Visualizza post

Questa sezione ti permette di visualizzare tutti i post inviati da questo utente. N.B: puoi vedere solo i post relativi alle aree dove hai l'accesso.


Post - Doxa

Pagine: [1] 2 3 ... 155
1
Enogastronomia / Re:Pomodoro
« il: Novembre 26, 2022, 14:41:20 »
Grazie Micio per il tuo contributo.

Per ringraziarti ti offro un piatto di “maccarones cun pumatta” (= maccheroni con salsa di "pomo-d’oro", parola composta da pomo + oro; la prima parte è variabile per il plurale, la seconda (oro) rimane invariabile, ma ormai si è diffusa l’usanza di chiamarli pomodori anziché pomidoro e l’uso vince).



2
Presentazioni / Re:presentazione
« il: Novembre 24, 2022, 14:44:04 »
Bentornato !  :)

3
Enogastronomia / Re:Pomodoro
« il: Novembre 23, 2022, 22:43:41 »
/4

Il pomodoro fu introdotto in Spagna nella prima metà del’500, ma non ebbe diffusione, forse perché le varietà introdotte  contenevano solanina in quantità elevata, perciò indigesta. Perciò fu utilizzato come pianta ornamentale o medicinale e a scopo di studio negli orti botanici con una diffusione limitata. Solo successive selezioni varietali portarono il pomodoro alla sua completa commestibilità.

Dopo la Spagna  l’Italia, fu  la prima nazione europea a conoscere il pomodoro nei domini spagnoli sul territorio italiano: Regno di Napoli e Ducato di Milano.

In Sicilia il pomodoro è denominato “pumurammuri”, di derivazione dal francese “Pomme d’amour”,  forse fu la prima regione italiana che conobbe la nuova pianta,  infatti da questa regione provengono le ricette italiane più antiche a base di pomodoro, soprattutto sughi e conserve essiccate.

In Sardegna, altro  possedimento spagnolo fino al 1720, e nel  Nord Italia usano lemmi che derivano dallo spagnolo “tomate”.
 
Nel Centro-Sud Italia si usa chiamarlo pomodoro, “pommarola” a Napoli e “pammadore”, anzi “la pammadore”, al femminile,  anche nella provincia di Chieti.

La storia documentata del pomodoro in Italia inizia il 31 ottobre 1548 a Pisa quando Cosimo de’ Medici riceve dalla tenuta fiorentina di Torre del Gallo un cesto di pomodori nati da semi donati alla moglie, Eleonora di Toledo, dal padre, Viceré del Regno di Napoli.

In Italia la diffusione del pomodoro fu lenta, causa la diffidenza iniziale verso il nuovo frutto, non associabile a nessun cibo già conosciuto.

Nel ’700 cominciò il periodo della “sperimentazione” gastronomica, poi ebbe ampia diffusione dal XIX secolo.

Luigi Bicchierai, detto Pennino, dal 1812 al 1873 fu il titolare della locanda “al Ponte”, di Lastra a Signa, vicino a Firenze. Lasciò un diario e molte ricette. La prima ricetta, datata marzo 1812, è quella del “sugo della miseria”, una sorta di ragù fatto con i pomidoro e  la carne lessa. Non c’è alcun indizio che venisse usato sui maccheroni. 

La pasta  col sugo di pomodoro, simbolo della cucina napoletana, ebbe il connubio tardivo.

I maccheroni, quelli lunghi (spaghetti, bucatini, vermicelli) cercati dall’affamato Pulcinella, non si scolavano nel colapasta, ma si tiravano fuori dalla pentola con un forchettone e si mangiavano con le mani. Venivano conditi con cacio, soprattutto con caciocavallo o ricotta salata. Lo annota anche Goethe nel suo “Viaggio in Italia”. A Napoli nel maggio 1787: “I maccheroni si trovano da per tutto e per pochi soldi. Si cuociono per lo più nell’acqua pura, e vi si grattugia sopra del formaggio, che serve a un tempo di grasso e di condimento”.

the end

4
Enogastronomia / Re:Pomodoro
« il: Novembre 23, 2022, 18:27:03 »
/3
Il pomodoro selvatico è originario del Sudamerica occidentale. Portato nell’America centrale, fu messo a coltivazione dai Maya, i quali svilupparono il frutto nella forma più grande che conosciamo oggi.

