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Topics - Doxa

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Arte / Ore calde
« il: Luglio 14, 2024, 19:23:26 »
In questo pomeriggio d’estate voglio farvi vedere un dipinto attinente alla calda stagione.


Antonio Maria Nardi, Ore calde, 1938 olio su tavola, cm 120 x 100, collezione Adriano Nardi, nipote dell’autore.

Il dipinto potete ammirarlo insieme ad altri quadri nel Castello Estense di Ferrara, dove è in corso fino al 26 dicembre  la mostra titolata: “Antonio Maria Nardi. I colori della vita”.

Questo artista nacque a Ostellato (prov. di Ferrara) nel 1897 e morì a Bologna nel 1973.

La retrospettiva dedicata al Nardi presenta al pubblico oltre settanta opere tra dipinti, disegni a china e acquerelli.


Antonio Maria Nardi, Estate, 1924, olio su tela, collezione privata

Nel castello estense di Ferrara fino al 26 dicembre c’è anche la mostra titolata “Eterna pittura”,  dedicata  Maurizio Bottoni, nato a Milano nel 1950. I suoi soggetti preferiti  sono le nature morte, i paesaggi e i ritratti. 

Nelle opere di questo pittore sono numerosi i richiami ai dipinti, ai disegni e alle incisioni di grandi artisti del primo Cinquecento come Albrecht Dürer, ma ha riferimenti anche del nostro tempo, come la figurazione di Giorgio De Chirico e di Pietro Annigoni.

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Cinema e Tv / "Le cose che non ti ho detto"
« il: Luglio 06, 2024, 10:02:17 »
Ieri sera su Rai 3  ho visto un film che reputo di buon livello: è titolato “Le cose che non ti ho detto”.

Grace e Edward sono sposati da 29 anni. Entrambi in pensione, abitano nella piccola città costiera di Seaford, nel Sussex.



 

Grace è una donna piacente, religiosa,  raccoglie poesie per farne un’antologia. Cita a memoria i versi di William B. Yeats, Christina Rossetti ed Henry King; lui, più anziano, è un ex insegnante che  continua a fare ricerche del periodo napoleonico.

Una coppia che si sopporta senza infastidirsi a vicenda, ma  entrambi incapaci di tenerezza. Grace un giorno protesta: “Voglio una reazione, un vero matrimonio. Perché scappi sempre da me?”. Edward replica: “Ho sempre la sensazione di essere nel torto con te, mi fai sentire sbagliato”.

Edward e Grace hanno un figlio, Jamie, che vive a Londra.


 

Su richiesta del padre il ragazzo va a  trovare i genitori in un fine settimana. La prima sera del suo arrivo, la cena in famiglia si conclude con una lite tra Grace e Edward, e Jamie si rende conto che il weekend sarà affliggente.

Il giorno dopo Grace si reca in chiesa per la messa e Jamie viene a sapere da suo padre il vero motivo del  suo invito: “Ho intenzione di lasciare tua madre. Per quanto sembri ridicolo, mi sono innamorato”. L’altra donna, di nome Angela, lo rende felice e libero di essere sé stesso.

Il genitore si confida con il figlio e gli racconta del primo incontro con Grace, sul perché  all’epoca ha cominciato una relazione con lei e sui motivi che lo hanno indotto a concludere  il rapporto dopo tanti anni.

Durante la colazione il marito comunica alla moglie che il loro matrimonio è finito, e che da un anno ha una nuova compagna.
Grace non accetta che Edward voglia rompere la loro relazione. Ma la decisione dell’uomo è irrevocabile e se ne va. Prima così mite e remissivo, quasi rassegnato, molla tutto per raggiungere la nuova compagna. Ha  deciso di dire basta,  perché consapevole che non è mai stato veramente felice con Grace,  imperativa ed energica.

Jamie  ha  suoi problemi con una  probabile partner, comunque tenta di confortare sua madre,  ma la donna non ha la forza di reagire.

Molti matrimoni durano anni tra silenzi e solitudini coniugali. Poi per uno dei due giunge il momento di dare una svolta alla propria vita anche se non si è più giovani. 

