Sara.
-Quando ho detto a mia madre di Klaus, è rimasta taciturna, imbarazzata,
poi lentamente mi ha rivelato che io sono nato in provetta, grazie alla procreazione assistita che le ha praticato proprio un medico di Zurigo. Era dispiaciuta per non avermelo mai detto; credeva che non ce ne sarebbe mai stato bisogno. Comunque non sa spiegare la nostra somiglianza. Ha detto che potremmo andare a chiedere al dottore che le ha praticato la fecondazione, ma di cui non ricorda bene il cognome, perché era un cognome tedesco un po’ strano. L’unica cosa che ricorda con certezza è che portava sempre una sciarpa gialla.
-A Zurigo!- esclamò Klaus. -La mia città! Allora credo che dovremo cercare là quel dottore. Una sciarpa gialla. Bé, è sempre un indizio, anzi credo, l’unico indizio.
-Verrò anch’io. Non crederete di lasciarmi fuori da questo mistero d’ora in poi... - disse Sara.
         I tre ragazzi, oltre a frequentare i masters, trascorsero i rimanenti giorni a Madrid uscendo sempre insieme. Continuarono ognuno a raccontare la propria vita passata, le proprie esperienze, i propri gusti musicali; andarono in tanti pub e visitarono i vari musei di quella splendida capitale. Parlarono delle proprie letture e Andrea e Klaus si accorsero che le loro preferenze erano identiche, infatti preferivano
entrambi i romanzi e i racconti gialli.
-Sono convinto che portiamo lo stesso tipo di mutande, ah ah ah- ironizzò Andrea.
La prima a partire fu Sara e Klaus l’invitò a Zurigo non appena anche lui fosse tornato: -Vi farò dormire a casa mia; i nonni ne saranno ben felici.
Così, circa quindici giorni dopo, Sarà udì una voce da Zurigo che le diceva: -Ehi, bellissima ragazza, quando mi vieni a trovare? Andrea tornerà tra due giorni e la prossima settimana sarà qui da me.
-Klaus! Ciao! Come va? Hai saputo nient’altro? Sì certo, verrò anch’io con Andrea.
-Qui tutto bene e ho continuato a studiare. No, non ho fatto nessuna ricerca. Aspetto voi. Come prevedevo quando ho detto ai nonni che sarete miei ospiti, si sono mostrati contenti di conoscervi.
-D’accordo, mi sentirò con Andrea e arriveremo insieme.
       La settimana successiva, infatti, Klaus era alla stazione di Zurigo ad attendere gli amici. Li condusse nella propria casa e conobbero i suoi nonni, gente affabile e gentile. La casa era ampia e spaziosa, con varie camere da letto. Non ebbero neppure l’inconveniente della lingua tedesca poiché anche i signori Dolff parlavano un po’ l’italiano.
-Potrete restare quanto vorrete- disse la nonna, -a me fa piacere che mio nipote abbia dei nuovi amici e cucinerò volentieri per tutti- disse con il suo accento teutonico.
Sara ringraziò e volle affrontare subito il problema della somiglianza:
-Signora, si sarà accorta di quanto si somiglino Andrea e Klaus e saprà che hanno la medesima voglia sulla spalla destra. Com’è possibile, secondo lei, un fatto del genere?
-Cara Sara, mio nipote mi ha detto pure che sono nati lo stesso anno e lo stesso mese con qualche giorno di differenza. La cosa mi ha impressionato. Voglio dirvi a questo punto che mia nuora, la mamma di Klaus, è ricorsa alla procreazione assistita, ma non so altro. Dovreste cercare il suo ginecologo credo, solo lui potrà darvi qualche
spiegazione.
-Sì, mettiamoci alla ricerca di quel dottore- disse Andrea -dai Klaus, a chi possiamo rivolgerci per avere informazioni su un ginecologo che porta sempre una sciarpa gialla?
-Secondo me- rispose l’amico -potremmo chiedere all’Ordine dei medici di Zurigo.
-È vero! Sicuramente lì qualcuno lo conosce.
Infatti, si recarono all’ufficio dell’Ordine dove si ricordavano del dottor Gutthartad il cui particolare vezzo era quello d’indossare sempre una sciarpa gialla. Dissero che purtroppo era deceduto. Fornirono comunque ai ragazzi il suo indirizzo civico e il suo vecchio numero telefonico.
 I ragazzi furono molto delusi, ma Klaus non volle abbandonare le ricerche e provò lo stesso a telefonare. Gli rispose la moglie del medico. Lui parlò in tedesco presentandosi e spiegando il motivo della sua telefonata. Quella lo informò della morte del marito, ma il ragazzo non si perse d’animo e insistette: -Signora, mi scusi, potrei venire a trovarla per chiederle delle informazioni? Sa, si tratta di vecchie notizie che potrebbero ancora esistere negli archivi di suon marito o di cui lei potrebbe essere al corrente.
-Io? No, non credo. Non credo di poterle essere d’aiuto signor Dolff.
-La prego signora, lei rappresenta l’unico legame che mi resta con suo marito.