Anche gli Aztechi lo coltivarono nelle regioni meridionali del Messico. Fu qui che  Hernán Cortés lvide i pomidoro durante l’occupazione della regione, fra il 1519 ed il 1521.

Dal Messico i semi giunsero in Spagna al seguito di coloni e missionari, che prendendo a prestito il termine tomatl, usato dagli indigeni, denominarono tomate il nuovo frutto.

I dizionari fissano intorno al 1532 la prima attestazione in spagnolo della parola tomate.

Ma i tomate giunti dall’America erano due.

La parola azteca tomatl definiva genericamente una cosa rotondeggiante  A seconda del diverso prefisso indicava il pomodoro (xi-tomatl) o il tomatillo (mil-tomatl), un frutto piccolo e tondo, sempre appartenente alle solanacee, ma ad un genere diverso. Gli europei “colsero” solo il termine generico, creando confusione quando entrambe le piante – pomodoro e tomatillo – giunsero d’Oltreoceano.

Il tomatillo è caratterizzato da un involucro verde che si secca e si spacca al maturare del frutto interno, di un colore verde pallido tendente al giallo e tra gli Aztechi era più conosciuto del pomodoro. Cresceva in mezzo al mais e veniva usato nelle salse con il chili (peperoncino rosso) per fare la salsa verde messicana.

Gli studi botanici della seconda metà del ’500 testimoniano come pomodoro e tomatillo venissero confusi tra di loro.

In Italia venne inizialmente diffuso nelle zone  dominate dagli spagnoli: Regno di Napoli e Ducato di Milano. 

Come già detto nel primo post, Antonio Latini, scalco nelle cucine vicereali, a Napoli, nel  suo libro pubblicato nel 1692, descrive come usare la salsa di pomidoro  per accompagnare la carne:“salsa di pomodoro alla spagnuola», con cipolla, timo, «peparolo», sale, olio e aceto: “Piglierai una mezza dozzina di pomadore, che sieno mature; le porrai sopra la brage, a brustolare, e dopo che saranno abbruscate, gli leverai la scorza diligentemente, e le triterai minutamente con il coltello, e v’aggiungerai cipolle tritate minute, a discrezione, peparolo (peperoncino) pure tritato minuto, serpollo in poca quantità, e mescolando ogni cosa insieme, l’accomoderai con un po’ di sale, oglio e aceto, che sarà una salsa molto gustosa, per bollito, ò per altro”.

Nel libro di Latini i pomidoro sono anche presenti in uno stufato di verdure con zucchine, melanzane e odori vari, nella cottura di carni; consiglia di non cuocere troppo i pomidoro.
I maccheroni non li condisce con salsa di pomidoro, ma secondo la tradizione, con salsa di formaggio e spezie.

Latini fu pioniere anche nell'impiego di un altro ortaggio giunto dal Nuovo Mondo, il peperone che utilizza per insaporire alcune salse.

Nel secondo volume del suo trattato, riservato interamente alle “vivande di magro”, Antonio Latini sembra precorrere una tendenza che emergerà solo nella seconda metà del Settecento, e cioè la sostituzione delle spezie orientali con i profumi  nostrani dell'orto. Insegna come “cucinare e condire vivande senza spezierie”, utilizzando al loro posto prezzemolo, timo e altre erbe odorose.

E i pomi d’oro  cominciarono a far  parte anche della dieta della plebe napoletana, sia come salsa per condire la pasta sia come ortaggio da gustare tagliato a pezzi.
 
Il cammino del pomodoro, a quel punto, tornò in America nelle valigie di cartone degli emigranti italiani insieme gli spaghetti, per poi diventare il simbolo della cucina fusion italo-americana.

5
Enogastronomia / Re:Pomodoro
« il: Novembre 23, 2022, 16:30:11 »
/2
Fu chiamato “pomo d’oro” il pomodoro giallo che evoca il colore dell’oro. Nel ‘500 era diffusa anche la varietà gialla oltreché rossa.


 
Invece il pomodoro di  colore rosso  fu simbolicamente collegato alla passione amorosa.
 
Il medico  e botanico Pietro Andrea Mattioli nel 1544 nei suoi “Commentarii” descrisse  la novità dei pomidoro: “sono come le mele rosse, prima verdi e quando maturano sono in alcune piante rosso sangue in altre color d’oro”.

