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Topics - Doxa

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Parliamo di... scrittura / Dire la poesia
« il: Agosto 07, 2022, 18:06:31 »
Ai poeti del forum segnalo il libro di Mariangela Gualtieri, titolato “L’incanto fonico. L’arte di dire la poesia” (edit Einaudi, pagg. 148, euro 14)

La Gualtieri evidenzia che la lettura o la recitazione di un testo poetico o letterario non vengono insegnate a scuola.

Declamare una poesia significa dare  “forza orale-aurale al verso”.

Il testo è come uno spartito musicale, con ritmica e melodia e ogni poesia pretende di essere detta nel modo migliore.

Dire una poesia è come un rito e a questo occorre essere iniziati.

Tutto muove dalla certezza che la poesia attui la massima efficacia nell’oralità, nell’incanto fonico.

Non si tratta di esprimere un sentimento o un’emozione. La voce, quando dice una poesia, deve compiere una magia, una sorta di transustanziazione, deve liberare  nell’aria il verso.

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Pensieri, riflessioni, saggi / Amore passionale
« il: Agosto 05, 2022, 08:57:06 »

Pietro Canonica: “L’abisso”, 1909, Roma, Museo Pietro Canonica a Villa Borghese

Questo gruppo scultoreo  raffigura l’abbraccio  di due amanti come rappresentazione dell’amore passionale che trascina in un vortice fatale, nell'abisso, ed evoca l’amore di “Paolo e Francesca”, citati da Dante Alighieri nel Canto V dell’Inferno. Il poeta li colloca fra i lussuriosi del II Cerchio.

Nell’episodio è Francesca la sola a parlare, mentre Paolo tace e piange alla fine del racconto della donna, la quale tra l’altro dice:

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona”. 


Le due figure sono rappresentate in ginocchio davanti a un immaginario baratro. 

Braccia, mani e capelli si uniscono, i loro abiti si confondono nelle pieghe dei vestiti.

I volti sono affiancati e gli sguardi rivolti verso l’invisibile voragine che sta per inghiottirli.

In molti vedono nell’opera la celebrazione dell’esaltazione della giovinezza e della vita.

3
Pensieri, riflessioni, saggi / Simulare, dissimulare
« il: Agosto 04, 2022, 10:54:20 »
Cara mia regina d'Autunno oggi voglio parlarti di un  poeta quasi  tuo “compaesano”:  Torquato Accetto (1590 circa – 1640), nato a Trani.

Nel 1612 si trasferì  ad Andria per lavorare come segretario dei duchi Carafa, poi  nel 1618 a Napoli.

Questo letterato è noto per il suo libello titolato “Della dissimulazione onesta”, pubblicato nel 1641.

Il trattato consiglia  il cortigiano, in particolare il “secretario” di chi ha potere, come essere abile nelle relazioni sociali fra le istanze poste dalla sua coscienza civile e cristiana e la necessità di sottrarsi alla censura e alla repressione imposta dalla legge per i dissidenti.

Diverse strategie si possono adottare per evitare di manifestare in modo palese il proprio pensiero, i propri sentimenti o propositi e frequentemente ci si trova a scegliere fra simulazione e dissimulazione.

La dissimulazione, che fu al centro dei dibattiti all’epoca, non è per Accetto sinonimo di menzogna ma invito alla cautela. Egli differenzia la simulazione, moralmente riprovevole perché viziata da cattive intenzioni, dalla dissimulazione, che invece pareva al poeta l’unico rimedio per difendersi dai simulatori.

Così descrive i due non opposti atteggiamenti: "Io tratterei pur della simulazione e spiegherei appieno l'arte del fingere in cose che per necessità par che la ricerchino; ma tanto è di mal nome che stimo maggior necessità il farne di meno, e, benché molti dicono: “Qui nescit fingere nescit vivere”, anche da molti altri si afferma che sia meglio morire che viver con questa condizione [...] Basterà dunque il discorrer della dissimulazione in modo che sia appresa nel suo sincero significato, non essendo altro il dissimulare che un velo composto di tenebre oneste e di rispetti violenti, da che non si forma il falso, ma si dà qualche riposo al vero, per dimostrarlo a tempo".

I verbi “simulare” e dissimulare” derivano  dall’aggettivo  in  lingua latina “similis” (= rendere simile).