Il significato del film  è racchiuso in una frase detta nel finale: “All’inizio c’erano tre persone infelici, ora ce n’è solo una”. Questa persona è ovviamente Grace.

La frase può sembrare cinica o crudele, ma nelle relazioni di coppia spesso è così.

Si può decidere di lasciare la propria compagna di vita dopo tanti anni di unione e le si vuole ancora bene ma non è amore ? Sì, può accadere se all’amore non fa seguito la felicità, il fine ultimo, la ragione di un’intera esistenza. Come dire: non è mai troppo tardi per ricominciare, voltare pagina e trovare una seconda strada, nonostante la tarda età, il lungo passato di coppia, un figlio, la tranquillità economica.

L’infelicità non deve essere una condanna ma motivo per cambiare rotta.  L’incompatibilità tra due persone prima o poi emerge e non è sufficiente nasconderla in una dimensione d’amore soltanto illusiva.

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Arte / San Giovanni Battista
« il: Giugno 27, 2024, 18:31:59 »
L’altro giorno, 24 giugno, il calendario ha commemorato  san Giovanni Battista. La ricorrenza mi ha fatto pensare all’evangelista Marco e al suo racconto della decapitazione del battezzatore, detto il precursore di Gesù Cristo.

Dal Vangelo di Marco: “Il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: ‘Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi’. Altri invece dicevano: ‘È Elia’. Altri ancora dicevano: ‘È un profeta, come uno dei profeti’. Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: ‘Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!’.

Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l'aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: ‘Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello’. Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.

Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell'esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: ‘Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò’. E le giurò più volte: ‘Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno’. Ella uscì e disse alla madre: ‘Che cosa devo chiedere?’. Quella rispose: ‘La testa di Giovanni il Battista’. E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: ‘Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista’. Il re diventò triste, ma per rispettare il giuramento fatto alla ragazza davanti ai commensali non volle opporle un rifiuto. E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro”
(6, 14 – 29).

La scena della decapitazione fu dipinta in da Caravaggio durante la sua permanenza a Malta.


Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, “Decollazione di San Giovanni Battista”, 1608,  olio su tela di cm 361 x 520, Oratorio della concattedrale di San Giovanni Battista, La Valletta, Malta.

Nella tela la direzione del fascio di luce, sulla sinistra, è la stessa di quella proveniente  da una finestra dell’oratorio, per cui la scena della decollazione sembra illuminata in modo naturale.

Ci sono il carceriere: dalla sua cinta pendono le chiavi delle celle, con la mano destra indica il bacile;   il carnefice che sta per staccare la testa  di Giovanni con un coltello, il mannarino, che sorregge nella mano destra dietro la schiena;  una giovane che ha un bacile  in cui   mettere la testa del Battista;  un’anziana donna con le mani sul volto per l'orrore; sulla destra  la finestra con la grata, dietro di essa  due carcerati assistono  all’esecuzione; una corda fissata al soffitto e legata ad un anello sulla parete con la finestra fa intuire cos'era successo al santo  prima  di essere slegato ed ucciso.

Giovanni è  disteso in terra con le mani legate dietro le spalle. Un drappo rosso copre la nudità nella zona del bacino; sotto il lenzuolo s’intravede la sua abituale veste di peli di cammello durante l’eremitaggio nel deserto.  In terra, vicino la sua  testa c'è la spada con la quale inizialmente è stato colpito.

Diversamente dall’iconografia classica, con il battista ritratto già senza testa, qui l’artista lo ha raffigurato nel momento precedente. Dalla tela è  possibile intuirne l’antefatto:  Giovanni è stato arrestato, ma Erode, per timore delle reazioni della folla, non osa deciderne la fine, però per esaudire  la giovane Salomé ordina la decapitazione del  santo.

Con difficoltà si può notare la firma dell’autore: “f. MichelAng[e]lo”, vicina  al rivolo di sangue che esce dalla gola del battezzatore.

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Arte / Jesse Draxler
« il: Giugno 11, 2024, 18:52:34 »

 
Jesse Draxler è un artista statunitense nato il 5 gennaio 1981 in un piccola città rurale nel Wisconsin.

