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Post - Doxa

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Pensieri, riflessioni, saggi / Re:Friend-zone
« il: Dicembre 27, 2022, 16:06:21 »
Nel mio caso è necessaria la "ristrutturazione della mente": far concordare l'istinto con l'età. Non è facile !

Nel tempo l'aspetto fisico cambia, ma si crede di essere sempre attraente come un ventenne.

Essere emarginato nella friend zone dopo aver incrociato la spada con quella di Venere è frustrante.... :D :)

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Pensieri, riflessioni, saggi / Re:Le canzoni di Natale
« il: Dicembre 25, 2022, 21:31:30 »
Nuvola, stasera  ti offro altre tre canzoni natalizie:

la prima è "laica" "Last Christmas",

link sul quale cliccare:

https://www.youtube.com/watch?v=E8gmARGvPlI[/url]

"Last Christmas" mi suscita nostalgia,  mi evoca quando sono stato relegato nella "friend zone"...  :D  leggi i post che ho scritto nel mio thread titolato "Friend zone", in questa sezione: "Pensieri, riflessioni, saggi".


per auto-consolarmi ascolto "Allelujah", interpretato da tre belle e brave cantanti

https://www.bing.com/videos/search?q=andr%c3%a9+rieu%3a+halleluia&docid=608011058601480123&mid=A5D798498BEED4E14EE0A5D798498BEED4E14EE0&view=detail&FORM=VIRE

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Pensieri, riflessioni, saggi / Re:Le canzoni di Natale
« il: Dicembre 23, 2022, 11:04:56 »
Ciao Nuvola, liete feste !

Tra le tante canzoni natalizie oggi ti offro questa

Verbum Caro Factum Est

cliccare sul link

https://www.youtube.com/watch?v=sII6RfeJhuc

Se vuoi allietare anche  i tuoi occhi ti offro il balletto

cliccare sul link

https://youtu.be/bKq1Kz8_ixg

per concludere...

https://youtu.be/EvDxSW8mzvU



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Arte / Milano, la Carità e la Bellezza
« il: Dicembre 16, 2022, 22:16:04 »
A Milano, per le festività natalizie, c’è la  tradizionale  e gratuita mostra “Natale a Palazzo Marino”, fino  al 15 gennaio.

L’esposizione di quest’anno, titolata “La carità e la bellezza”, è nella Sala Alessi (piazza della Scala 2). Patrocinata dal Comune di Milano in collaborazione con il Comune di Firenze e con la Città metropolitana di Firenze, è un progetto ideato da Palazzo Reale in collaborazione con Gallerie d'Italia, l'Area Biblioteche del Comune di Milano e i municipi. L'iniziativa è resa possibile grazie al contributo di Intesa Sanpaolo, partner istituzionale, che da anni, insieme al sostegno di Rinascente, affianca l'amministrazione nel donare questo appuntamento culturale alla città.

La rassegna d’arte propone ai visitatori  quattro capolavori dell’arte toscana provenienti dai musei di Firenze.

Uno spettacolare allestimento fa da palcoscenico alla scultura e ai tre dipinti, ricreando in chiave contemporanea l'atmosfera di una basilica.
I tendaggi in seta calano dall'alto per esaltare la preziosità delle opere ed evocare gli interni di una cattedrale.

Queste sono le opere d’arte esposte:

1.”Madonna col Bambino”, di Sandro Botticelli;

2.”Adorazione dei Magi”, del Beato Angelico;

3.”Madonna col Bambino”, di Filippo Lippi;

4.”Carità”, di Tino di Camaino.

La mostra si estende anche agli altri otto Municipi della città. Dal 13 dicembre le biblioteche di quartiere ospitano importanti opere  d’arte inerenti la carità e della bellezza: quattro tele del Seicento e quattro dell’Otto/Novecento.


Tino di Camaino, Carità, 1320 circa, scultura marmorea a tutto tondo, Firenze, Museo Bardini

La scultura rimase per circa due secoli all'ingresso del Battistero del Duomo di Firenze, monumento-simbolo dell'identità fiorentina, e successivamente ospitata presso il Museo dell'Opera del Duomo.
Lo stile dello scultore, allievo di Giovanni Pisano, predilige forme semplici, impostate su volumi geometrici, ed è del tutto paragonabile a quello utilizzato, nello stesso periodo, da Giotto. La figura allegorica della Carità è una donna che si occupa di due bambini, allattandoli al seno.