Per traslato il verbo simulare venne ampliato di significato e passò ad indicare “fare finta”, fingere” e tale significato ha ancora oggi nella lingua italiana

Ovviamente dissimulare deriva da simulare, con l'aggiunta del prefisso "dis-", che si usa per indicare l’opposto, di "rendere dissimile.  Anche da questa accezione, come nel caso precedente, se ne sviluppa, per traslato, una seconda, nella quale il verbo assume il valore di fingere, celare, nascondere i propri sentimenti o il proprio pensiero.

”O segredo do sucesso, nos negócios como no amor, é a dissimulação. É preciso dissimular o desejo que se sente, é preciso simular o desejo que não se sente. É preciso mentir”.
René Girard (filosofo francese, 1923 - 2015)

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Laboratorio di scrittura creativa / Villeggiare
« il: Luglio 31, 2022, 16:14:43 »
Villeggiare: questo verbo evoca tempi lontani, abitudini  della nobiltà e  parte della borghesia, che durante l’estate dalla città si trasferivano nella villa rurale: si andava e si stava in villa, o nella residenza padronale di campagna, con radi e scelti incontri: persone che avevano opinioni simili.


Evariste Carpentier, “In villeggiatura”, olio su tela, 1902 circa, Musée Fabre, Montpellier.

La villeggiatura richiama alla mente anche le tre  commedie che Carlo Goldoni scrisse nel 1761:
“Le smanie della villeggiatura”, “Le avventure della villeggiatura”, Il ritorno dalla villeggiatura”; esse costituiscono la cosiddetta «trilogia della villeggiatura», rappresentate per la prima volta al teatro San Luca di Venezia nell’autunno del 1761.

Le tre esilaranti rappresentazioni teatrali puntano gli strali contro la moda del villeggiare da parte di numerose famiglie della borghesia contemporanea al commediografo: volevano un tenore di vita dispendioso, non adeguato ai propri mezzi finanziari.

Tra cicisbei, gelosie, amori passionali, sprechi e dissipazioni,  Goldoni  descrive tre diversi momenti del villeggiare borghese.

I personaggi principali di queste tre commedie  sono “persone che ho voluto prendere precisamente di mira; cioè di un rango civile, non nobile e non ricco; poiché i nobili e ricchi sono autorizzati dal grado e dalla fortuna a fare qualche cosa di più degli altri. L'ambizione de' piccioli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch'io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile”.

Nel nostro tempo anziché villeggiatura usiamo il sostantivo “vacanza”, ma questo ha diversa capacità evocativa. C’è l’eco di qualcosa a cui ci sottraiamo e che ci tiene “legati”, per esempio il lavoro.

Andare in vacanza significa sciogliersi dai “lacci”, ma non denota “verso dove” (in villa) come indica il verbo villeggiare, che fa presumere il possesso di un’ampia abitazione con giardino o parco.

Oggi tutti si scambiano domande sulle ferie, fanno programmi di come trascorrerle, cosa fare.

Andare in ferie non è né villeggiare né andare in vacanza: non evoca esclusività e possesso dell’uno, e non la spigliatezza liberatrice dell’altro. Le ferie alludono al riposo dopo mesi di lavoro, al servizio del quale sono concepite e utilizzate.

La villeggiatura e la vacanza fanno pensare alla decisione soggettiva, invece le ferie appartengono alla razionalità delle aziende: ripartiscono individui, determinano i tempi, prevedono le sostituzioni, fissa le presenze. Ferie irregolari e arbitrarie romperebbero il ciclo produttivo dell’impresa.

Il nostro tempo poco conosce  la “civiltà del villeggiare” o l’estrosità della vacanza, perché chiuso nella “gabbia” rigida e razionale delle ferie, nelle soste organizzate.  Ma pur in esse ci sono varchi di libertà, di spensieratezza, senza vincoli di luogo o di classi sociali.

Villeggiatura, vacanza e ferie: queste tre specie sono comunque raccolte nel cerchio magico dell’otium, che è  la componente estetica del vivere, in contrapposizione all’ananke, il fato/necessità che ci prende gran parte della vita.

5
Cinema e Tv / Tantum ergo
« il: Luglio 20, 2022, 16:51:48 »
Come si frega la plebe. Un grandissimo   Vittorio Gassman nei panni di un cardinale placa la folla inferocita...