Il medico e naturalista Costanzo Felici in una lettera a Ulisse Aldrovandi  del 10 marzo 1572  scrisse tra l’altro: “Pomo d’oro, cosiddetto volgarmente dal suo intenso colore, overo pomo del Perù, quale o è giallo intenso overo è rosso gagliardamente […] ancora da lui ghiotti et avidi de cose nove è desiderato […] ma al mio gusto è più presto bello che buono”.

Un altro medico e botanico italiano, Castore Durante (1529 – 1590) nell’Herbario novo, pubblicato nel 1585, sostiene che i pomidoro “ “mangiansi con pepe sale ed olio ma danno poco e cattivo nutrimento”.  Perciò nel ‘600 il pomodoro fu generalmente utilizzato come pianta ornamentale per la bellezza dei frutti ma considerato “mela insana”, perché insalubre, indigesto e in grado di generare umori melanconici. Perciò per lungo tempo il pomodoro  fu poco gradito.

Nella metà del 700 i pomidoro  compaiono nei testi di gastronomia come  eccentricità,  e non usato dalla cucina popolare.
 
La prima attestazione della pasta condita con sugo di pomodoro è attribuita al napoletano Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino (Comune della provincia di Cosenza, in Calabria). Fu cuoco e letterato. Nacque ad Afragola nel 1787 e morì a Napoli nel 1859.

Il suo trattato “Cucina teorico-pratica”, pubblicato  a Napoli nel 1837, nella seconda edizione aggiunse l’appendice  “in fine: della vera cucina casareccia”.

Il duca suddivise il manuale in due parti, compiendo un itinerario attraverso i diversi ceti sociali, fatto assai inusuale al tempo.

La prima sezione venne redatta in lingua italiana, per nobili e ricchi borghesi.

La seconda fu scritta in dialetto napoletano, per il popolo e la borghesia che usava il dialetto quale linguaggio quotidiano.

Ippolito, oltre alle varie ricette, aggiunse in dialetto napoletano anche dei piatti per le ricorrenze importanti dell’anno: Natale, Capodanno, Pasqua ecc.

Il trattato di cucina teorico pratica, concepito in origine come una successione di cento menù suddivisi per carne, pesce, uova e cucina,  venne modificato nelle successive  ristampe che uscirono durante i venticinque anni di ricerca gastronomica del Cavalcanti.

L’autore indica come condire la pasta del tipo “vermicelli” con la “pummadora”: “Piglia i pomodori maturi, spaccali e levane i semi e quell’acquetta che c’è e li metti dentro una casseruola, scuotendola sempre perché si cuociano più presto; quando sono ben cotti passali al setaccio e fai restringere quel brodo sul fuoco, mettici il sale, il pepe e la sugna se ti servisse per condire i maccheroni o altro tipo di pasta piccola; se però ti servisse sul bollito, le uova, i polli, o il pesce, non metterai sugna, ma starà bene un poco di burro. Fatta questa salsa è eccellente per ripassarci i vermicelli, e allora se la condisci con l’olio vengono meglio e saporiti”.
È la prima volta di un abbinamento destinato a un grande avvenire; in precedenza i maccheroni si mangiavano con olio oppure burro e cacio grattugiato.



6
Enogastronomia / Pomodoro
« il: Novembre 23, 2022, 14:43:24 »

 
nome botanico “Solanum lycopersicum”, originario del Perù, fu usato dagli Aztechi.

L'etimologia del nome “pomodoro”  discende dal latino “pomum aureus”: mela o pomo d'oro, perciò il plurale è “pomidoro” e non “pomodori”.

La definizione “pomi d’oro” si diffuse nella lingua italiana e ostacolò “l’accesso” alla parola “tomato”, diffusa nel resto del mondo. Fa eccezione la Russia, nella quale viene usata la parola “pomidor”. Il motivo ? Fu il cuoco italiano Francesco Leonardi  che nel 1783 passò al servizio dell’imperatrice Caterina II alla corte di San Pietroburgo, e fece conoscere cibi con i pomidoro.

Per chi volesse saperne di più consiglio la lettura del libro titolato: “Il signor Pomodoro, storia di un successo biologico con qualche divagazione”, scritto da Franco Avicolli e pubblicato dalle edizioni “Archos”.

