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Post - Doxa

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Anch'io Scrivo poesia! / Re:Anche Agosto...
« il: Settembre 26, 2022, 15:15:27 »
Ninag, ecco il testo del "Baglioni d'annata" per riflettere sulle parole e ricordare le immagini di quel tempo...  :)

Piccolo Grande Amore

Quella sua maglietta fina
tanto stretta al punto che mi immaginavo tutto
e quell'aria da bambina
che non gliel'ho detto mai ma io ci andavo matto

e chiare sere d'estate
il mare i giochi, le fate
e la paura e la voglia
di essere soli
un bacio a labbra salate
un fuoco, quattro risate
e far l'amore giù al faro...
ti amo davvero, ti amo lo giuro
ti amo ti amo davvero!

E lei
lei mi guardava con sospetto
poi mi sorrideva e mi teneva stretto stretto
ed io, io non ho mai capito niente
visto che oramai non me lo levo dalla mente
che lei, lei era

Un piccolo grande amore
solo un piccolo grande amore
niente più di questo, niente più!

mi manca da morire
quel suo piccolo grande amore
adesso che saprei cosa dire
adesso che saprei cosa fare
adesso che voglio un piccolo grande amore.

Quella camminata strana
pure in mezzo a chissacchè l'avrei riconosciuta
mi diceva "sei una frana"
ma io questa cosa qui mica l'ho mai creduta
e lunghe corse affannate incontro a stelle cadute
e mani sempre più ansiose, le scarpe bagnate
e le canzoni stonate urlate al cielo lassù
"chi arriva prima a quel muro..."
non sono sicuro se ti amo davvero
non sono, non sono sicuro

E lei
tutto ad un tratto non parlava
ma le si leggeva chiaro in faccia che soffriva
ed io, io non lo so quant'è che ha pianto
solamente adesso me ne sto rendendo conto
che lei, lei era

Un piccolo grande amore
solo un piccolo grande amore
niente più di questo, niente più
mi manca da morire
quel suo piccolo grande amore
adesso che saprei cosa dire
adesso che saprei cosa fare
adesso che voglio un piccolo grande amore


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Pensieri, riflessioni, saggi / Re:Autunno e la regina d'Autunno
« il: Settembre 25, 2022, 14:37:41 »

Nicolas Fouché, la dea Pomona, 1700 circa, Museo di Belle Arti di Budapest

Per gli antichi romani la  dea della frutta era Pomona,  la “patrona pomorum”,  signora dei frutti, degli alberi di ulivo e dei vigneti.

Il nome di questa dea deriva da pomum (= frutto).

Nell’iconografia la dea è rappresentata  come una donna  di bassa statura con una falce nella mano destra.  Ovidio nelle “Metamorfosi” dice che era socievole e trascorreva molto tempo nelle campagne e nei giardini per osservare gli alberi da frutto o facendo innesti.

Al culto della dea era preposto il flamine “pomonale”: Il flàmine ( in latino  flamen), era il sacerdote preposto al culto di una specifica divinità, della quale celebrava il rito.

Pomona era considerata importante dagli agricoltori che attendevano la maturazione dei frutti.

In epoca rinascimentale fu raffigurata in numerosi dipinti e sculture come una donna giovane, spesso circondata da frutti e da fiori.

Il Pontormo la rappresentò in affresco  nel 1521  nella Villa Medici di Poggio a Caiano,   mentre Luca Giordano la raffigurò nel 1683  a Firenze nel Palazzo Medici-Riccardi.   

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Pensieri, riflessioni, saggi / Re:Autunno e la regina d'Autunno
« il: Settembre 24, 2022, 18:50:47 »
Walt Whitman: "L'autunno"

Ecco è l’autunno.
D’un verde più cupo, più gialli e più rossi,
gli alberi rendono freschi e dolci i villaggi dell’Ohio,
con le foglie che tremolano a un mite vento,
le mele pendono mature nei frutteti,
pendono i grappoli dai pergolati
(avverti l’aroma dei grappoli sui tralci?

Senti l’odore del grano saraceno, dove testé ronzavano, le api?).

Su tutto s’apre il cielo,
così limpido e calmo dopo la pioggia, e con mirabili nubi;
anche al disotto è tutto calmo, pieno di vita, bello;
il podere è in fiore.