-No signor Dolff. Non insista.
-Voglio insistere invece. Di che si preoccupa? Non sono un malfattore, glielo assicuro. Non mi dica di no, la prego, mi riceva.
-E invece no, glielo ripeto. Vivo sola e non ricevo mai nessuno. Buon giorno signor Dolff.
Klaus era rimasto interdetto e aveva guardato gli amici lasciando capire il suo fallimento.
Sara disse: -Non fa niente, coraggio, andremo lo stesso in quella casa.
-Ma come? Se non l’hai capito, ha detto che non mi riceve!- replicò.
-Proviamoci! Tanto provare non nuoce e non abbiamo nulla da perdere. Andremo a bussare e può darsi che, vedendo una ragazza, la signora abbassi la guardia e ci riceva.
Quel pomeriggio si recarono a casa della signora Gutthartad. Quando l’anziana signora aprì la porta d’ingresso, non si aspettava di vedere tre giovani: -Chi siete?- chiese spaventata e facendo l’atto di richiudere.
-Sono Klaus Dolff, signora, mi perdoni se mi presento da lei, ma vede, la cosa è troppo importante e riguarda anche questo mio amico. È Andrea Ferretti. La signorina invece è qui perché... perché... è la mia fidanzata-. Non trovò di meglio per giustificare la presenza di Sara.
La signora continuava a sembrare spaventata, ma guardava incuriosita prima Klaus e poi Andrea. Finalmente si decise ad accoglierli, sempre con fare guardingo.
-Ma voi due siete identici! Siete gemelli? Mi ricordate tanto una persona!- disse a un certo punto facendoli accomodare.
-No, non siamo gemelli- disse Klaus -ed è proprio questo il motivo che ci ha portato da lei. Non solo ci somigliamo in modo impressionante, ma guardi un po’ qui-. Così dicendo scoprì la spalla destra, indicando ad Andrea di fare altrettanto.
La signora restò esterrefatta, con gli occhi sgranati. Dopo un po’ esclamò: -Avete la stessa voglia! Ho già visto qualcosa del genere!
-Consideri- aggiunse Klaus -che mia madre si sottopose alla fecondazione
assistita per farmi nascere e che quell’intervento lo eseguì suo marito.
La signora Gutthartad stava annuendo, ormai tranquillizzata sulle intenzioni dei tre. Parlava in tedesco e Sara e Andrea dovevano sforzarsi per capirla.
-Io non sono la prima moglie del dottore, ero la sua infermiera - disse - lui si era ammalato di depressione dopo la perdita della moglie. Sono stata sua assistente per vent’anni e dopo volle sposarmi, credo, per avere anche chi lo aiutasse in casa. Ma la cosa che mi ha sconvolto appena vi ho visto è che somigliate proprio alla prima
signora Gutthartad.
-Cosa! Somigliamo alla prima moglie?- esclamò Klaus.
-Non solo, ma lei aveva la stessa voglia sulla spalla destra.
-Aveva la stessa voglia?- ripeté il ragazzo.
A questo punto i tre erano impalliditi. Klaus strabiliato disse: -Ma come si può spiegare un fatto del genere? Allora è come se fossimo figli di quella signora!
-Ricordo- continuò la Gutthartad -che rovistando tra le carte di mio marito, una volta trovai una busta sulla quale era raffigurato qualcosa a forma di foglia. Dentro vi era uno scritto che conteneva delle strane rivelazioni.
Klaus continuava a tradurre nel timore che gli amici non capissero ciò che lei raccontava. Poi disse in tedesco: -Signora, ci potrebbe mostrare una foto della prima moglie? E, per favore, potrebbe cercare quella busta?
-Sì certo, lo posso fare, ma dovrei guardare in cantina fra i suoi vecchi archivi.
-È noioso, lo so, e le chiedo troppo, ma si tratta solo di una foto e di una busta. La prego le cerchi. Noi aspetteremo pazientemente.
Volle accontentarli e si assentò per qualche tempo. Ritornò con una foto e una busta in mano. Le mostrò ai ragazzi che, appena videro la fotografia, rimasero allibiti. Infatti, mostrava una bella donna a bezzo busto i cui lineamenti erano molto simili ai loro. Aveva capelli bruni e folti, occhi neri da orientale e un sorriso dolce che
metteva in evidenza una dentatura perfetta.
Sara esclamò: -Porca miseria! Somigliate a questa donna!
Era un momento particolare e un silenzio carico di tensione era sceso nella stanza. I due ragazzi avevano la sensazione di vedere per la prima volta la loro madre naturale. Ma com’era possibile? Com’era potuto accadere tutto ciò? Erano venuti a conoscenza di un mistero inspiegabile, ma quella nuova consapevolezza li sconvolgeva.
Come diceva Sofocle: < Tante cose è meglio che restino nascoste, poiché la conoscenza è terribile quando non giova a chi la possiede>.
Andrea e Klaus continuavano a guardare la foto e poi si guardavano
a vicenda.