Filippo Lippi, Madonna col bambino, 1466-69, tempera su tavola, Firenze, Palazzo Medici Riccardi.

Questo dipinto fu uno degli ultimi realizzato su tavola dal pittore. Poi si trasferì a Spoleto per affrescare l'abside del duomo.




Beato Angelico, tabernacolo, nella parte superiore l'Annunciazione, nel registro inferiore l'Adorazione dei Magi, 1434 circa, tempera su tavola, Firenze, Museo di San Marco.

Per questo tabernacolo il Beato Angelico usò una tecnica tra pittura, miniatura, oreficeria e intaglio. Oltre a offrire un tema  natalizio come l'Adorazione dei Magi, il tabernacolo offre un saggio della sensibilità di Beato Angelico verso i colori che dominano sull'oro del fondo.

Quest'opera arriverà in Sala Alessi il 20 dicembre, perché attualmenteè  in prestito alla mostra a San Giovanni Valdarno dedicata  "Masaccio e Angelico. Dialogo sulla verità nella pittura".




Sandro Botticelli, Madonna col Bambino, 1490 circa, tempera e tempera grassa su tavola, Firenze, Museo Stibbert

Dopo aver raggiunto l'apice della fama e della carriera al tempo di Lorenzo il Magnifico, negli anni che seguono la morte del suo mecenate (1492) Botticelli, rimase impressionato dalle predicazioni apocalittiche di Gerolamo Savonarola, e il suo turbamento spirituale si riflette sulla sua produzione artistica.

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Pensieri, riflessioni, saggi / Metafora del labirinto
« il: Dicembre 14, 2022, 18:43:01 »
Il labirinto ha curve, ostacoli, chiusure, ricorsi, costringono il camminatore che lo percorre a tornare indietro, ad avere ripensamenti e scelte obbligate: il ductus, però, è invariabile: c’è un’apertura, il luogo dai molteplici e salvifici significati, ed è la soluzione che conduce all’uscita.

Metafora dell’esistenza, il labirinto è collegato al tema sacro, perciò utilizzato da diverse religioni.

Simboleggia il percorso interiore dell’individuo, attraverso il quale  lo spirito evolve verso Dio.

Il centro del labirinto rappresenta il sacro, perciò, a volte, c'è la figura del Cristo.


“Cristo nel labirinto”, affresco  del XIV secolo di autore ignoto, ex convento di San Francesco, Alatri (prov. di Frosinone).

Questo labirinto è costituito da undici spire e dodici cerchi, di circa 140 cm di diametro.  Al centro è dipinta la figura  del Cristo pantocratore con  barba e aureola. Indossa una tunica ed ha il mantello.  Con la mano sinistra regge un libro chiuso, mentre con la mano destra indica l'ingresso al labirinto.

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Letteratura che passione / Re:Il dono di Cadmo
« il: Dicembre 07, 2022, 18:10:48 »
/3
Nel III millennio a.C. fu sviluppato un sistema geroglifico semplificato, con caratteristiche fonetiche. Ciascuno dei 22 segni rappresentati corrispondeva ad una consonante. Essa era la lettera iniziale della parola rappresentata nel simbolo. È il cosiddetto proto-sinaitico.

L'alfabeto proto-sinaitico, a volte anche denominato “alfabeto protocananeo”,  è all'origine, per derivazioni e modifiche successive, della maggior parte degli alfabeti utilizzati ancora oggi.
Questo alfabeto consonantico di tipo lineare-pittografico  è formato da  23 segni distinti.  Dà la notazione grafica di ogni fonema consonantico con un singolo segno, senza riportare graficamente le vocali. Tale sistema è usuale nelle antiche lingue semitiche.

I Fenici presero questi simboli, semplificandoli ed associandoli ai suoni della loro lingua.

L'alfabeto fenicio (definito alfabeto protocananeo per le iscrizioni anteriori al 1050 a.C.), era usato dai Fenici e dagli Aramei nell’VIII sec. a. C. per scrivere nella loro lingua. E’ il più antico alfabeto  conosciuto. I Fenici scrivevano su fogli di papiro, lamine di metallo, legno, cuoio e terracotta.