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Pensieri, riflessioni, saggi / Autunno e la regina d'Autunno
« il: Settembre 24, 2022, 18:41:41 »
Mia regina è  finalmente giunta la tua stagione... dopo l'afosa estate.


 
E’ cominciata la caduta delle foglie da alberi e piante. Ma è anche tempo di vendemmia, poi di raccolta delle olive e delle castagne.

Nelle fredde sere d'autunno  è piacevole bere un calice di vino rosso e  mangiare le calde castagne arrostite nella loro padella in ferro bucherellata.



Giosue Carducci: “San Martino”

La nebbia a gl’irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.



La raccolta delle olive  chiude il loro ciclo di vita  sugli alberi  e inizia la loro lavorazione nel frantoio che le trasforma in olio.




 

 Zucche, ortaggio tipico dell'autunno.


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Anch'io Scrivo poesia! / Re:Anche Agosto...
« il: Settembre 22, 2022, 20:13:16 »
Ninag, mia preferita moderatrice ! :)

Perché sei così chiusa in te stessa ? T'immagino come il bocciòlo di una rosa che non riesce ad aprirsi.

Parlami dei tuoi amori al mare  :) ;) E se le mie risposte non ti piaceranno, bannami a tempo indeterminato.  :)

Te la ricordi  questa canzone ?

"Sapore di sale"

Sapore di sale, sapore di mare,
che hai sulla pelle, che hai sulle labbra,
quando esci dall'acqua e ti vieni a sdraiare
vicino a me, vicino a me.

Sapore di sale, sapore di mare,
un gusto un po' amaro di cose perdute,
di cose lasciate lontano da noi,
dove il mondo è diverso, diverso da qui.

Il tempo è nei giorni che passano pigri
e lasciano in bocca il gusto del sale,
ti butti nell'acqua e mi lasci a guardarti
e rimango da solo nella sabbia e nel sol.

Poi torni vicino e ti lasci cadere
così nella sabbia e nelle mie braccia
e mentre ti bacio sapore di sale
sapore di mare, sapore di te.

(Gino Paoli)

Aforisma. Le persone non si perdono. Se le perdi, le puoi chiamare, cercare, rincorrere. Se non ti rispondono  significa  che hanno scelto di non esserci più per te. Ne sono consapevoli, e allora non le hai perse. Sono loro che  hanno scelto di perdere te.

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Pensieri, riflessioni, saggi / Re:Gloria
« il: Settembre 22, 2022, 11:43:48 »

Paolo Veronese, Cristo in gloria, 1585

Jesus si staglia al centro, su fondo chiaro e luce intensa nell’empireo. 

Secondo la teologia cattolica medievale il “cielo Empìreo” (dal greco antico empyrios = infuocato, ardente)  è il più alto dei  cieli,  luogo della presenza fisica di Dio dove risiedono gli angeli e le anime accolte in  Paradiso.
Durante l’ascensione Cristo  è circondato da angeli (solo in parte visibili: la testa e le ali) ed è sovrastato dallo Spirito Santo in forma di colomba. 

La Gloria di Cristo è il momento della sua ultima apparizione agli apostoli e della sua Ascensione al cielo,  raccontato negli Atti degli Apostoli e nei Vangeli di Marco  e Luca.

“E avendo detto queste cose, guardando essi (gli apostoli) fu sollevato ed una nube lo sottrasse dai loro occhi. E poiché erano aventi lo sguardo fisso al cielo andandosene lui, ed ecco due uomini stavano accanto ad essi in bianche vesti, che poi dissero: Uomini di Galilea perché state fissando verso il cielo? Questo Gesù che è stato sollevato di tra voi al cielo verrà così nel modo in cui lo vedeste andare al cielo.
Allora tornarono a Gerusalemme dal monte degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme, avente il cammino di un sabato”
(Atti degli Apostoli 1, 9 – 12).

L’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli indica  l’Ascensione di Gesù dal Monte degli Ulivi nel quarantesimo giorno dopo la Pasqua (1, 11). 
il numero 40   ricorre spesso negli avvenimenti del popolo ebraico errante, ma anche con Gesù, che digiunò nel deserto per 40 giorni.

L’evangelista Marco aggiunge che  “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro (gli apostoli),  fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio” (Mc  16, 19).