Cliccare sul link

https://youtu.be/TI-IJ5UiypU

vorrei essere bravo come Gassman nel recitare con quell’enfasi

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Anch'io ho scritto un aforisma / Esame di coscienza
« il: Luglio 16, 2022, 22:25:04 »
Niccolò Tommaseo: “Ascoltate i pensieri, i presentimenti della notte, perché in quella pace come sommesso rumore lontano, si fa la coscienza sentire”.

Lo scrittore e linguista Tommaseo (1802 – 1874) con questo aforisma si riferisce a quel che un tempo (nel linguaggio spirituale) era detto l’esame di coscienza, nel nostro tempo è un esercizio poco praticato, specie la sera, quando si è nel letto  prima di addormentarsi.

Apparentemente si è in pace con sé stessi e si è sereni perché viene ignorata la “voce della coscienza”, mentre sulla città cala il velo del silenzio, accompagnato dal sudario dell’oscurità, parabola delle nostre paure, del nulla e del male.

Tacciono i rumori, svaniscono le immagini quotidiane. E’ il momento in cui si è soli con sé stessi e possono affiorare nella mente riflessioni, pentimenti, scrupoli, giudizi.

La speranza è, allora, la fiaccola che permette di avanzare  quando il buio ci avvolge e non si intravede la meta.

7
Pensieri, riflessioni, saggi / "Odi profanum vulgus"
« il: Luglio 06, 2022, 18:26:00 »
“odi profanum vulgus, et arceo” (= odio il volgo profano, e lo tengo lontano [da me]): questo famoso verso  fu scritto dal poeta di epoca romana Quinto Orazio Flacco (65 a. C. – 8 a. C.) nella prima  strofa del terzo libro delle “Odi” per esprimere il suo atteggiamento di  distacco dal popolo (profanum vulgus), incapace di comprendere la bellezza della poesia e indegno di accedere al tempio dell’arte,  specificando che solo un'élite può capire quello che lui  afferma ed è in grado di apprezzarlo.

Successivamente la frase divenne un proverbio in cui si esprime una sdegnosa superiorità verso la massa plebea.

Nel solenne proemio Orazio si presenta come sacerdote delle Muse nell’atto di officiare un rito dal quale sono esclusi i profani.

1 “Odio il volgo profano e lo tengo a distanza. Fate silenzio; per i ragazzi e le vergini, da sacerdote delle Muse, io canto canti mai prima uditi…” (Odi, III, 1). 

Questa frase di Orazio mi evoca Giacomo Leopardi, il quale ne “Le ricordanze” scrisse:

“Né mi diceva il cor che l’età verde
sarei dannato a consumare in questo
natio borgo selvaggio, intra una gente
zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
argomento di riso e di trastullo,
son dottrina e saper”
.

Per l’oratore e retore Quintiliano (35 d. C. circa – 96): la plebe è “ciarliera e maligna”, perciò, secondo il filosofo e politico Seneca (4 a. C. – 65):  “non bisogna gioire del suo favore né dolersi del suo disprezzo”.

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Laboratorio di scrittura creativa / "Tempus fugit, amor manet"
« il: Giugno 03, 2022, 18:42:34 »


Il sole sta tramontando. Sembra scendere nel mare che vedo dal mio balcone.

La quiete apparente della sera sopra le case si dipana con lentezza e avvolgente malinconia, che conduce ai ricordi e alla nostalgia del tempo perduto, lo stesso tempo di Marcel Proust. Questo scrittore libera il ricordo dal suo nascondiglio, infrange la dicotomia tra passato e presente, perché il tempo è uno solo.

Uno degli insegnamenti proustiani lo si trova nel romanzo “Anonimo veneziano”, scritto da Giuseppe Berto:  il coraggio di non farsi coinvolgere dalla nostalgia, dal tempo perduto, dal passato che torna nella memoria e diventa presente, l’incontro tra nostalgia e morte.

Lui, musicista, sa che la sua esistenza è al capolinea, perché  affetto da un male incurabile; lei nonostante abbia un legame con un altro uomo, non lo ha mai dimenticato.

Will Barnet: “Woman by the sea” (“Donna al mare”), 1973, litografia a colori

Il pittore americano Will Barnet (1911 – 2012) è  noto per i suoi dipinti, acquerelli , disegni e stampe con figure umane o animali in scene casuali della vita quotidiana o  in mondi onirici trascendenti.

il mare è una tema ricorrente nella nostalgia.