La busta recava un disegno che riproduceva proprio la loro stessa voglia. Non mancava che leggere il foglio contenuto che forse avrebbe potuto svelare il mistero.
Klaus e Andrea lo svolsero con la massima cautela e fu Klaus a leggere e tradurre simultaneamente: “ Sono disperato da quando mia moglie è morta. Avevamo tanto desiderato un figlio. Lei avrebbe fatto di tutto per averlo. L’amavo da morire, è sempre stata l’unico, grande amore della mia vita. L’avevo sottoposta al prelievo degli ovociti dalle ovaie e li tenevo conservati in laboratorio. Ora che il cancro me l’ha portata via, ho deciso di utilizzarli. Proprio in questi giorni si sono presentate da me due signore, una di Zurigo e un’altra di Milano. Hanno detto di avere
difficoltà di concepimento e quindi hanno voluto che intervenissi con la fecondazione in provetta. L’ho fatto, è stato un altro dei miei tanti interventi di procreazione assistita. Ma questa volta ho fatto una specie di scherzo alla natura. Sì, mi sento furioso contro il mondo intero per aver perso la mia adorata moglie. La farò sopravvivere grazie a quegli ovuli. Il liquido seminale mi appartiene, sono io il
donatore. Così i figli nati saranno anche miei. Le signore non ne sapranno mai nulla. D’altronde saranno loro che per nove mesi porteranno avanti la gravidanza e saranno ben felici di avere i loro bambini. Lo so che è un’idea pazza e disonesta. Ma ormai è cosa fatta e tutto è andato bene, il concepimento in vitro è avvenuto e gli ovuli si
sono perfettamente impiantati. Le signore si erano fatte prelevare i propri ovociti e credono che siano quelli fecondati e impiantati nel loro utero. Ma non è così e ne sono a conoscenza solo io. Comincio talora a provare vergogna per ciò che ho fatto. Forse me ne pento e credo che i sintomi della depressione siano iniziati da quel momento, ma non avevo fatto a tempo ad impiantare gli ovuli alla mia povera
moglie perché, dopo il prelievo, ha cominciato ad accusare i primi sintomi del male. Adesso mi sono vendicato del destino! Chissà se quelle creature somiglieranno a lei! Spero di sì. Mi piacerebbe che avessero la sua stessa voglia sulla spalla, i suoi stessi occhi dolci e il suo medesimo sorriso. Siamo stati tanti anni felici insieme e adesso
quel ricordo genera e acuisce la mia infelicità. Allora il pensiero che lei potrà sopravvivere in due esseri nati dai suoi ovuli mi consola”.

        Il mistero era risolto. L’amore di un uomo aveva vinto sul tempo, ma aveva lasciato dietro sé un senso di sconcerto, d’amarezza e d’incertezza. I ragazzi erano stati generati da persone ignote. Nessuno avrebbe mai saputo se il dottor Gutthartad avesse più conosciuto i suoi figli.
Adesso l’unica consolazione per Andrea e Klaus era quella di sapersi fratelli.


2
Umoristico / Le lumache
« il: Febbraio 25, 2014, 13:02:46 »
Le lumache
Erano sempre stati una combriccola di buon temponi e stavano bene insieme. Si riunivano e andavano a giocare a tennis o a calcetto. Avevano anche fondato un’associazione sportiva senza scopo di lucro di cui avevano eletto presidente Lorenzo che fra tutti era il più carismatico. Tale associazione annoverava gente varia e organizzava feste e occasioni di ritrovo. In realtà era un’altra scusa per stare insieme, divertirsi, discutere e scherzare. Quante belle serate, quanti convivi, e soprattutto quanti scherzi erano stati perpetrati alle spalle di questo o quell’altro socio! Indimenticabile resterà la beffa perpetrata ai danni dell’amico Alfonso.
Questi per hobby, era divenuto un appassionato ricercatore di lumache. Le studiava, le osservava al microscopio, faceva esperimenti e ricerche su di esse. Aveva scoperto che lumaca è il nome di alcuni Gasteropodi Polmonati forniti di conchiglia solo rudimentale, considerati pertanto molluschi ‘nudi’. Ma nell’uso popolare, il nome è usato invece per indicare la chiocciola. Alfonso sapeva che in alcune regioni d’Italia le lumache si mangiano come piatto tradizionale. Per esempio, a Roma quelle di vigna si mangiano per la notte di San Giovanni. Si fanno morire nell’acqua dopo averle lasciate purgare e quindi si cuociono nell’olio con aglio, pomodoro, mentuccia. In Francia sono un piatto molto ricercato.
Ne parlava sempre, per lui erano diventate una vera passione, una specie di mania. Agli amici che avevano la disgrazia di capitargli tra le grinfie, cominciava a blaterare che le sue benamate lumachine avevano un corpo allungato e carnoso che, visto al microscopio, rivelava una cute coriacea e un piede non ben distinto, un mantello piccolo a forma di scudo, la regione cefalica con quattro tentacoli invaginabili che funzionano come organi tattili ed olfattivi.