Ancora Luca: “Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24, 50 – 52).

L'Ascensione è l'ultimo episodio della presenza terrena di Gesù. Ritornerà solo alla fine dei tempi per il giudizio finale, la parusia, dalla parola greca “parousìa” (= presenza); Nel Nuovo Testamento fa riferimento alla venuta di Gesù alla fine dei tempi, per instaurare il Regno di Dio.

Nel Credo degli Apostoli  la parusia viene menzionata con queste parole: “Gesù è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”.

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Pensieri, riflessioni, saggi / Re:Gloria
« il: Settembre 21, 2022, 09:59:50 »
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In ambito religioso cristiano “Il glòria” è la forma abbreviata  che indica la preghiera del “Gloria Patri”: “Gloria in excelsis Deo” (= Gloria a Dio nell’alto dei cieli)  è l’inizio dell’inno liturgico.  E’ anche detto  “inno angelico”,  si recita o canta nella prima parte della messa.

Modi di dire

"tutti i salmi finiscono in gloria", per significare che la conclusione è sempre la stessa (o anche chi parla  dello stesso argomento);

"non tutti i salmi finiscono in gloria" metafora per dire che non tutte le imprese vanno  a buon fine;

"alla fine del salmo si canta il gloria".

La gloria umana, a differenza della gloria divina, è effimera. Nel Salmo 49 (17 e seg.) si legge: “… Non temere se un uomo arricchisce, / se aumenta la gloria della sua casa. / Quando muore, infatti, con sé non porta nulla / né scende con lui la sua gloria”. (…)

La frase in lingua latina “Sic transit gloria mundi” (= così passa la gloria del mondo)  la ripete per tre volte il cerimoniere davanti al pontefice neo-eletto, mentre fa bruciare un batuffolo di stoppa sopra una canna d’argento; la frase viene detta talora in tono scherzoso, con riferimento alla caducità delle cose umane.

Glorificare: questo verbo latino tardo è composto dal lemma  “gloria” +  tema di “facĕre (= fare).  Rendere gloriosa una persona o un evento degno di gloria.

Nel linguaggio religioso:  Dio glorifica i giusti; glorificare il nome di Dio, della Madonna, dei santi.

Nell’Antico Testamento  il termine ebraico per indicare la “gloria” è “kabòd”, presente 200 volte.

Kabòd non allude alla fama ma al valore di un individuo o di una cosa.

kabōd, riferito a Dio, non ne indica l'essenza, ma il suo  modo di manifestarsi: è lui che si  fa conoscere nella sua gloria. È significativa in tal senso la frequenza con cui kabōd accompagna termini che indicano il vedere (Es 16,7; 33,18; Is 40,5) o l'apparire (Es 16,10; Dt 5,24; Is 60,1).

 “…mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco la Gloria del Signore apparve nella nube” (Esodo 16, 10).

“La Gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco sulla cima del monte”
(Esodo 24, 17).

Mosé disse a Dio: “Mostrami la tua gloria”. Dio gli rispose: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Esodo 33, 18 – 20).

Questo dialogo tra Dio e Mosé è illuminante per comprendere il valore biblico del termine “gloria”: essa viene identificata col volto divino, con Dio e il suo svelarsi. Si fa riferimento al mistero divino, che può manifestarsi o rimanere celato, essendo trascendente.

Cantare la gloria del Signore significa confessare la fede nel suo mistero e riconoscerne la presenza efficace e salvatrice: “Date al Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e potenza…Nel suo tempio tutti dicono: Gloria !” (Salmo 29, 1 – 9).

La gloria può provenire  anche dalla ricchezza: infatti Abramo è detto "molto glorioso", perché possiede "bestiame,  argento e oro” (Gen 13,2).

La gloria designa pure la posizione sociale occupata da una persona e l'autorità che essa le conferisce; così Giuseppe dice ai suoi fratelli: "Raccontate al padre mio tutta la gloria che io ho in Egitto" (Gen 45,13).

Nello stesso senso Giobbe, rovinato ed umiliato, può esclamare: "Egli mi ha spogliato della mia gloria!" (Gb 19,9; 29,1-20).

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Pensieri, riflessioni, saggi / Gloria
« il: Settembre 21, 2022, 09:50:29 »
gloria: questo sostantivo deriva dall'omonima parola in lingua latina.