Le sue opere uniscono pittura digitale  fotografia, collage. Sono spesso caratterizzate da manipolazioni del volto umano o altre distorsioni visive.  Raffigurano volti scomposti, ma anche soggetti con parti del corpo mancanti o inserite dove non dovrebbero. 

Jesse Draxler sottopone i suoi personaggi a un processo di decostruzione e successiva ricostruzione per mostrarli come esseri paradossali, surreali. Stravolge le caratteristiche originarie per ottenere entità diverse, insolite e inaspettate.

Questo artista è affetto da discromatopsia, una forma di daltonismo che impedisce di vedere chiaramente il rosso e il verde. Anche per questo nei suoi lavori l’uso dei grigi, dei bianchi e dei neri non è casuale: l’artista ha una tavolozza solo apparentemente monocorde, capace però di cogliere le tante sfumature dei cosiddetti “non colori”:
 
“Abbandonare i colori per me è stata una scelta che mi ha permesso di dedicarmi alla composizione, i dettagli, le sfumature”.




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Pensieri, riflessioni, saggi / Incomunicabilità nella coppia
« il: Giugno 01, 2024, 12:23:28 »
Incomunicabilità.

Comunichiamo  con le parole, la prossemica, la gestualità, ecc., ma  riusciamo davvero a farci capire  dalla persona con la quale parliamo ? Riusciamo sempre a trasmettere all’altro/a  le nostre intenzioni ?

Lo scrittore Italo Calvino ne “Gli amori difficili” (raccolta di 15 racconti pubblicata nel 1970) evidenzia la difficoltà di riuscire a comunicare il proprio amore: “gli amori che vivono sono amori incompleti, mai realmente cominciati e sicuramente destinati a non finire”.

L’amore e il silenzio si scontrano. Il significato delle parole rimane sospeso in un limbo.

L’incomunicabilità  rende difficile o impossibile comunicare le proprie emozioni o i sentimenti. Tale incapacità  induce ad una condizione di isolamento e solitudine, come in alcuni film realizzati  dal regista Michelangelo Antonioni: “L’Avventura”  e gli   altri tre film inseriti nella tetralogia esistenziale o “trilogia dell’incomunicabilità”, La notte, l’Eclisse e Deserto rosso).

Quei film privilegiano l’amore con le sue complicazioni. L’uomo e la donna:  due universi paralleli incapaci di convergere in un punto d’incontro.  Da questa assenza di comprensione reciproca, deriva l’incomunicabilità che si traduce col silenzio.

Un altro noto scrittore, Luigi Pirandello, in  “Sei personaggi in cerca d’autore”: “E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo d'intenderci; non c'intendiamo mai!”.

Si legge in “Uno nessuno centomila”: “Ma il guaio è che voi non saprete mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco. Abbiamo usato la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo se le parole per sé sono vuote?” e “C’è in me e per me una realtà mia: quella che io mi do; una realtà vostra in voi e per voi: quella che voi vi date; le quali non saranno mai le stesse né per voi né per me”.

Ascoltare per comprendere ma anche per farsi capire, in reciproca cooperazione dialogica.

Saper ascoltare per capire l'interlocutore è l’attività comunicativa che necessita del coinvolgimento cognitivo, dell’empatia, della capacità di entrare in sintonia con lui/lei comprendendo il suo punto di vista. 

Una frase attribuita all’antico filosofo greco Epitteto afferma: “Dio ci ha dato due orecchie, ma soltanto una bocca, proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà”.

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Cogito ergo Zam / "Dannazione"
« il: Maggio 26, 2024, 17:10:07 »
“Dannazione”

“Chiuso fra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?”


Questo distico fu scritto dal poeta ermetico Giuseppe Ungaretti il 29 giugno 1916 a Mariano del Friuli durante  la prima guerra mondiale cui partecipò come soldato. La sua biografia  influenzò il suo modo di scrivere e la scelta dei temi.
 
I tre versi iniziano con la maiuscola, quasi a formare tre strofe distinte.