Gli ascoltatori cercavano di arginare la sua loquela e di svignarsela, ma Alfonso li fagocitava e continuava a dissertare dicendo che le lumache amano i luoghi umidi e freschi, si rinvengono numerose sotto le pietre e tra i muschi, nei boschi, nelle grotte, nelle cantine, presso i corsi d’acqua. Escono di preferenza di mattina, di sera e dopo le piogge temporalesche. Molte specie sono notturne. Per mantenere il loro corpo sempre umido in superficie, secernono una bava di vario colore. Si nutrono di sostanze vegetali, funghi, foglie tenere, animali in decomposizione.
Lorenzo e gli altri amici, non potendone più di sentirlo sproloquiare sempre in merito ai famosi Gasteropodi, una volta decisero di giocargli un brutto tiro. Durante una riunione dell’associazione, a tavola mentre bevevano e scherzavano, ventilarono con noncuranza la possibilità di mettere su un allevamento di lumache che avrebbe reso miliardi.
-Cosa? Ma dite sul serio? Sarebbe come realizzare tutti i sogni della mia vita!- esclamò Alfonso.
-Oh, ma che ci vuole! Basta avere una villa in campagna e un po’ d’amore verso questi molluschi, - fece Lorenzo ben sapendo che l’amico era fornito dell’una e dell’altro.
-Sapete che non ci avevo mai pensato! Ma dite che davvero potrei avviare un allevamento?
-Guarda Fonsy, se vuoi noi ti aiutiamo-. Il presidente dell’associazione ormai era determinato a portare avanti uno scherzo spettacolare.
Antonio, un amico giocherellone e scherzoso, aveva spalleggiato Lorenzo aggiungendo: -Beh, penso che dovresti presentare domanda alla Camera di commercio, visto che si tratta di un’attività imprenditoriale.
- Eh? Ah! Sì, sì certo. Una domanda in carta da bollo. Anzi no. Adesso non ci vuole più il bollo, o sì?
-No, il bollo no, però ci vorranno tutti i certificati da presentare: certificato di nascita, di residenza, certificato di matrimonio, d’iscrizione alle liste elettorali, carta d’identità.
Qualcuno ci mise il carico di briscola: -Penso che ci vorrà pure il certificato di sana e robusta costituzione.
Alfonso in fondo era un gran credulone e un tipo un po’ beota, dunque si rivelava la vittima adatta.
-Sul serio tutti questi documenti? Non ha importanza. Li presenterò, e poi che dovrei fare?
-Guarda Fonsy - aveva detto il presidente, - secondo me, nella tua campagna dovresti creare un recinto adiacente alla casa, con reticolato molto fitto. Poi magari noi amici ti regaleremmo le prime quantità necessarie di lumache. Tu dovrai metterle nel recinto e badare alla riproduzione.
-Che maraviglia! Ma alt, un momento! Non aumenteranno a dismisura? Sapete, modestamente sono un esperto e so che si riproducono vertiginosamente.
Aveva assunto un’aria piena di sussiego, con il mento sollevato e il naso all’insù, come chi senta puzza sotto il naso.
A quel punto era intervenuto Dario, l’amico biologo che lavorava in un Istituto botanico: -Per questo ci penso io. Sai, Alfonso, gli ortolani e i giardinieri per combatterle usano delle sostanze polverulente, come cenere e calce, che esauriscono l’attività secretrice delle loro ghiandole mucose, provocandone la morte. Ti potrei fornire la polvere adatta che abbiamo in Istituto, in modo da arginare la riproduzione.
-Magnifico! Ma scusa, non morirebbero tutte?
-Che c’entra! Tu dovresti spargere la polvere ai bordi del recinto, in modo da far morire solo quelle che tentassero di oltrepassarlo.
-Che meraviglia! Potrei raccogliere centinaia di migliaia di lumachine e venderle. Differenzierei le specie e alleverei un po’ tutte le varietà.
Era eccitato ed euforico. Dunque si misero d’accordo sulle modalità per fargli iniziare la nuova attività e sui vari aiuti che gli sarebbero serviti.
Alfonso costruì con le sue mani il famoso recinto vicino alla casa e gli amici in una bella mattinata di sole, gli portarono due ceste ricolme di lumache. Dario portò un sacco di innocuo sale fino e raffinato, spacciandolo per la famosa polvere lumachicida. I preparativi furono molto divertenti perché vedere Alfonso all’opera che carezzava i cari molluschi fu uno spettacolo tutto da ridere. Bagnò accuratamente la terra per renderla umida, pose dentro il recinto lattuga, barbabietole, bucce di patate. Sparpagliò le sue adorate lumachine e cosparse infine il reticolato di quella che credeva la polvere dell’Istituto di botanica.