La nostalgia ci dice costantemente che tutto ciò che abbiamo vissuto, che abbiamo amato, non ci appartiene più.

Le persone incontrate, forse per caso, forse per destino, che in qualche modo mi hanno consolato, mi hanno fatto scorgere nuovi orizzonti, poi sono scomparse dalla mia quotidianità.

Capita frequentemente con le amicizie virtuali: nomi di persone o nick che mi furono vicini da sembrarmi inseparabili, sono ormai lontani da me. Proseguono il loro cammino nella vita come se non fossero più ciò che sono stati, obbedendo a quella legge arcana che dà alle amicizie un tempo determinato, oltre il quale l’amicizia si attenua, fino a scomparire, per consunzione o mutamento d’interessi. Qualcosa dentro di noi evolve e ci si perde, ci si divide.

Le amicizie virtuali hanno un ciclo, come gli amori.

A molti rimane il rimpianto, la nostalgia, ad altri l’indifferenza.

C’est la vie !

9
Cassonetto differenziato / "Quando ci separammo"
« il: Giugno 01, 2022, 12:14:27 »
George Gordon Byron

Quando ci separammo

Quando ci separammo
In lacrime e in silenzio,
Coi nostri cuori infranti,
Per anni abbandonandoci,
La tua guancia divenne fredda e pallida;
Piú gelido il tuo bacio;
In verità quell’ora ci predisse
Di questa il gran dolore!

La rugiada del mattino
Fredda mi si posò sul ciglio;
Mi apparve come il segno
Di ciò che provo ora.
Ogni tuo giuramento s’è spezzato,
La tua reputazione è fragile :
Pronunciano il tuo nome
Enumerandone tutte le vergogne.

Avanti a me pronunciano il tuo nome,
Come un rintocco funebre ai miei orecchi;
E mi percorre un fremito —
Perché tu mi fosti sí cara?
Essi non sanno che un tempo ti conobbi,
Che ti conobbi bene :
A lungo, a lungo ti dovrò rimproverare,
Ed è troppo difficile parlarti.

Segretamente noi ci incontravamo:
Ora in silenzio mi affliggo
Che il tuo cuore abbia già dimenticato,
Che il tuo spirito m’abbia ormai ingannato.

Se io ti dovessi incontrare
Dopo un lungo periodo di anni,
Come potrei donarti il mio saluto? —
Con silenzio e lacrime

10
Pensieri, riflessioni, saggi / Accade nella vita
« il: Maggio 02, 2022, 17:01:53 »

John Lennon
 
La frase “Life is what happens to you / while you're busy making other plans
” è nel testo della canzone “Beatiful Boy”, di John Lennon.

La locuzione in lingua italiana: “La vita è quella cosa che ti accade, mentre sei occupato a fare altri progetti”.

La proposizione apparve per la prima volta nel 1957 nella rivista “Reader’s Digest” come citazione attribuita all’americano  Allen Saunders, scrittore e autore di fumetti.   

L’asserzione fa riflettere, perché può accadere che all’improvviso, mentre siamo dediti ad un lavoro o decisi a continuare una professione, oppure  in crisi nella relazione di coppia, ecc.,  si apra una nuova prospettiva che spariglia  la nostra  quotidianità nel bene o nel male.

E' come  “l’esser presi dall’alto e trasferiti in un altro orizzonte”, in uno scenario inatteso,  interiore o esterno, come accadde in modo simbolico  a Saulo o Paolo di Tarso, “folgorato sulla via di Damasco”. Da persecutore dei cristiani divenne missionario del cristianesimo e il  suo primo teologo. 

E’ importante la resilienza psicologica, la capacità dell’individuo di affrontare eventi negativi o positivi e di riorganizzare con successo la propria vita. 

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Anch'io ho scritto un aforisma / Volgarità e bellezza
« il: Aprile 30, 2022, 20:11:16 »
Lo scrittore e filosofo tedesco Ernst Jünger (1895 – 1998) in un suo aforisma disse:  “Profondo è l’odio che l’animo volgare nutre contro la bellezza”.

Volgare: dal latino “vulgaris”, derivato di “vulgus” = volgo, plebe.

“vulgus: antica parola per discriminare la massa  delle persone analfabete, di solito anche povere.  Questo sostantivo fa riferimento a una mancanza di eleganza e di signorilità, a un modo  rozzo nel comportamento.