Il primo verso comincia con un’ellissi (cioè il verbo essere è sottinteso: “Sono” chiuso fra cose mortali), il poeta riflette sui limiti e sulla finitudine dell’uomo;
 
il secondo verso, tra parentesi,  coinvolge in questa riflessione anche il cielo stellato: benché sembri immutabile, anch’esso un giorno finirà;

col terzo verso,  “Perché bramo Dio ?”  il poeta   si chiede: “Se l’individuo è un essere mortale, chiuso da cose mortali, come può egli desiderare  Dio ?” Perché negli individui c’è il desiderio d’infinito e l’anelito verso il divino ?  Attorno a questa antinomia c’è la secolare ostinazione della filosofia e della teologia, per escogitare le possibili dimostrazioni dell’esistenza di Dio.

La risposta gli  verrà anni dopo, quando Ungaretti troverà posto alle sue inquietudini nella tradizione cristiana. "La parola dell'anno liturgico mi si era fatta vicina nella fede" scriverà dopo un soggiorno di sette giorni presso il monastero di Subiaco nel 1928: da lì gli verrà l'ispirazione per gli "Inni": "Dio, guarda la nostra debolezza" dirà nella "Pietà".

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Pensieri, riflessioni, saggi / "Tris di cuori"
« il: Maggio 24, 2024, 15:10:50 »
A Roma, nel teatro Golden, dal 9 al 19 maggio scorsi c’è stata la rappresentazione della commedia titolata “Tris di cuori”, con l’attrice Paola Barale ed altri attori.


Simone Montedoro, Paola Barale, Mauro Conte

La recensione dello spettacolo mi dà l’opportunità di argomentare sulla stanchezza del legame nel rapporto di coppia e si cercano altre opportunità…


La trama. Maria e Teresa (due persone in una, interpretate da Paola Barale) scrittrice di romanzi rosa, porta alle estreme conseguenze la sua incapacità di scegliere tra due partner.

Maria è la moglie di Giorgio (l’attore Simone Montedoro, docente di matematica “vecchio stampo” con sfumature decisamente noiose), nel contempo, per tre giorni a settimana è Teresa, moglie di Danny (l’attore Mauro Conte, musicista squattrinato ma di belle speranze, influenzato dai consigli dello sciamano Jim Morrison).

Due mariti, e la certezza che la felicità si raggiunge in tre, il numero perfetto.

Teresa spiega all’amica editrice Sara (Ilaria Canalini) che ciò che non troviamo in un partner induce l’insoddisfazione e la voglia, di colmare quelle mancanze cercando rifugio tra le braccia anche di un altro uomo.

Ma accadono gli imprevisti, come la gravidanza, che la costringe a fare i conti con un’altra realtà. Da lì la situazione tra comico e il tragico precipita con numerosi colpi di scena.

Ovviamente è una situazione fantasiosa, costruita sulla continuità dell’amore nel rapporto di coppia. La commedia fa ridere ma offre anche momenti di riflessione.


In un’intervista alla rivista “Vanity Fair” Paola Barale ha detto:

“Spesso non basta una persona sola per avere un rapporto di coppia perfetto. È forse per questo che i rapporti a due, quelli esclusivi che sogniamo tutti, oggi sono sempre più rari. Non conosco nessuno, me compresa, che non abbia subito tradimenti o che non abbia tradito. Nella mia mente resta solo il rapporto tra i miei genitori, insieme da 60 anni. Io, però, non li ho mai visti litigare. Il loro è sempre stato un rapporto rispettoso, ma d’altri tempi. Una volta quando si rompevano le cose, si tentava di aggiustarle. Oggi si buttano. Ma attenzione: restare insieme a ogni costo è sbagliato. Quando due persone non hanno più niente da dirsi, devono avere la possibilità di lasciarsi”.