E’ la terza persona singolare dell'indicativo presente del verbo gloriare, ed è la seconda persona singolare dell'imperativo presente.

Come sostantivo può essere sia femminile (la gloria intesa come fama) sia maschile (il gloria, inno religioso cristiano). 

La parola gloria non ha sinonimi, ma si usano termini quali: celebrità, fama, che si riceve per meriti eccezionali, per atti di valore, per opere insigni.

In lingua greca antica il concetto di gloria è riconducibile a due coppie di termini: timé – doxa e kléos – kŷdos.

I primi due  termini hanno sempre indicato, fin dall'epoca classica, il riconoscimento della posizione  e della dignità di una persona.

Timè indica  la pubblica stima attribuita ad una persona, l’onore, che nell’epoca classica greca si riceveva in base al proprio valore (aretè = virtù).
Il concetto di timè, come espressione dell'onore greco e del senso dell'onore dell'eroe omerico, viene esplicitato da Platone nella "Apologia di Socrate" (XVI) quando lo fa pronunciare a Socrate, nel dialogo con il suo accusatore Melèto, durante il processo che lo vede imputato.

“Doxa”, Nel Nuovo Testamento in lingua greca  “gloria” è detta “doxa”, questo vocabolo ricorre 166 volte  (61 volte il verbo doxazo) e che rimanda all’apparire. E’ riservata quasi esclusivamente a Dio e solo di riflesso all’individuo, esprime la magnificenza.

Gli altri due termini

Kleos, nell’antica lingua greca indica la gloria, intesa come fama  che l’eroe otteneva con le sue gesta.
Kleos è uno dei temi nell’Iliade e nell’Odissea di Omero: 
Nell’Iliade il Kleos  veniva attribuito agli eroi  durante le battaglie;
nell’Odissea il Kleòs rappresenta idealmente gli onori ricevuti dall’eroe, per esempio Ulisse. 

kŷdos, allude alla gloria acquisita soprattutto in guerra, con conseguente  pubblica stima per le  azioni compiute.

segue

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Anch'io Scrivo poesia! / Re:Il nome del cuore
« il: Settembre 18, 2022, 21:15:27 »
La solitudine e la mancanza di amore uccidono !

La solitudine amorosa è uno stato di tristezza e e apatia, colpisce uomini e donne di tutte le età, ma non può impedire di continuare a credere nell'amore, di fare nuove conoscenze.

Essere prevenuti in amore è inutile, dannoso e triste.






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Anch'io ho scritto un aforisma / Re:Ruolo
« il: Settembre 17, 2022, 20:51:24 »
Te lo dico sempre o mia regina, evita di frequentare le sacrestie odorose di muffa.

Sotto la "sacra" talare o tonaca c'è un uomo, a volte omosessuale o pedofilo, ma di solito è un mascolo con la sessualità repressa (la chiamano castità), e basta poco per...  :) :rose:

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Sentimentale / Re:Verso l'infinito del mare, con amore...
« il: Settembre 17, 2022, 20:42:48 »
L’amore fatale si nutre più dell'immaginario che del reale. 

La persona (spesso donna) che  viene avvolta dalla spirale dell'amore fatale, rischia di  rimanere imprigionata in aspettative irrealizzabili a scapito della ricerca di un partner possibile e realistico.

Nell’amore fatale si proietta sul/la  possibile partner il proprio Io ideale, lo si sopravvaluta  ed appare l'individuo unico al mondo e insostituibile.

La persona su cui ricade l’inconscia proiezione può non avere alcuna caratteristica particolare, non viene scelta per le sue reali qualità, ma le vengono attribuite le qualità che  si desidera che egli/ella abbia.

Una ricerca sociologica condotta da Francesco Alberoni nei primi anni ‘90  (vedi il suo libro  titolato: "Il volo nuziale",1992) su adolescenti maschi e femmine circa l'ideale amoroso che essi avevano in mente e su quali erano i loro idoli, evidenziò che la grande maggioranza delle adolescenti s'innamorava dei divi della musica o dello schermo, disdegnava i compagni e i coetanei a favore di fantasie in cui era a contatto col proprio idolo.

