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Montanelli, il Grande Vecchio del giornalismo

Pubblicato il 21-04-2009


Cento anni addietro, il 22 aprile del 1909 - «l’anno in cui sono state messe in commercio le prime macchine da scrivere portatili» (Stefano Bartezzaghi) - , nasceva a Fucecchio (Firenze) Indro Montanelli, non solo giornalista carismatico ma anche ottimo scrittore e colto storico. Seguì il padre, preside di Liceo, nei suoi numerosi spostamenti (Lucca, Nuoro e Rieti ove frequentò il Liceo) dando inizio a una vita straordinaria e avventurosa. Laureatosi in Giurisprudenza, iniziò a scrivere su riviste e periodici divenendo amico di Longanesi e Prezzolini; passò poi a lavorare come reporter di prestigiosi giornali esteri. Aderì al regime fascista, arruolandosi volontario in Abissinia come comandante di un battaglione di Ascari (vi sposò una ragazzina eritrea - comprata dal padre secondo gli usi locali - che gli rimase accanto nella permanenza in Africa). Partecipò poi come corrispondente alla Guerra di Spagna, prendendo posizione contro il regime di Franco e guastandosi per le sue critiche anche con il regime fascista. Preferì allontanarsi dall’Italia e al suo ritorno entrò a far parte dello staff del Corriere della Sera (1938), andando in giro per l’Europa come «redattore viaggiante». Durante la guerra fu in Germania, Polonia, Finlandia, Francia e Grecia, pubblicando articoli schietti che in Italia aumentarono lo scontento perché considerati “disfattisti”. Dopo l’8 settembre, si legò al movimento partigiano Giustizia e Libertà; ricercato e catturato dai tedeschi, fu incarcerato e condannato a morte ma si salvò fortunosamente con la fuga in Svizzera; l’esperienza del carcere gli ispirò il racconto “Il generale Della Rovere” (chi era realmente il suo compagno di cella a San Vittore nel 1944? Il generale Della Rovere, fucilato poi dai tedeschi, o Giovanni Bertone, un pregiudicato spia dei tedeschi?), scritto contemporaneamente alla sceneggiatura del bel film di Rossellini (1956), premiato a Venezia con il Leon d’oro. Il film suscitò molte tensioni e dai politici d’entrambi gli schieramenti fu accusato di distorsione storica (rappresentava un tedesco buono!).
Nel 1945 fu chiamato alla direzione de La Domenica del Corriere, ritornò quindi al Corriere della Sera (1946) e partecipò alla creazione della casa editrice Longanesi che pubblicò il suo libro “Morire in piedi” (1949). Negli anni cinquanta su La Domenica del Corriere creò «La Stanza di Montanelli», fortunatissima rubrica che gli diede fama immensa. Contemporaneamente iniziò a occuparsi a puntate di Storia, curando la pubblicazione di vendutissimi libri che contribuirono a divulgare la disciplina storica tra il grande pubblico.
Partecipò alla rivoluzione ungherese del 1956 e raccontò la sua repressione da parte sovietica nell’opera teatrale “I sogni muoiono all’alba”, divenuto un film da lui stesso diretto insieme a M. Craveri ed E. Gras, ricco di un cast stellare (1961). A Budapest, cinque giornalisti italiani di diverse tendenze politiche si ritrovano a trascorrere nelle chiuse stanze di un albergo le interminabili ore di una drammatica trattativa tra i Sovietici, discutendo i loro drammi interiori mentre il fragore dei carri armati sovietici annuncia la tragedia imminente.
Anticomunista filo-americano (disse alla Iotti: «Tengo una vecchia icona di Stalin perché è il comunista che ammiro di più: quello che ha fatto fuori più comunisti»), fu un conservatore illuminato appartenente a «una destra che non esiste» - quella dei Padri del Risorgimento e di Giovanni Giolitti - ma egli stesso per le sue idee controcorrente amava definirsi un «anarco-conservatore» (molti lo tacciavano invece di fascismo). Nei primi anni settanta lasciò il Corriere che aveva virato a sinistra e fondò “Il Giornale”: con questa «traversata nel deserto» voleva dar voce alla «maggioranza silenziosa». Nel giugno del 1977 Montanelli, mentre si recava al giornale, fu gambizzato dalle Brigate Rosse che lo ritenevano “uno schiavo delle multinazionali”: questo episodio aumentò la sua notorietà e lo avvicinò maggiormente ai suoi lettori. Nel 1993 per contrasti con Silvio Berlusconi - che nel 1977 era divenuto il proprietario della testata - abbandonò il Giornale (scrisse Indro: «... fu una separazione consensuale tra me e Berlusconi. Il patto su cui si reggeva la nostra convivenza, che era stato scrupolosamente osservato da entrambe le parti, era venuto meno»). Da quel momento numerosi furono i suoi attacchi a Berlusconi entrato in politica, che egli considerava inadatto e portatore di istinti autoritari.
Si buttò quindi nella nuova avventura della creazione del quotidiano d’opinione “La Voce” (così chiamato in omaggio a Prezzolini) ma l’impresa fallì ben presto per motivi economici; ritornò allora al Corriere, ripristinando il sodalizio durato oltre quarant’anni.
Forse il più grande giornalista italiano della seconda metà del ’900, Montanelli scrisse circa 60 libri e ricevette numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. Nel 1991 il presidente Cossiga gli offrì la nomina a senatore a vita ma, per salvaguardare la sua indipendenza, egli rifiutò (scrisse: «Non è stato un gesto di esibizionismo... il giornalista deve tenere il potere a una distanza di sicurezza»). Morì a Milano il 22 luglio del 2001. Il giorno seguente il Corriere pubblicò in prima pagina il necrologio scritto dallo stesso giornalista poco prima di morire: «... Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza Indro Montanelli... prende congedo dai suoi lettori, ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito... Non sono gradite né cerimonie religiose né commemorazioni civili». Nei Giardini di Porta Venezia - oggi i “Giardini Indro Montanelli” - il Comune di Milano gli ha dedicato una statua di bronzo che lo raffigura con la sua inseparabile Lettera 22 sulle ginocchia.

Di Silvia Iannello


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