Quello fenicio era un abjad, un alfabeto composto da sole consonanti. Le vocali venivano dedotte dal lettore. Divenne uno dei maggiori sistemi di scrittura, diffuso  nel Mediterraneo dai commercianti fenici.

Dall’alfabeto fenicio derivarono quello ebraico,  greco, romano e arabo.

Furono i Greci che nel IX sec. a.C. fecero proprie le consonanti fenicie e vi aggiunsero le vocali, spesso riadattando simboli che non avevano un corrispettivo fonetico nel greco.

Vennero introdotte anche ulteriori consonanti per ovviare alla mancanza di alcuni fonemi necessari alla pronuncia della lingua.

Nel passaggio tra il sistema di scrittura fenicio e quello greco ci fu l’introduzione della notazione dei suoni vocalici. Alcune lettere dell’alfabeto fenicio che rappresentano suoni superflui per il greco, furono utilizzate per rappresentare non delle consonanti, come in fenicio, ma delle vocali.

L’alfabeto che esportarono i fenici, infatti, era un alfabeto consonantico: del discorso orale segnalava la sola presenza delle consonanti e non quella delle vocali, che andavano integrate nella lettura.

Il nostro alfabeto deriva da quello greco tramite l’alfabeto etrusco, introdotto nell’Italia meridionale dai coloni Greci e poi diffusosi in tutta la penisola, fino all’arco alpino.

Il più antico sistema di scrittura etrusco era bustrofedico: alla fine di ogni riga il testo cambiava direzione, da sinistra a destra, da destra a sinistra.

In epoca successiva si affermò la scrittura con andamento da destra a sinistra ed è per questo che spesso i caratteri etruschi, seppur simili a quelli latini, appaiono riflessi.

Inizialmente l’alfabeto latino veniva usato nella scrittura interamente maiuscola, come quella nelle epigrafi. Tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C, venne elaborata anche la scrittura corsiva.

the end

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Letteratura che passione / Re:Il dono di Cadmo
« il: Dicembre 07, 2022, 17:33:47 »
L’alfabeto latino, tecnicamente detto “sistema di scrittura latino”, è un insieme di grafemi usato dalla maggior parte dei sistemi di scrittura del mondo. È formato da 26 lettere, ma in origine ne aveva solo 20.


alfabeto latino

Tutti gli alfabeti cominciano con la lettera A, dal suo nome greco “alpha”, ma la denominazione è di origine semitica (ancora in uso: ‘alef in ebraico, ‘alif in arabo) e anticamente aveva il significato della nostra parola “bue”, che si ottiene in forma stilizzata rovesciando la lettera di 180 gradi, e si può riconoscere la testa di un bovino con le corna vista di fronte.

Quando i Greci ricevettero l’alfabeto dai Fenici, la prima lettera era adagiata con le corna verso destra. Furono i Greci a ruotarla portando le corna verso il basso.
Si ignora il motivo di queste rotazioni. Comunque la connessione con la figura che la lettera rappresentava in origine non era più rilevante. Infatti adagiata o completamente rovesciata, la lettera A non rappresentava più il bue, ma utilizzata per rappresentare un fonema, un particolare suono della voce.
Questo segno il valore di bue/toro o bestiame lo aveva avuto  da un geroglifico egizio.

La lettera “Alpha” essendo la prima dell’alfabeto era anche usata come cifra per indicare il numero 1 in uno dei due sistemi di numerazione che i Greci utilizzarono nell’antichità.

L’alfabeto latino è rimasto immutato dall’epoca della Roma imperiale ai giorni nostri, ma, come detto, ha origini e legami che lo collegano con altri sistemi di scrittura.

I Latini, mutuando le lettere dall’alfabeto greco (attorno all’VIII sec. a.C.,  forse tramite gli Etruschi), presero solo quelle necessarie a rappresentare i suoni in uso nella loro lingua corrente.

Per esempio la lettera G è un’aggiunta nel III sec. a.C., mentre Y e Z vennero introdotte in epoca repubblicana, in concomitanza con l’aumento dell’influenza culturale greca su Roma, e dunque per la necessità di trascrivere alcune parole greche nel sistema di scrittura latino.

La W e la J sono introduzioni medievali atte alla trascrizione di altre lingue (ad esempio quelle anglo-sassoni).