L’autore evidenzia che dopo  la “scoperta dell’America” nel 1492 e i seguenti viaggi in quel continente,  gli spagnoli importarono in Europa  anche specie botaniche commestibili, come due distinte piante di pomidoro: quello rosso (nome botanico Lycopersicum esculentum) e  diverse varietà di pomodoro verde (Solanum physalis), oggi quasi sconosciute fuori dai confini americani e utilizzate per conserve e fritture, protagoniste del celebre film “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”.

Di solito si immagina che Cristoforo Colombo o Hernàn Cortés (conquistatore dell’impero atzeco), oppure Francisco Pizarro (conquistatore dell’impero inca) dopo lo sbarco nel “nuovo mondo” abbiano visto estese coltivazioni di pomidoro e ne importarono alcune piante, appartenenti alla famiglia delle solanacee, ma non fu così. Di pomidoro  i conquistadores spagnoli  ne videro pochi. Infatti dal “Sumario de la natural historia de las Indias”, scritto da Gozalo Fernàndez de Oviedo e pubblicato nel 1526, si apprende che nelle Americhe erano diffuse le coltivazioni di mais, yuka, peperoncini piccanti, batate, arachidi, ma non di pomidoro.

Poco diffuso, ma non ignoto, il pomodoro fu citato per la prima volta da Hernàn Cortés, che ne descrive il particolare uso gastronomico. Il 20 ottobre 1519 questo condottiero spagnolo per ritorsione nei confronti dei capi della città di Choula, in cui aveva fatto sosta con il suo esercito durante la marcia a Motecuhzoma, li fece uccidere e rimproverò i superstiti di aver tramato contro di lui, dicendo loro: “Ci volevate uccidere e mangiare le nostre carni, perciò avevate preparato le pentole con sale, peperoncino e tomate (= pomodoro)”. L’antropofagia era praticata dagli Aztechi.

Il pomodoro è citato  nella prima ricetta occidentale dedicata al frutto sud-americano: “Salsa di Pomadoro, alla spagnuola”, descritta nel 1692 da Antonio Latini.  Nato nei pressi di Fabriano (prov. di Ancona) nel 1642, seppur di umili origini, con la sua capacità riuscì a 28 anni di età ad essere nominato “scalco”. A Roma fu assunto dal cardinale Antonio Barberini come sottocuoco, passò a mansioni via via superiori, per  giungere infine all'ufficio di scalco, ossia di soprintendente alle cucine, a cui spettava selezionare e dirigere i cuochi e la servitù, rifornire la dispensa e organizzare i banchetti.
Concluse degnamente la carriera a Napoli, alle dipendenze del reggente spagnolo Esteban Carillo Salsedo. In questa città  crebbe la sua fama e vi morì nel 1696.

Nel tempo fu crescente l’interesse  verso i pomidoro per  accompagnare vari cibi, crudi o cotti, inclusa, un secolo più tardi, la pasta, condita con la salsa. 

7
Pensieri, riflessioni, saggi / Re:Friend-zone
« il: Novembre 22, 2022, 17:01:09 »
Buon pomeriggio Mister, condivido le variabili che hai elencato. 

Oltre alla mancata attrazione a volte dipende anche dalla differenza di età.

“Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”, scrisse il filosofo Blaise Pascal (pensiero 277).

La ragione è  razionalità, riflessione, invece  il “cuore”  asseconda i sentimenti, le passioni.

La quotidiana lotta tra la ragione e il cuore ci induce a fare delle scelte, anche nella friend zone.


Piccolo fiore, complimenti per il tuo post. Sei molto brava  :Ppp:

Per consolarci "famose due risate" co Gigi Proietti, nel ruolo di un attore sordastro.

clicca sul link

https://www.youtube.com/watch?v=N_EKXtviYI0

8
Anch'io Scrivo poesia! / Re:Emozioni
« il: Novembre 22, 2022, 15:24:26 »
"… Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
ritrovarsi a volare".
Tu chiamale se vuoi, emozioni !

La canzone di Battisti, “Emozioni”, allude alla malinconia, la gioia viene considerata come possibilità futura: “E ricoprir di terra una piantina verde sperando possa / Nascere un giorno una rosa rossa”.

cliccare sul link per ascoltarla

https://www.youtube.com/watch?v=9q59mFPDjRU

9
Anch'io Scrivo poesia! / Re:Regalo d'Esistenza
« il: Novembre 19, 2022, 17:51:28 »
Mia regina: “grazie di esistere”.

Com'è cominciata io non saprei
La storia infinita con te
Che sei diventata la mia lei
Di tutta una vita per me.