Gli adolescenti maschi, al contrario, fantasticavano le loro amiche, le ragazzine di loro  conoscenza, ed erano relativamente indifferenti alla diva del momento, ritenuta troppo lontana da raggiungere.

Per quanto concerneva la ragazza, Alberoni scrisse: "Il suo ragazzo e' un mortale, il più bello dei mortali. Ma lei oscuramente sente di essere stata predisposta per un dio".

Il mito dell'amore fatale evita la soggettività e con la sessualità ha poco a che vedere.

L'antitodo alle insidie dell'amore fatale è: negoziare sempre tutto, dialogare, dichiarare, contrattare.

“L'amore fatale” (Enduring Love) è anche il titolo di un romanzo del 1997,  scritto da Ian McEwan. 

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Musica / Musica serale pro-sonno
« il: Settembre 16, 2022, 21:00:07 »
Stasera vi do la buonanotte a suon di musica ... rilassante

cliccate sul link

https://youtu.be/tByJMiQp-IM

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Cogito ergo Zam / Re:arbiter elegantiae
« il: Settembre 16, 2022, 18:43:26 »
Jules Amédée Barbey d’Aurevilly (1808 – 1889), fu uno dei dandy che affollavano i caffè alla moda di Parigi.
 
Barbey per vivere  scriveva articoli per giornali e riviste, ma anche romanzi.

Lo scrittore Paul Bourget lo descrive come un sognatore con talento visionario, il quale cerca e trova nei propri lavori un rifugio nei confronti di un mondo che non gli è congeniale.

Jules  Amédée fu un cultore di  George Byron e come il suo idolo aveva sempre i capelli artisticamente scompigliati, ma arricciati dal parrucchiere.

Dopo una tormentata storia con Louise, la moglie di un cugino, l’esistenza di Jules Amédée d’Aurevilly fu intessuta con relazioni di coppia senza importanza  e illusioni d’amore presto dissipate. “Rieccomi nella  mia solitudine. La stanza in disordine … i vestiti sui mobili, i libri e le carte sparsi qua e là ! Questa vita mi pesa. Niente legami, niente focolare, ma una tenda da nomade che si arrotola in poche ore e si porta via. E’ triste dopo i 25 anni !”.

Lui, autore di un saggio sul dandysmo di  George Brummell, che aveva congedato la fastosa eleganza del ‘700, aveva scelto  di dar vita al “dandysmo demodé”:  di solito indossava la redingote alla moda del 1830 e lo jabot di pizzo.

Di fronte all’inarrestabile modernità, Barbey si era arroccato nel passato come un cavaliere solitario in un castello diroccato. E da quegli spalti corrosi dal tempo lanciava i suoi strali sulla prosaicità del presente, ha scritto in una recensione Giuseppe Scaraffìa.
“Too late” (Troppo tardi), era il motto con cui Jules-Amédée sigillava  con la cera rossa le sue lettere: “Troppo tardi ! … nella vita è sempre troppo tardi !”.

Era sicuro che la vera aristocrazia, quella dello Spirito, non quella dei ricchi o dei potenti, non si sarebbe mai spenta “perché non dipende dalla società, ma fa parte della natura umana”. E ostentava il disprezzo più insolente verso le giurie e le accademie.

Reazionario, individualista e pessimista parlava solo con pochi “eletti”, come Charles  Baudelaire o il giornalista e scrittore Léon Bloy.

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Cogito ergo Zam / arbiter elegantiae
« il: Settembre 16, 2022, 18:36:29 »
Ho eliminato il post che ho scritto ieri sull'eleganza, perché, forse per sonno, ho scritto per due volte di seguito lo stesso testo. Chiedo venia.

Oggi ripresento il testo "corretto".

Il sostantivo eleganza (dal latino elegantia) deriva dal verbo latino eligere, formato da ex ( = tra) + ligere (= scegliere). Per cui l’eleganza è la qualità estetica che esprime la distinzione di classe, lo stile, il “buon gusto” nelle scelte.

L’eleganza è una dote naturale, un atteggiamento o ricerca ? Forse l’eleganza è tutto questo. Di sicuro riguarda quello che siamo, è espressione del modo di gestire sé stessi nella quotidianità, in particolare quando si sta con altri.