 Ma le risate più eclatanti per la combriccola di screanzati, furono quelle che li fecero sganasciare una settimana dopo. Tornarono nella campagna di Fonsy e lo trovarono con le mani nei capelli mentre osservava un’invasione di lumache simile allo sbarco in Normandia! Ce n’erano ovunque: oltre il recinto, sul prato, sulla casa, sui tronchi degli alberi, fra gli angoli delle aiuole, fra i mattoni del terrazzo, sulle finestre, sulle porte. Alfonso pareva in preda ad una crisi isterica! Vedeva ogni anfratto brulicante di uova, sulla superficie delle quali s’erano formate le spirali del futuro guscio. Si erano riprodotte a migliaia, a grappoli, formando un’enorme massa, una corazza di gusci. Avevano dato vita a composizioni bitorzolute; erano state capaci di lacerare foglie e fiori. L’invasione degli Unni in confronto pareva la gradita visita di quattro amici!
Alfonso camminava sui gusci che facevano rumore di ciottoli, li calpestava e aveva l’impressione d’infrangere vetro. Sentiva odore di pesce marcio! Non poté neppure entrare in casa, poiché le cerniere delle porte risultarono bloccate e incollate da quei dolci animaletti che lui aveva così tanto amato!
Gli amici, tra una pestata e l’altra di lumache, ridevano a più non posso e si contorcevano in preda ad eccessi d’ilarità.






3
Umoristico / La scalata
« il: Febbraio 21, 2013, 16:23:22 »
       Lorenzo non ne poteva più della sua situazione familiare e aveva deciso di farla finita lanciandosi dal tetto della sua villa. Si trattava però di arrampicarsi lassù con la scala e lui non era mai stato un grande scalatore. S’era alzato di buon mattino per non avere né spettatori, né curiosi. Sapeva di soffrire di vertigini e saliva senza guardare giù. Dunque procedeva cautamente e dopo molti gradini, ebbe la visione della finestra del secondo piano sul cui davanzale pensò di mettersi seduto per riposarsi e calmare i battiti del cuore. Ma premendo il piede con forza su un piolo, lo spezzò. Per fortuna era all’altezza del davanzale e s’aggrappò con grande sollecitudine, dimentico ormai delle sue intenzioni suicide. Le gambe erano sospese in aria e con un calcio all’impazzata, fece cadere la scala a terra. Si issò con tutte le forze e si sedette, rendendosi conto di sentirsi male per la paura. Si chiese allora dove trovassero il coraggio i suicidi e, tutto sommato, la situazione della sua vita gli parve meno grave e ingarbugliata di quel che credeva. Appollaiato, si accorse che la finestra era ermeticamente chiusa dall’interno e quindi era destinato a stare là per chissà quanto tempo, avendo abbandonato le sue precedenti intenzioni di morte. Non gli restava che aspettare il passaggio di qualche soccorritore. Si mise nel frattempo a riflettere sulla strana e insolita piega che aveva preso la sua esistenza.
Aveva ventotto anni ed aveva sposato una vedeva di trentotto, la quale aveva una figlia di vent’anni. Il padre di Lorenzo aveva sposato tale figlia, per cui suo padre era diventato suo genero in quanto aveva sposato  sua figlia. E fin qui tutto chiaro, ma sua nuora era diventata sua matrigna in quanto moglie di suo padre. Inoltre lui e sua moglie avevano avuto un figlio, il quale era divenuto fratello della moglie di suo padre, quindi cognato di suo padre. In aggiunta, tale figlio era pure suo zio in quanto fratello della sua matrigna. Suo figlio era dunque suo zio. Come se ciò non bastasse, la moglie di suo padre aveva avuto un figlio, il quale era anche suo fratello poiché figlio di suo padre ed era anche suo nipote in quanto figlio della figlia di sua moglie. Quindi lui era fratello di suo nipote, e siccome il marito della madre di una persona è il padre di tale persona, risultava che lui era il padre della figlia di sua moglie e fratello di suo figlio. In ultima analisi, lui era suo nonno.
Lorenzo pensava a tutto ciò e provava un senso di panico, di sconcerto e di confusione mentale. Ci ripensava e sentiva i conati del vomito. Poi improvvisamente rivisse i momenti di disperazione che l’avevano indotto al suicidio e si rallegrò di averci ripensato, altrimenti in quel momento si sarebbe trovato dinanzi al Padre Eterno che lo interrogava:  “Chi ha provocato tutto questo? Eeeeh? Chi l’ha provocato?”  E lui avrebbe dovuto rispondere: “Io Signore, sono io il responsabile!”
Comunque erano le sei del mattino e si trovava a circa venti metri dal suolo, seduto come un deficiente sul davanzale di una finestra sbarrata. Attorno a lui gli uccelli cantavano e trillavano melodiosi, festanti, erano chiassosi, pettegoli e gli stavano attorno con una cordialità eccessiva. Soprattutto un pettirosso, posatosi sull’orlo del davanzale, lo guardava con la testa inclinata da un lato e con molta curiosità. Poi si girò e volò via. Ma non si assentò per molto tempo. Dopo circa due minuti era nuovamente accanto a lui e continuava a guardarlo come a dire: “Ma vedi questo cretino!” Volava via e tornava ad osservarlo pensieroso. Per cui Lorenzo non ne poté più e si sporse ad afferrarlo, rischiando di perdere l’equilibrio. L’uccellino lanciò un grido di terrore e scomparve per sempre lontano.