Una curiosità riguarda le lettere U e V: esse non vennero distinte fino all’epoca rinascimentale.
I Latini infatti non distinguevano graficamente i due suoni, ed anche la loro pronuncia, nel latino classico, era molto più simile di quanto sia in italiano. In scrittura il segno V rappresentava entrambi i suoni, e in ambito epigrafico la lettera V è stata preferita alla U fino al XXI secolo.

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Letteratura che passione / Il dono di Cadmo
« il: Dicembre 07, 2022, 16:50:39 »
Cadmo (in greco antico Kàdmos) è un personaggio  della mitologia greca, che lo vuole  figlio del fenicio Agenore, re di Tiro,  e fratello di Europa, che venne rapita da Zeus.
 
Cadmo è un tipico eroe fondatore (della città greca di Tebe, in Beozia) e civilizzatore, a cui la tradizione attribuì l’introduzione in Grecia dell’alfabeto  fenicio.

Le prime tracce scritte in greco sono della seconda metà dell’VIII sec. a. C., invece le prime attestazioni  in alfabeto fenicio appaiono nella metà dell’XI sec. a. C..

Fino all’epoca di Alessandro  Magno  (IV sec. a. C.) in Grecia si usavano varianti dell’alfabeto greco: ogni pòlis ne aveva uno. Le località con gli indizi epigrafici dove sono stati rinvenuti caratteri alfabetici più vicini al modello fenicio sono le isole di Creta e Thera (Santorini).

I Fenici scrivevano da destra a sinistra, invece i Greci in epoca arcaica usavano tre modalità: da destra a sinistra, da sinistra a destra (che in seguito divenne per loro la norma), oppure procedendo a righe alternate, una da destra a sinistra e l’altra da sinistra a destra.

Nel nostro tempo miliardi di persone in tutto il mondo usano  le lettere dell’alfabeto. Ma che origine hanno ? Di quali tempi, culture, popoli ci raccontano ? Perché la A è la prima lettera dell’alfabeto ? Perché la D, fra i numeri romani, significa 500 ?

Risponde a queste e ad altre numerose domande Alessandro Magrini, che ha pubblicato il saggio “Il dono di Cadmo. L’incredibile storia dell’alfabeto”, edito da “Ponte alle Grazie”.

L’autore ci accompagna in un viaggio affascinante dall’antico Egitto alla Fenicia, dalla Grecia a Roma.

Il mito narra che Cadmo apprese dagli scribi  egiziani l’arte della scrittura, modificandola in una serie di caratteri, semplificati  (rispetto ai geroglifici): l’alfabeto.

Le lettere per scrivere furono esportate anche in Italia, dove, secondo Tacito, storiografo della letteratura latina, gli Etruschi le impararono da Demarato di Corinto, e gli abitanti del Lazio da Evandro d’Arcadia.

Ma cosa c’è di credibile o di possibile in quel racconto ?

Alessandro Magrini ripercorre il lungo cammino compiuto da ciascuna delle lettere dell’alfabeto, dal loro concepimento fino a ricevere la forma e l’uso odierni.

segue

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Letteratura che passione / Re:il dono di Toth
« il: Dicembre 06, 2022, 19:25:30 »
/3

Il termine geroglifico deriva dal latino hieroglyphicus, parola composta dall'aggettivo hieròs (= sacro)  + il verbo glýphō (= incidere): [segni] sacri incisi. Infatti i geroglifici venivano incisi su pietra, utilizzati come sistema di scrittura  riservata ai monumenti.

Ogni glifo  della scrittura geroglifica corrisponde a un segno della scrittura ieratica.

Il rapporto fra i geroglifici e lo ieratico è confrontabile con quello attuale fra lo  stampatello e il corsivo.

La scrittura geroglifica si può leggere in entrambe le direzioni: da sinistra a destra oppure da destra a sinistra, a seconda dell’orientamento dei segni. Invece la ieratica si legge soltanto da destra a sinistra. Inizialmente poteva essere scritta sia in righe sia in colonne, come i geroglifici, ma dopo la XII dinastia  venne standardizzata la scrittura orizzontale.

La parola "ieratica", da hieròs,  significa (scrittura) sacra, deriva dalla lingua greca antica. Per secoli erroneamente si credette  che òa scrittura ieratica  fosse utilizzata soltanto dai sacerdoti egizi.  Il fraintendimento derivò dal fatto che nell'epoca in cui i Greci arrivarono in Egitto essi notarono che i documenti conservati negli archivi dei templi  erano scritti in ieratico e credettero che questa scrittura fosse tipica dei testi religiosi. In realtà gli archivi dei templi non contenevano solo testi religiosi, ma anche opere letterarie, scientifiche e militari, dal momento che nei templi avveniva anche l'istruzione dei futuri professionisti dello Stato.