Ci vuole passione con te
E un briciolo di pazzia
Ci vuole pensiero perciò
Lavoro di fantasia.

Ricordi la volta che ti cantai
Fu subito un brivido sì
Ti dico una cosa se non la sai
Per me vale ancora così
Ci vuole passione con te.

Non deve mancare mai
Ci vuole mestiere perché
Lavoro di cuore lo sai

[Ritornello]
Cantare d'amore non basta mai
Ne servirà di più
Per dirtelo ancora per dirti che
Più bella cosa non c'è
Più bella cosa di te
Unica come sei
Immensa quando vuoi
Grazie di esistere.

Ora le stesse parole  te le dico facendole cantare da Eros Ramazzotti, clicca sul link  :) ;D :Ppp:

https://www.youtube.com/watch?v=eTOKcxIujgE

10
Letteratura che passione / Che cosa ne diresti di dormire insieme ?
« il: Novembre 16, 2022, 19:29:27 »
A Milano, nel teatro Carcano, da domani (17 novembre) l’attrice Lella Costa e l’attore Elia Schilton, recitano “Le nostre anime di notte”, adattamento teatrale  tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense Alan Kent Haruf (1943 – 2014).

E’ la storia di un uomo,  Louis Waters, e una donna, Addie Moore,  in età avanzata, entrambi vedovi e soli che vivono ad Holt, una piccola città immaginata da Haruf, nel Colorado.

Spesso  non hanno con chi parlare. I figli sono lontani e gli amici latitano.

Per vincere  la loro solitudine i due iniziano a frequentarsi a casa di Addie di sera.

In una di quelle sere lei gli dice:  “Verresti qualche volta a dormire da me ?” La proposta spiazzante di Addie  è forse scandalosa ma diretta, e lascia Louis molto sorpreso. Solo una donna può avere tale coraggio. Un uomo forse può chiederle di fare sesso, ma soltanto dormire insieme ….

I due anziani decidono di dormire nello stesso letto a due piazze, troppo grande per una sola persona. E la notte è lunga: quando si è vecchi si dorme poco e tanti “fantasmi” vengono a visitarti.

Addie ha bisogno di ingannare quelle ore di oscurità, di parlare e raccontarsi. Meglio con qualcuno capace di ascoltarti, magari di prenderti la mano nel buio. I due si riconoscono nelle inattese sintonie che diventano sentimento  amoroso.

Ma l’amore dei vecchi non è ammesso. La gente parla, sparla, s’indigna.  Il loro atipico rapporto fa scalpore ad Holt.

Figli e nipoti  della coppia dopo aver saputo della relazione, sospettando chissà che, si mettono di mezzo per porre fine a quel legame “scandaloso”. Ma non vinceranno.

La reciproca compagnia è piacevole. Un piacere ineffabile, da riscoprire da vecchi.

Tra le pagine di questo romanzo in molti hanno sentito la fretta dell’autore nel terminare il racconto, una fretta determinata dalla sua malattia che lo avrebbe condotto alla morte poco dopo aver consegnato questo  romanzo all’editore.

“L’amore non si manifesta col desiderio di fare l’amore, ma col desiderio di dormire insieme”: scritta da Milan Kundera, è una delle più belle frasi d’amore su questo argomento, che spiega come dormire insieme sia un gesto di  intimità tra due persone, ancora di più che fare sesso.



Dormire insieme è una prova d’amore? Dormendo insieme si mette alla prova la nuova coppia  ed è la dimostrazione di reciproca fiducia.

Si accetta infatti di restare incoscienti in balia di qualcuno che può scegliere se proteggerci, rassicurarci o approfittarne per farci del male.  Per qualcuno, dormire insieme è più intimo che fare l'amore.

11
Pensieri, riflessioni, saggi / Re:Opercùlum
« il: Novembre 10, 2022, 16:22:09 »
Il film “Vacanze romane" con gli indimenticabili protagonisti Audrey Hepburn e Gregory Peck, ha dato alla cosiddetta  “Bocca della Verità” ulteriore notorietà: era il 1953 e da allora il marmoreo mascherone è entrato nell’immaginario turistico mondiale.


La “bocca della verità” in una scena del film.

------
Un’altra piacevole “Bocca della verità” è a Parigi.