Verso le sette, sotto di lui risuonò un fischio che aveva qualcosa di umano. Fino a quel momento aveva udito tutto un concerto incessante eseguito da passeri, cardellini, usignoli, canarini, pettirossi, ma quell’ultimo fischio era completamente diverso. Non era più un cinguettio. Era un vero e proprio fischiettare. Lorenzo si risolse a guardare giù nonostante le vertigini. Vide allora passare suo cugino Benedetto, che abitava nella villa accanto, con fare baldanzoso e con le mani in tasca.
-   Ehi!- gridò con quanto fiato aveva in gola. – Ehi!
Il cugino si fermò. Guardò a destra, guardò a sinistra, poi si girò e guardò dietro di sé, ma non vedendo nessuno, proseguì la sua marcia.
-   Ehi! Benedetto! Accidenti. Dico a te deficiente!
Infine Benedetto guardò in su e vedendo il cugino seduto sulla finestra, restò attonito a bocca aperta, come se stesse posando per la statua dello spaventato del presepe.
-   Per Bacco! – esclamò- Che diavolo fai lassù?
-   Non ti interessa, aiutami a scendere.
-   Sì, però come ci sei arrivato?
         -    Non ti riguarda, aiutami a scendere.
              -    Sì, ma come ti è venuto in testa?
              -    Non ti interessa, prendi quella scala.
              -    Cosa?
              -    La scala.
-       Quale scala?
-       Quella che è per terra.
-        Dove?
-        Là. Dove guardi? Non lì. Là. Ti dico non lì. Là, là.
-        Ah! Ecco! Là, quella scala là.
-        Sì appunto, prendila.
-        Va bene. L’ho presa e ora?
-         Mettila qua, sotto la finestra.
-         O. K. Ma perché sei sulla finestra?
-         Tieni forte quella dannata scala e cerca di stare zitto.
-        O.K. Tengo forte. Ma che ci facevi sulla finestra?
Lorenzo si decise a scendere e quando i suoi piedi presero contatto con il suolo, credette di avere realizzato tutti i sogni della sua vita. Il cugino però non si dava per vinto e continuava a chiedere. Dunque bisognava dargli una risposta.
-         Avevo visto un nido di rondini sotto la grondaia.
-         Un nido di rondini? A Luglio?
-         Sì, perché?
-         Perché le rondini non fanno il nido a luglio.
-         Beh, queste avevano deciso di farlo a luglio.
-         Ma neanche per sogno! Fanno il nido ad aprile.
-         Le rondini che ho visto io, lo fanno a luglio.
-          Tu sei scemo e visionario.
Questo dialogo increscioso terminò dopo che Lorenzo l’interruppe girando le spalle e lasciando il cugino in asso, perplesso e preoccupato a pensare che aveva perso il cervello e che l’aria insalubre della sua famiglia allargata aveva ormai minato la sua povera psiche.

4
Umoristico / Sotto mentite spoglie
« il: Febbraio 20, 2013, 12:51:16 »
       Le era sempre piaciuto leggere e indulgere nella narrativa di ogni genere. Forse rientrava nel novero di quelle persone la cui fantasia è fervida ed ha bisogno di essere alimentata di continuo.
Andrea aveva sempre ammirata tale prerogativa della moglie. Era una patita di grandi scrittori e d’illustri giornalisti. Si documentava e sapeva ogni cosa su di loro. Riguardo a ciò, il marito la prendeva in giro e quando avvertiva che s’appassionava troppo di questo o quest’altro scrittore, diveniva vagamente geloso.
Durante un viaggio a Milano, conobbe il fratello di un giornalista famoso e nella sua mente diabolica partorì all’istante l’idea di uno scherzo.
Divenne amico del suddetto e l’invitò a casa sua. Spiegò che la moglie era un’ammiratrice del fratello e sarebbe stata entusiasta di fare la sua conoscenza. Anzi! Avrebbe dovuto farsi passare proprio per il giornalista e giocare un tiro bonario alla sua consorte.
-Non se ne parla nemmeno, caro mio! Come potrei farlo! No, no. Quello che proponi è troppo azzardato! Avrò piacere di venire a casa tua quando vorrai, ma non chiedermi di presentarmi sotto mentite spoglie.
Guglielmo, così si chiamava, fu determinato nel rifiutarsi e si salutarono col proposito di rivedersi a casa d’Andrea.
L’occasione era sembrata troppo allettante e lui continuava a pensarvi e ad immaginare tutta una pantomima di cui sarebbe stato volentieri il regista.
Caso volle che Silvia, un’amica della moglie, anche lei fanatica di scrittori, prese a parlargli di un libro pubblicato proprio da quel giornalista.
-L’ho conosciuto! Ah quello, sì sì! Abbiamo instaurato una simpatica relazione. Pensa che verrà a trovarmi a casa.
Ostentava un’aria di sussiego.
-Cosa! Hai conosciuto Marrani?  Ma va!