E continua: “A me è capitato di essere corteggiata, e dopo di vedere sparire l’entusiasmo. Ma una relazione non la puoi abbandonare, non la puoi dare per scontato. Succede che ci si abitua, e spesso se ci sono i figli si resta. Io sono sempre andata via. E, forse alla luce del mio passato, adesso sto valutando l’idea dei due uomini. In passato preferivo l’esclusività, ma oggi credo che riuscire ad avere due situazioni in contemporanea voglia dire avere dei rapporti onesti e molto elevati. Finora non mi è mai capitato, ma non lo escludo”.

Paola al momento è single: “quello che vorrei mi sembra che non esista - dice - Vorrei un uomo che abbia tempo per me. Di solito devono sempre scappare, e io non ho voglia di correre dietro a nessuno. Fortunatamente non credo che sia necessario avere per forza un uomo vicino, mi basto da sola. Non ho figli e sono abbastanza forte per affrontare le separazioni. Non resto quando non ne ho voglia. E non mi accontento. È una questione di coerenza nei confronti di me stessa. Ho imparato da piccola l’indipendenza”.

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Letteratura che passione / "Inviti superflui"
« il: Maggio 19, 2024, 16:14:18 »
“Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo  leggero, dicendo cose  insensate, stupide e care”.

Queste parole  forse evocano i “fidanzatini” che disegnava il vignettista francese  Raymond Peynet. Suscitano tenerezza. Furono scritte dall’indimenticato autore del “Deserto dei Tartari”, Dino Buzzati (1906 – 1972), giornalista e scrittore, ma nel tempo libero anche musicista e pittore.

La frase è nella narrazione titolata “Inviti superflui”, nella raccolta “Sessanta racconti”, pubblicata nel 1958.

Il protagonista chiede ad una donna che ama  di accompagnarlo  nella vita, ma poco a poco comprende che l’amata è diversa da lui e  continuerà da solo il cammino.

L’innamorato vede scorrere davanti a sé  liete stagioni, come in un sogno costantemente interrotto dalla coscienza.

Dino Buzzati: “Inviti superflui”. Questo è il testo:

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.

Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava.

Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.

Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati.

Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra.

Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.
Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione.

Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

Ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care.
Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione.

Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna.
Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.
Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.

Ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti “Che bello! “, ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.

Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica.

Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo.

Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi.

Ed io sarei solo, è inutile.

Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita.
Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti.
Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia.
Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo.
Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.

Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare.
Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me.

Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre.
Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose”.



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Pensieri, riflessioni, saggi / Preghiera dell'ateo
« il: Maggio 12, 2024, 11:31:19 »
“Ah, mio dio, Mio Dio,
perché non esisti?
Dio onnipotente, cerca (sfórzati) a furia di insistere
almeno di esistere”.


Queste frasi le scrisse il poeta livornese Giorgio Caproni (1912 – 1990): la  sua ricerca di Dio sembra una caccia alla preda che continuamente fugge, ma in realtà non esiste. Tuttavia la consapevolezza non determina la fine della caccia, ma tramite una preghiera teopoietica  produce la paradossale relazione di dipendenza dell’individuo nel Dio che gli manca.

Quella che Caproni chiama la sua “ateologia”  esprime interrogativi: il rammarico: “Ah, mio Dio, Mio Dio. Perché non esisti?”, la sarcastica esortazione: “Dio di volontà, Dio onnipotente, cerca (sforzati!) a furia d’insistere – almeno – d’esistere”.

La preghiera è un atto di comunicazione con il divino, un momento di riflessione e di connessione con il sacro.

Un altro “cercatore” di Dio che spiava eventuali segnali del dominus negato, fu il poeta francese Pierre Reverdy (1889 – 1960): “Ci sono atei  di un'asprezza feroce, che tutto sommato si interessano di Dio molto più di certi credenti frivoli e leggeri”. 

Infatti la linea di frontiera passa  non tra chi crede e chi nega, ma tra chi pensa e s’interroga e chi banalizza e si immerge nell’indifferenza o la superficialità.

Un altro “ideale fratello” di Caproni fu lo scrittore ateo russo Aleksandr Zinov’ev (1922 – 2006), in una sua pagina scrisse una preghiera che rappresenta bene quel momento segreto in cui un individuo si sente completamente solo, guarda il cielo e sa che non ha nessun abitatore. Eppure questa persona desidera che ci sia un testimone per le azioni dell’umanità, che ci sia uno che faccia veramente giustizia, che non sia corruttibile, che veda e registri tutta la sofferenza inflitta dagli altri.

