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Il centenario dalla nascita di Mario La Cava [15-09-2008]


Il giornalista e scrittore calabrese Mario La Cava nacque cento anni addietro (11 settembre del 1908) a Bovalino da una famiglia piccolo-borghese; dopo gli studi di base compiuti in Calabria, si laureò in Giurisprudenza a Siena, dedicandosi poi interamente alla scrittura. Morì nella sua casa di Bovalino il 16 novembre del 1988, all’età di 80 anni.
Autore di grande originalità, amò il “Classicismo” ma fu anche sensibile alle nuove tecniche dello “Sperimentalismo”. Uomo e scrittore socialmente impegnato, alla maniera di Giovanni Verga, scrisse: «Spero di avere pur dato una voce ai più umili della mia terra»; e in una sua intervista confessò: «...ho speso una vita per scrivere, per analizzare la Calabria. Non so se bene o male... ho fatto grandi sacrifici, sperando che questa terra potesse avere una sorte migliore...».
Riverito come un maestro, fu apprezzato da grandi intellettuali come Leonardo Sciascia, che scrisse: «i testi di La Cava costituivano per me esempio e modello di come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità cui aspiravo» (egli curò la pubblicazione di “Colloqui con Antonuzza” nel 1954), o come Elio Vittorini che, presentando nel 1953 il libro “Caratteri”, scrisse: «La Cava... coltiva un suo genere speciale di brevissimi racconti in cui fonde il gusto dell’imitazione dei classici e lo studio naturalistico del prossimo...».
Dopo un periodo d’oblio, lo scrittore calabrese è stato riscoperto grazie al film televisivo di Luigi Comencini, tratto dal suo primo racconto “Il matrimonio di Caterina” (scritto nel 1932 e pubblicato soltanto nel 1977), ed è stato rivalutato nella sua grandezza grazie al convegno su di lui tenutosi nel 2000 presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con la pubblicazione del saggio “La narrativa di Mario La Cava nella letteratura italiana del Novecento” a cura di R. Nisticò (2001).
Tra le sue opere principali, sono da ricordare: “Le memorie del vecchio maresciallo” (1958), “Mimì Cafiero” (1959), “La ragazza del vicolo scuro” (1977), e “Terra dura” (1980). Altri suoi libri furono pubblicati postumi, e molti testi inediti di quel che fu un autore estremamente prolifico aspettano ancora di essere pubblicati.
I suoi libri esaltano i valori della cultura meridionale, sono concentrati sull’ambiente contadino calabrese, e parlano con empatia di emarginazione e sofferenza. Nella raccolta di saggi “Storia dell’emigrazione italiana”, Sebastiano Martelli - parlando di La Cava e dei suoi emigranti - così scrive: «Mario La Cava ripropone un’emigrazione carica di sensi di sconfitta, parentesi che non può modificare il destino delle origini; il sogno americano è assunto in chiave ideologica e letteraria... I suoi personaggi sono quasi tutti emigranti rientrati, l’esperienza migratoria non è servita a lenire le lacerazioni, gli intoppi, anzi, spesso ne ha aggiunti altri e il ritorno, più che dettato dalla nostalgia, è un approdo obbligato, quasi di animale ferito che va a morire nella sua tana.». Come dimenticare le sue eroine che accettano passivamente matrimoni senza amore, combinati in America o in Australia, abbandonando sconfortate i solidi affetti familiari e accettando la separazione dall’amata terra natia (Mariarosa sale, sulla nave che parte, «come un uccellino; e come un uccellino che ha perduto la voce, muore ai sogni della vita bella, per precipitare negli abissi delle cose finite per sempre»), o come dimenticare Pina, la donna infelice che, abbandonata dal marito andato in America, è costretta a cedere il figlio più piccolo alla nuova donna di lui (pur sapendo che lo perderà come ha perduto il marito). Nel suo già citato capitolo “Dal vecchio mondo al sogno americano”, Martelli conclude: «Agli emigrati rientrati di La Cava l’America non ha cambiato lo “status” profondo, antropologico; spesso essi ritornano all’antica miseria, all’atavica condanna della loro origine come se il tempo fosse passato invano.».

Di Silvia Iannello

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