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Il centenario dalla nascita di Elio Vittorini [21-07-2008]


Il 23 luglio del 1908 (cento anni addietro) nasceva a Siracusa Elio Vittorini, scrittore di valore che ha ben rappresentato l’agonia dell’uomo durante il fascismo, la guerra e la Resistenza (imprigionato e rimesso in libertà, dal 1943 al 1945 era entrato a far parte della Resistenza, dopo essersi avvicinato al Partito Comunista clandestino). Intellettuale moderno per i suoi tempi, fu molto impegnato in ambito politico-sociale ed etico.
Era figlio di un ferroviere, e per questo aveva girato tutta la Sicilia, che - dopo vari tentativi di fuga - lasciò definitivamente a 16 anni, interrompendo gli studi di ragioneria per andare a lavorare in Friuli. Nel 1930 si trasferì a Firenze, ove lavorò come correttore di bozze per “La Nazione”. Divenne poi giornalista (collaborando con riviste e quotidiani) e scrittore di gusto neorealistico, oltre che traduttore di libri inglesi e americani. Come a Cesare Pavese, dobbiamo a lui - entrambi veri pionieri della moderna traduzione inglese-italiano - l’aver potuto conoscere grandi autori anglosassoni come William Saroyan, D.H. Lawrence, Edgar Allan Poe, William Faulkner, Ernest Hemingway. T.S. Eliot e W.H. Auden. E forse furono proprio loro a creare quel «mito dell’America», che nonostante tutto non ha mai visto il tramonto.
Trasferitosi a Milano, Vittorini entrò a far parte dello staff editoriale di Bompiani e, negli ultimi anni, di Einaudi e Mondadori: fu lui lo scopritore di Beppe Fenoglio, scrittore-partigiano, e di Italo Calvino, anche se purtroppo non capì la grandezza di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (respinse la pubblicazione del manoscritto de “Il Gattopardo”). Contribuì a creare “Il Politecnico” (1945-1947), prestigiosa rivista di politica e cultura contemporanea (che cercò sempre di mantenere al di fuori e autonoma dalla politica, ma che fu sempre in prima linea per un rinnovamento artistico-letterario), e “Il Menabò” (1959), trimestrale letterario curato insieme a Calvino, che in opposizione alla cultura borghese si apriva allo Sperimentalismo degli anni sessanta.
Uno tra i suoi libri più importanti è “Conversazione in Sicilia”, scritto nel 1941 e nato dal suo radicale spirito antifascista: l’autobiografico protagonista - distrutto dall’orrore del fascismo e dalla tragica violenza della guerra - prende coscienza del suo «mondo offeso» e ritorna in viaggio nell’isola della memoria, alla ricerca delle lontane radici.
Del 1944 è l’altro suo grande romanzo “Uomini e no”, dedicato alla Resistenza italiana (vero e proprio documento di rivolta); egli era allora ricercato dalla polizia tedesca per avere organizzato uno sciopero generale a Firenze, e la vicenda del libro è ambientata nella città di Milano occupata, ove alle dure azioni dei partigiani si mescolano le violente rappresaglie dei nazisti. In questo libro, con parole di poesia epica così scrive: «L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch’era, in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo. Ma l’offesa che cos’è? E’ fatta all’uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L’oppressione? Chi è caduto anche si alza. Offeso, oppresso, anche prende le catene dai suoi piedi e si arma di esse: è perché vuol liberarsi, non per vendicarsi. Questo è anche l’uomo. (...) Noi abbiamo Hitler oggi. E che cos’è? Non è uomo? Abbiamo i tedeschi suoi. Abbiamo i fascisti. E che cos’è tutto questo? Possiamo dire che non è, questo anche, nell’uomo? Che non appartenga all’uomo?» (CIV).
Vittorini fu anche un ottimo critico: molti dei suoi testi di polemica politico-letteraria sono stati raccolti in “Diario in pubblico” (1957), altri sono stati pubblicati postumi in “Le due tensioni: appunti per una ideologia della letteratura” (1967); in essi, egli misurava i valori della cultura e dell’arte con il metro delle istanze sociali.
Il grande scrittore siciliano morì a Milano nel 1966, purtroppo prematuramente. Aveva soltanto 58 anni.

Di Silvia Iannello

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