L’amica era incredula. Lo scherzo diveniva impellente vista la situazione  favorevole.
Sollecitò la moglie ad organizzare un ricevimento cui avrebbe invitato il famoso scrittore e giornalista.
Arrivò dunque la famosa serata e la loro dimora era agghindata a festa. I saloni erano sfolgoranti di luci e i vasi di fiori erano sparsi a diffondere il loro fragrante olezzo.
La padrona di casa era eccitata ed ansiosa di conoscere l’illustre personaggio, e l’amica lo era più di lei.
Guglielmo arrivò puntualmente e Andrea lo presentò alla moglie dicendo: -Cara ecco qua Terenzio Marrani, non vedevi l’ora di conoscerlo, ed eccoti accontentata!
La persona in questione restò paralizzata e con un mezzo sorriso. Parve voler ribattere, ma il suo ospite continuò: -Per gli amici è Terry, puoi chiamarlo così. Oh Silvia! vieni ti presento il grande Marrani.
-Non sono…- aveva cercato di dire il poveretto imbarazzato.
-Sì certo, non sei in perfetta forma. E’ comprensibile, sei sceso sola un’ora fa dall’aereo.
Andrea era come un bulldozer, andava avanti per la sua strada. Un uomo meno deciso, si sarebbe perso d’animo udendo i reiterati tentativi dell’amico di svelare la realtà, ma lui invece non si scompose e rimase imperturbabile.
Nel frattempo tra i convitati s’era sparsa la notizia di quella prestigiosa presenza, cosicché tutti volevano fare la conoscenza del famoso scrittore. Questi si sentiva preso in trappola e non riusciva più a districarsi da quell’assurda situazione.
Silvia, che era ancora nubile e sempre speranzosa di accasarsi, prese in disparte Andrea e: -Sai se è sposato?- chiese con finta indifferenza.
-No, non lo è. E’ uno che s’innamora e disamora in continuazione. Molto volubile insomma. Credo che abbia avuto una serie infinite di fidanzate, ma sempre il fidanzamento è andato in fumo. Mi ha raccontato che solo una volta gli invitati, i testimoni e il prete erano schierati ai posti di partenza e, all’ultimo minuto, lui ci ha ripensato.
Il viso dell’amica tradì un’espressione di sconcerto.
-Il povero Marrani adesso è condannato a sorbirsi le ciance di tua moglie su tutti gli scrittori del mondo.
-Sì però guardala come è felice e gongolante!
Nel frattempo alla festa era sopraggiunta Ilaria, un’altra amica di famiglia. Era un tipo dai capelli rossi, logorroica ed impicciona. Si dava arie da intellettuale ed era piuttosto saccente.
Non appena le indicarono il famoso scrittore, sgranò gli occhi ed ammutolì. Poco dopo: -Marrani? Quello? Ma non è lui!- esclamò.
Nessuno le fece caso ed allora s’avviò verso Andrea come se avesse da denunciare il delitto del secolo!
-Ehi Andrea! Per chi si fa passare quello?
-Come sarebbe a dire! Smettila Ilaria, non cominciare con le tue solite trovate!
-Io ho visto Marrani poche volte, ma non è quello!
Pareva stesse svelando uno dei tanti misteri di Londra.
-Ha parlato la grande critica letteraria!- Andrea non desisteva.
-Ti dico che non è lui!
-E io ti dico che sei una visionaria!
In quel momento Silvia si stava avvicinando di nuovo ed aveva udito l’alterco.
-Su cosa non vi trovate d’accordo?- chiese curiosa.
Ilaria era tutta eccitata ed in fermento: -Quello non è Terenzio Marrani! Non so chi sia, ma è certo che non è lo scrittore.
-Cosa!
- Andrea dice che è lui e invece io dico che non è lui.
-Cosa!
- Ho detto ad Ilaria che è una visionaria.
-Cosa!
-Hai intenzione di continuare a dire ‘Cosa?’ o ritieni che prima o poi la smetterai?
Lui aveva assunto l’aria di un giudice istruttore.
La povera Silvia aveva l’espressione di un pesce lesso! Ma improvvisamente fu folgorata da un’idea: -Bisogna dirlo a tua moglie.
Un attimo dopo, fuori, risuonò il fragore di un tuono ed il temporale che era in agguato da tutto il pomeriggio esplose con una violenza che, probabilmente, colse di sorpresa finanche il barometro posto in bella mostra sul terrazzo.
Nel frattempo Silvia si stava dirigendo verso la padrona di casa con il passo di un giaguaro.
-Ho da dirti una cosa terribile!- esordì.
L’altra la guardò sorpresa: -Prima aiutami ad offrire le tartine.
-No, prima ascoltami. Ilaria dice che quello non è lo scrittore Marrani.
-Le solite idiozie di Ilaria. Dai aiutami.
-Mi hai sentito? Non è chi dice d’essere!
-Già! E chi dovrebbe essere?
-Non lo so, ma Ilaria dice che non è lui.
La moglie posò il vassoio con le tartine: -Se è così convinta, che lo dica a lui.