A far entrare l’Egitto nell’orbita della Grecia furono le conquiste di Alessandro Magno (356 a. C. – 323 a. C.). Dopo la sua morte l’impero macedone fu diviso tra i generali che lo avevano accompagnato nelle spedizioni militari. Vennero costituiti i cosiddetti “regni ellenistici”, tra i quali quello tolemaico in Egitto, iniziato con Tolomeo I e concluso con la morte per suicidio di Cleopatra VII e la conquista romana nel 30 a. C..
La cultura ellenistica continuò a prosperare in Egitto durante i periodi romano e bizantino, fino alla conquista islamica dell’Egitto tra il 639 e il 642.

Nel I millennio a. C. dalla scrittura ieratica derivò una forma semplificata, detta “demotica”.
 
Questo tipo di scrittura, a differenza di quella  ieratica e quella geroglifica, non era utilizzato nei testi letterari o nelle iscrizioni funebri, ma nei documenti per scopi commerciali e letterari,  mentre la ieratica veniva riservata per la redazione di testi religiosi.

Scrittura “demotica”, dal greco dēmotikós (= popolare, derivato da “démos” = popolo): questo nome le fu attribuito  dall’antico storico greco Erodoto (484 a. C. – 425 a. C.) per designare la forma popolare di scrittura accanto a quella ieratica e a quella geroglifica. 

Dagli Egiziani  la demotica veniva denominata  “sekh shat”: significa “scrittura per documenti, ma foneticamente evoca il nome della dea Seshat, divinità protettrice della scrittura.

La fase finale della lingua egizia fu l’alfabeto copto, basato sull’alfabeto greco, con l’aggiunta di 7 grafemi derivanti dal demotico per trascrivere altrettanti fonemi non esistenti nella lingua greca.

Con l'utilizzo dell'alfabeto greco, per la prima volta nella storia della lingua egizia furono trascritte anche le vocali, non esistenti nei precedenti sistemi di scrittura della lingua; la scrittura va da sinistra verso destra, in linee orizzontali, senza separazione fra le parole, seguendo l'uso greco da cui era stata derivata.

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Letteratura che passione / Re:il dono di Toth
« il: Dicembre 06, 2022, 16:54:19 »
/2
Le prime testimonianze sulla  scrittura nell’antico Egitto  risalgono all'incirca al  3.200 a. C..

Le iscrizioni furono rinvenute nel 1988 nella cosiddetta “tomba U-j”, sepoltura proto-regale nell’Alto Egitto.
 
La tomba è suddivisa in dodici camere. Sebbene depredata nel lontano passato, fu  trovato molto arredo funebre: manufatti in avorio e osso, differenti tipi di ceramica, più di 200 giare di vino,  circa 150 tavolette di argilla con brevi iscrizioni.

Le piccole tavolette, incise ognuna con segni geroglifici, in numero variabile da uno a quattro, indicano come la scrittura fosse già ad un certo livello di sviluppo. Alcune delle iscrizioni sono leggibili (con valore fonetico) e menzionano istituzioni amministrative, proprietà agricole del sovrano,  alcune località nel delta del Nilo. 

Anche molte ceramiche sono iscritte con uno o due ampi segni tracciati con inchiostro nero.
 
E’ noto che i geroglifici, scolpiti o dipinti,  compongono  un sistema di scrittura formato da logogrammi sillabici e alfabetici, decodificati nel 1822 dall’archeologo ed egittologo francese  Jean-François Champollion (1790 – 1832).

E quest’anno, in occasione del secondo centenario dell’interpretazione dei geroglifici da parte di Champollion, il Museo Egizio  di Torino celebra quell’evento con una mostra titolata: “Il dono di Toth: leggere l’antico Egitto”, dal 7 dicembre 2022 al 7 settembre 2023.