Tutto ciò fa dell’eleganza un valore più che un concetto astratto o la somma di assiomi. Come tale, l’eleganza deriva  da un’equilibrata consapevolezza di sé, che induce a fare scelte dettate da sobrietà e discrezione.

L’eleganza non è ostentazione della qualità e della quantità dei beni che si posseggono, né dei titoli acquisiti, né di status né di ruolo.

Lo storico Tacito negli Annales (XVI, 18) definì lo scrittore e politico Gaius Petronius Arbiter (27 – 66) un “erudito luxu” e “arbiter elegantiae” (= “giudice di raffinatezza”) o  arbiter elegantiarum (= arbitro delle eleganze). La locuzione indica un uomo  con “spirito superiore” che non tollera le persone grossolane nel godimento della ricchezza.

L’esteta Petronio fu un cortigiano dell’imperatore Nerone, ma nel 66 da questo fu indotto al suicidio dopo che Tigellino, capo dei pretoriani,  lo accusò di essere coinvolto nella  congiura di Pisone o congiura pisoniana (dal nome di uno dei principali congiurati, Gaio Calpurnio Pisone) contro Nerone.

Gaio Petronio Arbitro è il presunto autore del  “Satyricon”, raccolta di racconti satireschi" connessi alla figura del satiro. In alcune pagine mette in ridicolo l’uso inelegante  del piacere e del patrimonio da parte dell’ex schiavo Trimalcione.

Nel XIX secolo un famoso esteta e dandy fu George Brummell (1778 – 1840), considerato un arbitro di eleganza  dai suoi contemporanei.

Fin da giovane espresse la sua naturale predilizione  per l’eleganza e per la cultura. Divenne amico e consigliere del suo sovrano, Giorgio IV, principe di Galles.

Ciò che lo distingueva era l’’ostentazione,  la superbia e la  raffinatezza.  Si mostrava deliberatamente improduttivo,  impegnato unicamente nella mondanità e nell’uso di cose lussuose.

Lo stile di vita considerato indicatore di posizione sociale, necessitava   (ed ancora serve) al dandy per stabilire i confini ed evidenziare  le differenze con la massa. Il suo 'habitat,  e di altri dandy inglesi, era la vita di società, frequentata da un’élite esclusiva: clubs, balli, saloni eleganti, ecc..

Momento importante della giornata del dandy era quello dedicato alla toilette, praticata in maniera rigorosa secondo un lungo e preciso rituale. E la promenade del pomeriggio  serviva per fare sfoggio di sé, con visite nei negozi “alla moda”.



Un altro celebre  dandy di quel periodo fu il poeta e politico britannico  George Byron (1788 – 1824), il quale  fuse il modello diffuso da  Brummell col  Romanticismo.

Il dandy “romantico” indossava la camicia col colletto aperto e sbottonato, cappelli morbidi, sciarpe slegate.  Influenzò  il modo di vestire  della classe aristocratica, pantaloni lunghi e ampi.

Nel nostro tempo viene indicato come esteta chi ha il senso e il culto del bello;

chi mostra un’eccessiva raffinatezza di gusti, di modi, nel vestire;

chi ha il senso e il culto del bello nell’arte;

chi assume la bellezza come ideale di vita e valore esclusivo (quindi, anche, seguace dell’estetismo);
chi nella creazione artistica privilegia il bello in sé.

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15 minuti per creare / Re:Come Romeo e Giulietta...
« il: Settembre 05, 2022, 17:20:35 »
Mia amabile regina, argomentare con te del matrimonio significa far dialogare “il diavolo e l’acqua santa”, perché di questa istituzione sociale nei hai una concezione “romantica”, supportata dalla tua fervente religiosità.
 
L'amore romantico non funziona mai perché non appartiene alla realtà dei rapporti umani, esso è il surrogato di un'esigenza religiosa, del tentativo di attribuire ad una  persona  il proprio desiderio insoddisfatto di perfezione e di infinito.

Quando il desiderio di realizzare il perfetto abbandono nell'amore viene cercato non in Dio ma in un individuo, ciò  può indurre ad una ricerca di rapporti sentimentali o sessuali che tuttavia non sono in grado di soddisfarlo.