Nell’uso letterario allude alla plebe contrapposta alla nobiltà. 

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Pensieri, riflessioni, saggi / Pianeta Terra e la complessità
« il: Aprile 18, 2022, 08:34:41 »
Paolo Vineis e Luca Savarino hanno elaborato e pubblicato il testo titolato “La salute del mondo. Ambiente, società, pandemie”, edito da Feltrinelli.

Il suddetto libro è stato recensito sul quotidiano "Il Sole 24 Ore" del 17 aprile scorso dal prof. Mauro Ceruti, filosofo teorico del pensiero complesso.

Nel suo articolo il prof. Ceruti evidenzia  che basta un minuscolo virus, come il “Corona virus 19”  per farci comprendere che viviamo in un mondo complesso: tutto è interdipendente, e insieme causa ed effetto. L’intreccio di tante concause conduce all’imprevedibile.

La complessità è formata da eventi contingenti e singolari, di grande impatto, la cui imprevedibilità è dovuta non semplicemente a un’imperfezione provvisoria ma alla natura dei problemi in questione.

I sistemi complessi sono estremamente sensibili alle perturbazioni che incontrano nelle varie fasi del loro sviluppo, e reagiscono in maniera non correlata alla loro intensità: un evento microscopico  e locale può innescare rapidi processi di amplificazione, fino a produrre effetti macroscopici e globali e fino a trasformare radicalmente il comportamento di tutto il sistema. Così i sistemi complessi possono cambiare in modi improvvisi, imprevedibili.

La pandemia ci costringe a cambiare il nostro sguardo sul mondo, di essere capaci di guardare la complessità del mondo, di evitare tutte le forme di semplificazione che pretenderebbero di determinare la causa unica di un evento.

La pandemia ha reso evidente quanto siano fra loro intrecciati i fili della globalizzazione biologica, antropologica, economica, politica, e come la responsabilità umana si sia estesa verso la natura e verso nuovi ambiti: le specie viventi, gli ecosistemi, il pianeta Terra nella sua interezza, la possibilità stessa della sopravvivenza della nostra specie.

L’inedito contesto rende obsoleto il tradizionale approccio  antropocentrico alla salute, che privilegia in modo  esclusivo il benessere degli umani a scapito di tutte le altre forme di vita sul pianeta.

La pandemia e la crisi ambientale hanno per la prima volta posto il problema dell’immunità come fenomeno urgente e globale, comune all’intera umanità, che chiede di essere affrontato non solo da un punto di vista individuale e biologico, ma anche sociale e comunitario.

I problemi dell’umanità non conoscono i confini delle singole nazioni: la cura della salute, la stabilizzazione del clima, il mantenimento della biodiversità animale e vegetale, , la transizione alle energie rinnovabili, la lotta contro la povertà, il rispetto e la valorizzazione della dignità umana.

La complessità, cioè la molteplicità di dimensioni intrecciate di questi problemi chiede di non frazionare, di non separare, ma di stabilire legami fra saperi, fra culture. Si continuano infatti a disgiungere conoscenze  che dovrebbero essere interconnesse. Così le soluzioni cercate e proposte sono il più delle volte, esse stesse, parte e causa del problema.

I modi di pensare che sono utilizzati per trovare soluzioni ai problemi più gravi nella nostra epoca globale, come la pandemia ha mostrato, costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi da affrontare. Ciò motiva l’impotenza degli esperti, l’inadeguatezza della politica che si riduce a braccio decisionale fondato su dati scientifici o economici.

Siamo accomunati da uno stesso destino, dagli stessi pericoli, dagli stessi problemi di vita e di morte. E’ un destino che accomuna fra loro tutti i popoli della Terra. Nessuno si può salvare da solo.

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Arte / "Eracle al bivio"
« il: Aprile 16, 2022, 20:49:41 »

 Annibale Carracci: “Ercole al bivio”, olio su tela, 1595 circa, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli. Questa tela era nel “camerino” del palazzo del cardinale Odoardo Farnese, a Roma.  Era al centro del soffitto tra gli affreschi sulla volta a botte.

Nella foto sotto la copia che ha sostituito la tela originale. Questa  nel 1662 fu tolta e trasferita dai Farnese prima nella residenza ducale  di Parma poi a  Napoli.

Il “Camerino” è una piccola stanza,  decorata  da Annibale Carracci tra il 1595 e il 1597.