La sua preghiera dice: "Ti supplico mio Dio, cerca di esistere almeno un poco, per me. Apri i tuoi occhi, ti supplico, non avrai altro da fare che questo: seguire ciò che succede, è ben poco ma, oh Signore, sforzati di vedere, te ne prego! Vivere senza testimoni, quale inferno! Per questo, forzando la mia voce, io grido, io urlo: Padre mio, ti supplico e piango! Esisti, cerca di esistere".

La domanda rivela nell’autore il suo bisogno di un Dio onnipotente, onnisciente e onnipresente.

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Letteratura che passione / Tragicità umana
« il: Maggio 01, 2024, 15:31:10 »
Tragedia: antica parola greca di origine incerta, che evoca la "tragedia greca" di epoca classica.  Da questa poi m'inerpicherò sul sentiero d’altura  che mi conduce nel territorio accidentato del bene e del male.

“Giudici fian tra noi la sorte e l'arme:
fera tragedia vuol che s'appresenti
per lor diporto a le nemiche genti”.
(Torquato Tasso,  “Gerusalemme liberata”, Canto V, 43)


Sacrificio di Ifigenia in Aulide, affresco, “Casa dei poeti tragici”, Pompei. Il dipinto è conservato a Napoli nel Museo Archeologico Nazionale.

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Arte / Angel of grief
« il: Aprile 27, 2024, 08:21:04 »


Fin dall’antichità l’architettura e l’arte funerarie permettono per lungo tempo il ricordo di una persona, di onorarne la memoria con la costruzione di mausolei, cenotafi, cappelle di famiglia, tombe  di varia tipologia, petrosi sarcofagi,  sculture, varietà di decori simbolici e rievocativi.

Nei cosiddetti “cimiteri monumentali”  ci sono numerosi   gruppi scultorei eseguiti  da artisti noti e meno noti.

A Roma, uno di questi luoghi è il  piccolo “cimitero acattolico” vicino Porta San Paolo, a lato della Piramide Cestia. E’ riservato ai non cattolici, in particolare stranieri, ma eccezionalmente viene concessa la sepoltura anche ad italiani illustri. Per esempio, ci sono  Antonio Gramsci (ateo e marito di una donna russa), l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano, gli scrittori  Andrea Camilleri, Carlo Emilio Gadda, Luce D’Eramo, Dario Bellezza.

Tra le numerose tombe di personaggi celebri, ci sono quelle dei poeti  inglesi John Keats  e Percy Bysshe Shelley.

Lo scultore statunitense William Wetmore Story è sepolto con la moglie Emelyn Eldredge ed il figlio Joseph, morto nel 1853 a Roma all’età di 6 anni.  William era uno scultore, poeta, critico d’arte ed avvocato americano che arrivò a Roma nel 1848 e  in questa città si dedicò soltanto all'arte.

Sopra la sua tomba è installata la celebre scultura denominata “Angel of grief”  realizzata da William dopo la morte della moglie nel 1894. L’artista, ormai 78enne, iniziò a scolpire il monumento: “Rappresenta l’angelo del dolore, in completo abbandono, che si getta con le ali cadenti e la faccia nascosta su un altare funerario. Simboleggia ciò che sento. Raffigura la prostrazione. Eppure farlo mi dà conforto“.

L’opera fu terminata l’anno seguente, nel 1895, e poco tempo dopo  l’autore morì.  Venne sepolto accanto ad Emelyn e al loro bambino,  sotto l’abbraccio dell'afflitto angelo, inginocchiato davanti a un marmoreo altare funerario, sul quale poggia la parte superiore del  suo corpo;  ha la testa piegata sull’avanbraccio destro,  il  braccio sinistro invece è proteso in avanti e la mano  lascia cadere dei fiori alla base dell’altare. La curvatura delle dita conferisce la sensazione di abbandono.