L'amore fra l'uomo e la donna è per sua natura limitato e soggetto al fenomeno della delusione: pretendere dalla relazione di coppia un amore senza limiti, senza difetti, senza delusioni in cui potersi abbandonare totalmente, significa non comprendere la necessità dello sforzo quotidiano, dell'impegno, del sacrificio e della responsabilità per la riuscita del rapporto coniugale.

Il sostantivo femminile “coppia” deriva dal latino “copula” e significa congiunzione, legame, stare insieme. Ma “mettersi assieme” non significa necessariamente sposarsi e procreare.

Le relazioni di coppia svolgono un ruolo centrale nell'esperienza umana.  Esse rispondono ad un bisogno di "attaccamento", di vicinanza ed intimità e possono fornire sostegno reciproco.

Il connubio evolve nel tempo, cambiano le esigenze e le aspettative dei partner. Ma a prescindere dall’esito della relazione è importante amare ed essere amati.

Un matrimonio “sbagliato” è una delle cose peggiori che possa capitare. Ma penso che tu saresti disposta a sacrificare la tua vita pur di non sciogliere il vincolo matrimoniale., perché Jesus disse: “L’uomo non osi  separare ciò che Dio ha unito” (Mt 19, 6).

Ed anche l’evangelista Marco: “Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto”(cap. 10, 6 – 9).

Ma un individuo come fa a sapere se una unione matrimoniale è  voluta da Dio ?

Per te sciogliere il matrimonio e il patto di fedeltà (“finché morte non vi separi”) significa violare il volere di Dio.

Comunque Chiesa e  Stato (con il matrimonio civile)  benedicono in qualunque caso i due nubendi,  per quanto inadatti possano essere i due candidati al  “volo nuziale”.


Giotto, lo “Sposalizio della Vergine”, affresco, 1303 – 1305 circa, Cappella degli Scrovegni, Padova.

"...una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria" (Lc 1, 27).

La raffigurazione è  immaginata nel tempio di Gerusalemme.

La scena è divisa a metà: da una parte gli uomini, dall’altra le donne. 

La nicchia a cassettoni simboleggia la navata  del tempio.

Alcune persone che assistono al matrimonio sono all’esterno, ma secondo le convenzioni dell’arte medievale debbono essere considerate come se fossero all’interno dell’edificio.

Al centro della scena Giuseppe e Maria. Lei, pudìca, ha lo sguardo verso il basso.
 
Il sacerdote  celebra il matrimonio  tenendo le mani degli sposi, mentre Giuseppe inserisce l’anello nel dito di Maria.

Giuseppe sorregge un bastone, sul quale  Dio  fa miracolosamente fiorire un giglio, simbolo delle caste nozze fra l’anziano e la vergine fanciulla che diverrà madre, come allude il gesto della sua mano mentre si tocca la pancia.
 
Sul fiore del giglio è poggiata la colomba, simbolo dello Spirito Santo che ha benedetto questo casto matrimonio e artefice della virginale gravidanza di Maria.   

Dietro Maria  ci sono tre donne, tra cui una incinta nel gesto di toccarsi il ventre, mentre dietro Giuseppe c’è un uomo che ha la bocca aperta e solleva la mano, forse  un testimone che sta parlando;  più indietro  ci sono dei giovani in varie espressioni, pretendenti delusi da una ipotetica relazione con Maria: essi sorreggono degli esili bastoni. Uno di essi esprime la sua ira spezzando la verga con il ginocchio.

La valenza simbolica  di questi bastoni evoca l’episodio della fioritura delle verghe quando i rappresentanti delle dodici tribù di Israele furono contro Mosè e sminuito il sacerdozio di Aronne.
I rappresentanti delle 12 tribù si recarono al Tempio portando ognuno un bastone con inciso il proprio nome. Fiorì solo quello di Aronne e questo fu il segno che la grazia di Dio era su di lui e che il suo sacerdozio era benedetto da  Yahweh.

"E avvenne, l’indomani, che Mosè entrò nella tenda della testimonianza; ed ecco che la verga d’Aronne per la casa di Levi aveva fiorito, gettato dei bottoni, sbocciato dei fiori e maturato delle mandorle” (Libro dei Numeri 17, 8.

Quindi il bastone sul quale fiorisce il giglio non solo simboleggia la castità di Giuseppe, ma anche della fedeltà di Dio a una storia d’amore con il suo popolo.

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