Jules Blanchard: “La Bocca della Verità”, 1871; il gruppo scultoreo è  nel  “jardin du Luxembourg”:  sono i giardini pubblici del Palazzo del Lussemburgo, dal 1958 sede del Senato francese. 

L'immagine mostra la seducente giovane mentre senza timore introduce la sua mano nella "bocca della verità". Alla fanciulla è caduto improvvisamente il mantello che la copriva ed espone senza pudore il suo corpo nudo.

Sulla colonna  sono affissi la marmorea maschera  e il petroso specchio, che “riflette le verità” esposte alla sua luce,  ma la giovane si è opportunamente collocata di lato per evitare il riflesso e, con un sorriso malizioso, mette la sua mano in bocca alla divinità, certa di non poterne subire danno.


Palazzo del Lussemburgo e gli adiacenti giardini.


La facciata verso i giardini del Palazzo del  Lussemburgo: Il nome di questo edificio  deriva da un primo  fabbricato eretto nella metà del XVI secolo e appartenuto a François de Luxembourg.

12
Pensieri, riflessioni, saggi / Re:Opercùlum
« il: Novembre 10, 2022, 12:05:14 »
Lo scarabeo. Nell’antico Egitto lo scarabeo, chiamato “kheperer” simboleggiava la risurrezione. Gli amuleti a forma di scarabeo venivano indossati come monili tra i popoli del Mediterraneo. Fu usato  come monile simbolo della resurrezione anche  dai cristiani dei primi secoli.

Le chele dell’astice (e del granchio)  erano collegate alla simbologia dell’acqua ed erano anche elemento simbolico di Oceanus, antica rappresentazione umanizzata, contraddistinta da chele di astacus (astice) disposte come corna, sulla testa.
Intuibile il rimando evocativo alla forza, spesso anche distruttrice, dell’acqua.


astice

Nella mitologia greca Ōkeanós (Oceano) era un titano, figlio di Urano (il cielo) e di Gea (la terra).
Per Omero era una divinità fluviale, come quella rappresentata sull’artistico coperchio di un grande tombino per la raccolta delle acque piovane, nonchè gli scarichi dalle terme e dei bagni pubblici e privati; esse scorrevano e finivano  dentro il  principale canale fognario: la  Cloaca maxima, che aveva come patrona  Venere Cloacina.

Nell’antico immaginario anche un tombino di raccolta delle acque  faceva parte dell’ambito simbolico di competenza di Oceanus.

Lo scroto, raffigurato sfericamente in basso,  contiene i testicoli dell’apparato genitale maschile. Sul mascherone simboleggia la forza generatrice fluviale-marina.

I profili delle due teste di lupo: questo animale simboleggia la forza. Nell’Urbe la simbologia della lupa evocava i gemelli  Remo, Romolo e la fondazione di Roma.

Per gli Etruschi il Lupo  aveva la funzione di guida delle anime nell’oltretomba.

13
Pensieri, riflessioni, saggi / Opercùlum
« il: Novembre 10, 2022, 09:59:00 »
Dal nome in lingua latina "opercùlum" o "coopercùlum" (= coperchio), dal verbo "operire" o "cooperire" (= coprire) deriva nella lingua italiana il sostantivo opèrcolo, da cui "coperchio".

Sinonimi: tombino, chiusino.

Tombino: diminutivo di “tomba”.  Infatti il coperchio di un tombino  chiude l’apertura di una cavità e  separa due ambiti: quello in superficie e quello sotterraneo, che agevola la vita umana con chilometri  di oscuri condotti: scarichi fognari, linee elettriche, tubi del gas, dell’acqua, ecc..

Collegate al tombino ci sono le gesta di tante “bande del buco”, come quella nel film “Operazione San Gennaro”, nella Napoli degli anni ’60 dello scorso secolo, per rubare il tesoro del Santo.

A Roma, è noto il marmoreo chiusino denominato "Bocca della verità".


Diametro di m 1,75 circa.  Nel 1632 fu murato nella parete del prònao della basilica di Santa Maria in Cosmedin. 


Basilica di  Santa Maria in Cosmedin, Roma

Quel volto barbuto forse rappresenta una divinità fluviale; ha gli occhi, il naso e la bocca forati, per far defluire l'acqua dal livello stradale nel canale fognario.