Fra gli oggetti presenti, c’è il “Papiro dei re”: l’unica lista reale di epoca faraonica scritta a mano su papiro (non con i  segni geroglifici, il cui uso era riservato ai templi e ai monumenti come stele  e statue)  con la scrittura ieratica, in corsivo, di uso quotidiano,  che veniva tracciata  dagli scribi sul papiro con il calamo tinto nell’inchiostro.


 scrittura ieratica su papiro

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Letteratura che passione / il dono di Toth
« il: Dicembre 06, 2022, 16:15:16 »
Toth, divinità appartenente alla religione dell’antico Egitto.

Gli furono attribuite numerose  funzioni e ruoli.

Creduto l’ideatore della scrittura, fu  patrono degli scribi, degli archivi e delle biblioteche.

Seshat era la sua paredra, termine di origine greca: significa “chi siede accanto”. 

Toth veniva rappresentato in due modi: come una scimmia del tipo babbuino 


Il dio Thot scolpito come una scimmia protegge lo scriba reale Nebmertouf. XVIII dinastia

oppure  veniva raffigurato con corpo umano e testa di un volatile, l’Ibis sacro.



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Enogastronomia / Re:Pomodoro
« il: Novembre 28, 2022, 07:57:49 »
Post scriptum

Ve la ricordate la scena nel film “Un americano a Roma”, del 1954, interpretato da Alberto Sordi, mentre dice: “Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, io me te magno !” ?. Nel piatto che ha davanti ci sono gli spaghetti, ma lui li chiama “maccheroni”, perché la parola “maccherone” per secoli è stata sinonimo di “pasta” di qualsiasi formato.

Un famoso cuoco del ‘400, Martino de’ Rossi o Martino de Rubeis, detto “Maestro Martino”, fu  a Milano al servizio del duca Francesco Sforza, poi si trasferì a Roma per lavorare come  capo “chef” nelle cucine vaticane. Fu molto  elogiato per le sue innovative ricette gastronomiche. Scrisse il “Libro de arte coquinaria” e insegnò a fare  sia i “maccaroni siciliani” (con la stessa tecnica che si usa oggi per elaborare i “maccheroni al ferretto”: bucatini lunghi circa 20 cm),  sia i “maccheroni romaneschi”: tagliatelle “tirate” col mattarello.


Un sontuoso banchetto gastronomico.  Fra i commensali c’è un cardinale, al centro della scena. Tra i numerosi servitori si riconosce sulla sinistra il cantiniere, con l’abito blu; al centro, di spalle, vestito con abito verde,  il "tagliatore di carni". Foto tratta da “Très riches heures du Duc de Berry”, codice miniato elaborato tra il 1412 e il 1416. E’ considerato un capolavoro dei fratelli Limbourg e della pittura franco-fiamminga del XV secolo. E’ un libro d’ore, commissionato dal duca Jean de Berry e conservato oggi nel Musée Condé a Chantilly (Francia).

Circa un secolo dopo, un altro famoso cuoco italiano, Bartolomeo Scappi (1500 – 1577), nel 1536 organizzò un banchetto  in onore dell’imperatore di Carlo V e del cardinale Lorenzo Campeggi.  Servì alla corte di altri cardinali, fino a divenire cuoco delle cucine vaticane durante il pontificato di Pio IV e successivamente di Pio V. 

Pubblicò un “Trattato di cucina” con più di mille ricette e consigli  su ciò che doveva conoscere un cuoco rinascimentale di alto livello. Cita anche i “maccaroni, detti gnocchi”, impastati con farina, pane grattato, tuorli di uova e brodo. A tali “maccaroni” si dava la forma passandoli sul retro di una grattugia.

Nel suo trattato Bartolomeo Scappi elenca anche altri tipi di pasta: lasagne, tagliatelle, vermicelli, ma il “maccherone” era il nome generico per tutta la pasta, con poche eccezioni.


Il trattato di Scappi in una ristampa del 1622

In questo libro  c’è la prima raffigurazione conosciuta di una forchetta, nuovi metodi di preparazione del cibo e l'uso di ingredienti importati dalle Americhe.
 
Ancora a metà ‘800 nel ricettario anonimo titolato: “Il cuoco milanese e la cuciniera piemontese” vengono chiamati “maccaroni” anche i tagliolini di pasta fresca.

Mangiamaccheroni” era l’appellativo riferito al popolo napoletano  che nel ‘700 e nell’800 mangiava pasta in grande quantità.