Le angeliche ali, che normalmente sono alte e dritte, sono tristemente curve.

Il corpo  dell’angelo è come abbandonato al suo dolore. 

Il realismo ha reso quest'immagine famosa come monumento funebre, copiato per altre tombe in varie parti del mondo.



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Arte / Venezia, Biennale d'Arte
« il: Aprile 14, 2024, 17:04:31 »
Da sabato 20 aprile a domenica 24 novembre 2024 a Venezia nei Giardini di Sant’Elena e all’Arsenale ci sarà la 60/esima Esposizione Internazionale d’Arte, dal titolo “Stranieri ovunque” - Foreigners Everywhere.

Quest’anno il Padiglione del Vaticano è nella Casa di reclusione femminile, alla Giudecca, è un antico monastero fondato nel XII secolo, poi usato per ospitare e rieducare le prostitute, perciò detto il “Convento delle Convertite”.

Il Padiglione è dedicato al tema dei diritti umani e alla figura degli ultimi, locatari di mondi marginalizzati, dove i nostri occhi raramente arrivano. Si cerca di favorire la costruzione di una cultura dell’incontro, perno centrale del Magistero di Papa Francesco.

La mostra della “Santa Sede” ha come titolo: “Con i miei occhi”, che evoca il sonetto 141 di William Shakespeare:

“ A dire il vero io non t’amo con i miei occhi
perché in te notano un’infinità di colpe;
solo il mio cuore ama quanto essi sdegnano
e a dispetto loro, è lieto del suo ardore.

Né il mio udito si delizia al tono della tua voce,
né il mio sentimento è prono a volgar lussuria,
né il gusto o l’olfatto voglion essere invitati
a un erotico banchetto soltanto col tuo corpo:
ma né i miei cinque spiriti o i miei cinque sensi
possono dissuadere dall’amarti un pazzo cuore
che lascia incontrollata questa parvenza d’uomo
perché schiava sia e vassalla del tuo superbo cuore:
ma io volgo a privilegio questa mia sventura
perché godo la penitenza di chi mi fa peccare”
.


Il titolo della mostra vaticana evoca anche il biblico “Libro di Giobbe”: “I miei occhi ti hanno veduto”

Giobbe rispose al Signore e disse:
“Comprendo che tu puoi tutto
e che nessun progetto per te è impossibile.

Chi è colui che, da ignorante,
può oscurare il tuo piano?

Davvero ho esposto cose che non capisco,
cose troppo meravigliose per me, che non comprendo.

Io ti conoscevo solo per sentito dire,
ma ora i miei occhi ti hanno veduto.

Perciò mi ricredo e mi pento
sopra polvere e cenere”.

(42, 1 – 11).

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Arte / Les amants
« il: Aprile 13, 2024, 10:38:03 »
Il pittore surrealista belga René Magritte (1898 – 1967) nelle sue opere ebbe la capacità d’insinuare dubbi sul reale: lo allude come  enigma, come sogno. Infatti il suo stile è definito “illusionismo onirico”, per esempio un paio di scarpe  che diventano dita di un piede, oppure un paesaggio simultaneamente notturno nella parte inferiore e diurno in quella superiore.

Nel 1912 la madre si suicidò nel fiume Sambre. Venne trovata con la testa avvolta dalla camicia da notte.  Questa immagine rimase impressa nella mente dell’adolescente René e la manifestò in alcuni suoi dipinti, come “Le fantasticherie del passeggiatore solitario”, “L’histoire centrale” e “Les amants”. Questi quadri diventarono per lui luogo del dramma, spazio per affrontare il dolore e raffigurarlo, forse esorcizzarlo.


René Magritte, Les amants (Gli amanti), olio su tela, 1928, MoMa, New York

Raffigura due amanti che si baciano.  Ciascuno ha la testa coperta con un foulard bianco che impedisce loro di vedersi e comunicare. Il panno è abilmente dipinto con pieghe in chiaroscuro.

Tra le due figure quella più emblematica è la figura maschile: giacca scura, camicia bianca e cravatta.  Secondo gli esperti rappresenta il padre di Magritte che dà un ultimo bacio alla moglie, appena morta, con il volto coperto dal dolore.