Guardando con attenzione il  volto si notano alcuni  deteriorati simboli: uno scarabeo, due chele, due teste di lupo e lo scroto.



segue

14
Arte / Re:Metopa degli antipodi
« il: Novembre 06, 2022, 08:25:59 »

Veduta laterale del duomo di Modena



Facciata del duomo di Modena


La cattedrale è decorata con fregi  architettonici e rilievi, come le  8 metope del XII secolo utilizzate per decorare le terminazioni dei quattro  contrafforti del cleristorio:  in architettura è il livello più alto della navata.


La collocazione originaria delle “metope” (lato meridionale)


Le 8 metope originali sono conservate nel museo lapidario del duomo di Modena,  quelle oggi visibili  all’esterno sono copie moderne.  Ognuna presenta un soggetto diverso:

un ermafrodita che mostra i suoi attributi sessuali,

un uomo dai lunghi capelli, con la barba e i baffi, seduto in posizione  yoga,

la sirena bicaudata (con due code),

l'ittiofago (mangiatore di pesci) con la testa di uccello, mentre divora un pesce; ha un piede umano e uno zoccolo di toro; alle sue spalle  si vede un volto di donna con gli occhi chiusi,

fanciullo con il drago, che sarebbe uno “psillo”, cioè un essere immune dal morso dei serpenti,

fanciulla con un terzo braccio che le  esce dalla schiena,

La “grande fanciulla”, in posizione accovacciata: indossa una lunga veste plissettata e l’acconciatura dei capelli è in stile orientale,

la metopa degli antipodi.


 “Maestro delle metope”, Metopa degli antipodi, XII secolo, in pietra calcare, Museo lapidario del duomo di Modena. 

In altorilievo ci sono due figure femminili in posizione rannicchiata,  una di fronte l’altra in modo speculare ma capovolte.

Guardando la foto, la fanciulla sulla sinistra ha i capelli raccolti a treccia, indossa una veste plissettata, e sta seduta; dietro di lei c’è un falco, che nella simbologia cristiana allude alle forze del bene contrapposte a quelle del male.

L’altra ragazza ha sul capo una cuffia che ne raccoglie i capelli corti  e si oppone alla posizione della precedente figura stando capovolta a testa in giù.

Gli storici dell'arte considerano questa scultura la rappresentazione simbolica degli “antipodi”, i due poli dell'essere e dell'esistere.

L'Essere è un tema che attraversa tutta la storia della filosofia fin dai suoi esordi.
Anche l’esistere è argomento ontologico e si relaziona con l’Essere, ma in subordine, come suo modo contingente di manifestarsi e di fluire, perciò attiene alla dimensione del divenire.

Nel cristianesimo il  ribaltamento “antipodico”  significa che non è l'uomo che muore per Dio, ma Dio per l'uomo. Infatti il Vangelo narra  che Gesù, Figlio di Dio e Dio stesso, ha dato la vita per la salvezza  dell’umanità.

15
Arte / Metopa degli antipodi
« il: Novembre 06, 2022, 08:19:57 »
Prima di descrivere la “metopa degli antipodi” reputo necessario dire cos’è una mètopa.

Guardate  la sottostante foto parziale della trabeazione del Partenone, ad Atene.



La trabeazione dell’architettura classica greco-romana era costituita da tre elementi: architrave, fregio e cornice, evidenti nella foto. 

Fermate la vostra attenzione sulla parte centrale: il fregio, ornato dall’alterna successione di marmoree metope a rilievo e  triglifi.

Foto di una mètopa: nome che deriva dal greco metópē, parola composta da “metà-“ (= tra, in mezzo) + “ópē” (=  apertura, foro).

Metopa con altorilievo, Centauro e Lapith, Partenone

Invece i petrosi triglifi  hanno due uguali scanalature centrali verticali (i glifi),  mentre le due scanalature alle estremità sono la metà di quelle centrali; messe insieme formano idealmente la terza scanalatura, da cui il nome triglifo: dalla parola greca tríglyphos, composta da “trèis” (= tre) e “glyphè” (= solco, scanalatura).

Ora facciamo un salto nel tempo e dal Partenone, costruito nel V sec. a. C. come tempio di Atena, ci trasferiamo  a Modena nel XII secolo. Qui  vediamo le maestranze che stanno costruendo la chiesa cattedrale, capolavoro dell’architettura romanica, consacrata nel 1184 dal pontefice Lucio III.   

segue

Pagine: [1] 2 3 ... 155