Fino al seicento i maccheroni erano serviti come piatto dolce, conditi con zucchero e cannella, poi nel '700 si diffuse la pasta  che veniva mangiata  con le modalità che conosciamo oggi. In strada, in ogni quartiere, c’era  la caldaia del "maccaronaro" con accanto il piatto ricolmo di formaggio, unico condimento, prima dell’uso del sugo di pomidoro/pomodori.





Il piatto di maccheroni veniva servito dal venditore ambulante.

Il “mangiamaccheroni si fa forchetta con due dita, solleva i maccaroni o i vermicelli mezzo palmo sopra la bocca, e poi facendo un live movimento di girazione a spirale ve li caccia dentro”.

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Enogastronomia / Re:Pomodoro
« il: Novembre 26, 2022, 14:41:20 »
Grazie Micio per il tuo contributo.

Per ringraziarti ti offro un piatto di “maccarones cun pumatta” (= maccheroni con salsa di "pomo-d’oro", parola composta da pomo + oro; la prima parte è variabile per il plurale, la seconda (oro) rimane invariabile, ma ormai si è diffusa l’usanza di chiamarli pomodori anziché pomidoro e l’uso vince).



29
Presentazioni / Re:presentazione
« il: Novembre 24, 2022, 14:44:04 »
Bentornato !  :)

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Enogastronomia / Re:Pomodoro
« il: Novembre 23, 2022, 22:43:41 »
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Il pomodoro fu introdotto in Spagna nella prima metà del’500, ma non ebbe diffusione, forse perché le varietà introdotte  contenevano solanina in quantità elevata, perciò indigesta. Perciò fu utilizzato come pianta ornamentale o medicinale e a scopo di studio negli orti botanici con una diffusione limitata. Solo successive selezioni varietali portarono il pomodoro alla sua completa commestibilità.

Dopo la Spagna  l’Italia, fu  la prima nazione europea a conoscere il pomodoro nei domini spagnoli sul territorio italiano: Regno di Napoli e Ducato di Milano.

In Sicilia il pomodoro è denominato “pumurammuri”, di derivazione dal francese “Pomme d’amour”,  forse fu la prima regione italiana che conobbe la nuova pianta,  infatti da questa regione provengono le ricette italiane più antiche a base di pomodoro, soprattutto sughi e conserve essiccate.

In Sardegna, altro  possedimento spagnolo fino al 1720, e nel  Nord Italia usano lemmi che derivano dallo spagnolo “tomate”.
 
Nel Centro-Sud Italia si usa chiamarlo pomodoro, “pommarola” a Napoli e “pammadore”, anzi “la pammadore”, al femminile,  anche nella provincia di Chieti.

La storia documentata del pomodoro in Italia inizia il 31 ottobre 1548 a Pisa quando Cosimo de’ Medici riceve dalla tenuta fiorentina di Torre del Gallo un cesto di pomodori nati da semi donati alla moglie, Eleonora di Toledo, dal padre, Viceré del Regno di Napoli.

In Italia la diffusione del pomodoro fu lenta, causa la diffidenza iniziale verso il nuovo frutto, non associabile a nessun cibo già conosciuto.

Nel ’700 cominciò il periodo della “sperimentazione” gastronomica, poi ebbe ampia diffusione dal XIX secolo.

Luigi Bicchierai, detto Pennino, dal 1812 al 1873 fu il titolare della locanda “al Ponte”, di Lastra a Signa, vicino a Firenze. Lasciò un diario e molte ricette. La prima ricetta, datata marzo 1812, è quella del “sugo della miseria”, una sorta di ragù fatto con i pomidoro e  la carne lessa. Non c’è alcun indizio che venisse usato sui maccheroni. 

La pasta  col sugo di pomodoro, simbolo della cucina napoletana, ebbe il connubio tardivo.

I maccheroni, quelli lunghi (spaghetti, bucatini, vermicelli) cercati dall’affamato Pulcinella, non si scolavano nel colapasta, ma si tiravano fuori dalla pentola con un forchettone e si mangiavano con le mani. Venivano conditi con cacio, soprattutto con caciocavallo o ricotta salata. Lo annota anche Goethe nel suo “Viaggio in Italia”. A Napoli nel maggio 1787: “I maccheroni si trovano da per tutto e per pochi soldi. Si cuociono per lo più nell’acqua pura, e vi si grattugia sopra del formaggio, che serve a un tempo di grasso e di condimento”.

the end

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