Silvia restò interdetta, ma non si lasciò scoraggiare. Girò sui tacchi e fece vela verso Ilaria: -Senti, se ne sei così convinta, perché non lo dici a lui personalmente?
L’altra parve imbarazzata, ci pensò su, poi si erse su tutta la persona, alzò la testa e s’avviò verso Marrani come Mosè verso il Sinai.
-Mi consenta, cosa l’ha spinta a divenire scrittore e in quale anno ha pubblicato la sua prima opera?
Quello si sentì preso in contropiede, arrossì e cominciò a farfugliare:
-Io…….io, beh, sa io………
-Ha sempre pubblicato con la stessa casa editrice oppure no?
Guglielmo era in preda al panico. L’altra invece era ormai decisa a non mollare la presa.
-So di poter sembrare scortese, ma io dubito che lei sia chi dice d’essere. Sa, ho visto Terenzio Marrani qualche volta e non aveva la sua faccia.
La resa era ormai inevitabile, lo pseudo scrittore cercò di ridere, ma vi riuscì male: -Sì, io e mio fratello ci somigliamo poco. Ma non è stata mia l’idea di farmi passare per lui.
Ilaria pareva Sherlock Holmes in piena azione!
-Ah ecco! Lei è il fratello!
-Sì, invece Andrea ha deciso di farmi passare per lui. Credo che il nostro ospite sia proprio un giocherellone-.
Cercò di nuovo di ridere, ma vi riuscì peggio di prima.
Già Ilaria era corsa in cerca della padrona di casa che aveva ripreso il vassoio delle tartine in mano. Glielo tolse e la trascinò verso Guglielmo.
-Hai visto! Avevo ragione! E’ il fratello. Andrea ha architettato tutto.
Il protagonista dello scherzo in quel momento avrebbe voluto sprofondare!
-Signora, mi spiace, avrei voluto fare desistere suo marito. Ma sa, quando si mette in testa una cosa, penso che sia peggio di Hitler durante l’invasione della Polonia.
Il viso della moglie aveva assunto tutte le varie tonalità dell’arcobaleno. Poi con aria terrea  esclamò: - Io sono stata egualmente felice d’averla a casa mia! Ma mi dica come si chiama in realtà?
-Sono Guglielmo. Guglielmo Marrani. Ho due anni meno di mio fratello e non ci somigliamo neanche un po’. Non se la prenda con suo marito. In fondo ha solo voluto animare la festa.
-E c’è riuscito proprio bene!- Queste ultime parole furono pronunciate con tono di tempesta!
Quando gli invitati furono andati via, fra i due coniugi scoppiò un tale temporale in confronto al quale quello di poc’anzi sembrava un leggero nubifragio.
-Andrea non voglio più parlare con te! Sei uno screanzato e certi scherzi li vai a fare a tua sorella!
-Quante storie! Pensavo di farti cosa gradita e poi era uno scherzo innocente!
-Lo scemo che sei! Altro che innocente! Mi hai messo in una situazione terribile! Ero alla berlina di tutti! Non ti parlerò più per un anno.
-Anche per due anni! Starò in pace! Sei una zuccona e non vuoi capire che l’ho fatto per vederti felice!
-Felice un corno! E’ così che si fa felice una persona?
Lei non perdeva le staffe tanto facilmente, ma questa volta si sentiva proprio offesa ed umiliata. C'è da dire altresì che l’affetto fra due sposi è una grazia del cielo e perciò, di lì a poco, la sua collera improvvisa cominciò ad acquetarsi e ben presto si sarebbe placata del tutto. Si era ingegnata a tener vivo il suo risentimento, ma l’idea di non rivolgergli più la parola non le andava a genio. Andava ripetendo a se stessa che il marito era il classico esemplare di cocciuto irriducibile buontempone, ma al tempo stesso una voce interiore non cessava di ripeterle che quell’uomo, benché ostinato come un mulo, era buono come un agnellino e, di questi tempi, trovare uno come lui era cosa rara.
Andrea se n’era andato immusonito a guardare la televisione e stava riflettendo che, nell’impeto della collera, aveva rivolto alla moglie epiteti spiacevoli e non era lecito dunque aspettarsi che dimenticasse tutto all’istante.
Invece, lei lo sorprese alle spalle e lo abbracciò. Si sentì attraversato da una specie di corrente elettrica.
-C’è qualcuno lì dietro?
-C’è qualcuno fra le mie braccia?
-Sei tu tesoro?
Anche lei provò la stessa sensazione di corrente.
-Oh Andrea tesoro!
-Hai detto ‘tesoro’?
-Certo che ho detto ‘tesoro’, cos’altro avrei potuto dire?
-Allora è tutto a posto?- La voce di lui era da beota gaudente.
-Sì certo Andreuccio.
-Sia lodato Dio! Mi sono sentito sull’orlo del suicidio!
-Ecco che ricominci!- Ma non poté continuare oltre perché il marito, voltandosi, le aveva tamponato le labbra con le sue.

 




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