Fu iconicamente  progettato   come presentazione del cardinale Odoardo Farnese che celebra la sua ascesa nella carriera ecclesiastica, tramite alcuni episodi  dei miti greci di Ercole, Ulisse e Perseo. Il tema simboleggia il trionfo della virtù sul vizio.

Il dipinto raffigura il giovane Ercole  seduto su una roccia mentre medita su cosa fare della propria vita. Incontra ad un bivio due donne, personificazioni allegoriche della virtù (aretè) e del vizio (kakìa)  Ognuna di esse espone al giovane i vantaggi dell'una o dell'altra scelta di vita, tentando di convincerlo a seguire la strada che ciascuna di esse personifica.

Quella sulla destra indossa  veli quasi trasparenti. Essa mostra ad Ercole carte da gioco, maschere teatrali (che simboleggiano l’ingannevolezza) e strumenti musicali;

quella sulla sinistra, la donna vestita, simboleggia la virtù. Con la mano sinistra sorregge il parazonium (un tipo di spada corta), con il dito indice della mano destra gli indica un erto sentiero, in cima al quale c’è il cavallo alato Pegaso, simbolo di virtù, emblema del casato Farnese,  e mezzo per l’ascensione al cielo.

Vicino i  piedi  della donna c’è un poeta coronato d'alloro, pronto a declamare le gesta dell'eroe se questi sceglierà la giusta direzione.

Il paesaggio sullo sfondo è metaforico e diviso in due parti:

sulla sinistra una zona montuosa, si  vede un piccolo tronco di albero tagliato e l’erto sentiero che si snoda  verso la cima;

nella metà  sulla destra  ci sono alberi e arbusti rigogliosi.
 
Secondo la favola quando le donne scomparvero Ercole decise di incamminarsi per il sentiero faticoso, scelse la via indicata dalla Virtù: ebbe così una vita di lotte e di prove, fra cui le famose “dodici fatiche”, ma guadagnò la fama e l'immortalità tramandate dal poeta, raffigurato in basso all’angolo a sinistra nel quadro.

Per  l’iconografia di  “Ercole  al bivio” Carracci  fu motivato  dalla cosiddetta favola di “Eracle al bivio”, scritta dall’antico filosofo e retore  Prodico di Ceo,  vissuto tra il V e il IV secolo a.C. e giunta fino a noi parafrasata tramite un racconto di  Senofonte,  riportato nei “Memorabilia”:  raccolta di dialoghi socratici da parte di Senofonte.

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Cogito ergo Zam / Abbracciarsi
« il: Aprile 12, 2022, 17:57:18 »
Abbracciarsi.



Il verbo transitivo abbracciare deriva da braccio.

Gli abbracci solo esternamente si somigliano. Ci vuole uno sguardo attento per andare oltre il congiungersi delle braccia e percepire la carica emotiva con i significati che comunica.

L’abbraccio  si può ricevere o donare a persone diverse: partner, amici, genitori, nonni, fratelli, figli, nipoti, colleghi….

L’abbraccio non si limita ad avvicinare ma esprime intesa, condivisione. E’ un modo per dimostrare amore, compassione, simpatia o empatia.

Ci sono abbracci che comunicano il bisogno di conforto, il rifiuto di una imminente separazione o il timore di non potersi più riabbracciare.

Abbracciarsi fa bene alla mente e al corpo.

Un aforisma afferma  che “Il linguaggio dell’amore è un linguaggio segreto e la sua espressione più alta è un abbraccio silenzioso".

Sull’abbracciarsi lo  scrittore israeliano David Grossman scrisse un libro pubblicato da Mondadori nel 2010, titolato “L’abbraccio”. E’ un racconto, un breve apologo sulla solitudine e sull’amore. Narra del dialogo fra il piccolo Ben e la sua mamma durante una passeggiata. Il bambino fa alcune domande alla madre, e questa in una delle sue risposte gli dice:

“Ecco, prendi te per esempio. Tu sei unico”, spiegò la mamma, “e anch’io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola”. “Allora abbracciami disse Ben stringendosi a lei”.

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Musica / Alleluia
« il: Aprile 07, 2022, 08:29:30 »
Stamane vi dico buongiorno a suon di musica

 questo è il link

https://www.youtube.com/watch?v=NZb-SVm7eLE

André Rieu - Hallelujah (Leonard Cohen)

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