Le interpretazioni  possono essere numerose. Nascondendo i volti il pittore vuole mostrare i molteplici significati del reale attraverso nuovi punti di vista:

“C’è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere le forme di un sentimento decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra visibile nascosto e visibile apparente” (René Magritte).

De “Gli amanti” ne fece due versioni, la prima è conservata nella National Gallery of Australia, la seconda, più famosa è al MoMa di New York.

Il tema degli amanti è spesso presente nei dipinti di Magritte: hanno per oggetto un uomo e una donna affiancati, con il volto scoperto, oppure coperto con un foulard bianco.

Nel dipinto titolato “L’histoire centrale”  non ci sono due amanti ad avere il volto coperto, ma è raffigurata solo una donna.


René Magritte, L’histoire centrale, olio su tela, 1928

In questo dipinto ci sono tre elementi posizionati in modo tale da formare un triangolo: la tuba (strumento musicale)  una valigia, la donna: un panno le copre il viso, lo regge sotto il collo con la mano sinistra.

Quella valigia forse allude alla partenza verso l’aldilà.

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Letteratura che passione / Romantasy
« il: Aprile 12, 2024, 11:11:55 »


Dall’unione di due parole: “romance” + “fantasy” è stato elaborato il neologismo "romantasy": è il fenomeno letterario e sociale del momento, caro in particolare alle adolescenti che amano l’avventura e il lieto fine.

Nei libri fantasy romantici  la trama  è basata su una relazione d'amore tra due personaggi, spesso ambientata in un contesto fantastico o ultraterreno.

Questo genere letterario diffuso dai social media, in particolare “TikTok” e “Instagram”,  è molto popolare tra i giovani.

Il romanzo privilegia i sentimenti, le passioni, l’amore e l’eros; il fantasy ha come base avventure immaginarie,  creature mitiche, personaggi dai poteri soprannaturali, regni magici che consentono ai protagonisti  di esplorare un mondo nuovo ed emozionante mentre si innamorano.

Gli esiti di questa commistione di stili e scritture, di personaggi e situazioni, sono vari e imprevedibili.

Le autrici di successo in questo periodo sono Rebecca Yaross e Sara J. Maaas, ai primi posti delle classifiche in Europa e negli Stati Uniti. Le due scrittrici si dilungano nelle saghe di ragazze che cavalcano draghi (Fourth Wing) o  di creature magiche metà fate e metà umane /Crescent City).

E’ antica la commistione tra il mondo fantastico e le tematiche amorose-drammatico-sentimentali. Per esempio è presente  in varie fiabe, come Cenerentola, Biancaneve e i sette nani, ecc..

Il romantasy permette  immaginare altre dimensioni, accompagna il desiderio di perdersi in un mondo altro, tipico dell’adolescenza.

I personaggi sono complessi e questi romanzi  hanno al loro interno venature gotiche, noir, ma anche erotiche e horror dando vita ai filoni del Gothic fantasy.

Difficile stabilire un perimetro del romantasy,  comunque la vicenda deve seguire le regole romance ed è di rigore il lieto fine, l’happily ever after = per sempre felici e contenti.


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Pensieri, riflessioni, saggi / Sentiero
« il: Aprile 01, 2024, 12:57:10 »
A volte basta una parola, una sola parola permette di comporre alcuni post,  un esempio è il sostantivo “sentiero”, può condurmi ovunque: sui monti, al mare, in un bosco...


 Vincent van Gogh, “Sentiero nel bosco, olio su tela, 1887, Van Gogh Museum, Amsterdam

Van Gogh lo realizzò mentre era a Parigi,  dal 1886 al 1888.

In questo dipinto riuscì ad armonizzare colori contrastanti.

La luce solare penetra  tra i rami degli alberi e tra le foglie sparse sul sentiero, colorandole con numerose sfumature.

Nelle zone d’ombra il fogliame presenta varie tonalità di ocra e di verde, attraverso esse compare il colore celeste del cielo.

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