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Eugène Jonesco e il suo teatro della derisione [30-11-2009]


Cento anni addietro (il 26 novembre del 1909) nasceva il grande commediografo sperimentatole francese Eugène Jonesco. Figlio di un rumeno e di una francese, rimase a Bucarest sino al 1940, compiendovi gli studi e divenendo professore ordinario. Trasferitosi a Parigi, conobbe il successo sino a divenire membro dell’Académie Française. Morì a Parigi il 28 marzo del 1994 ed è sepolto nel cimitero di Montparnasse.
Un “fil rouge” lega Ionesco al grande Alfred Jarry, autore francese di rottura e provocatore satirico che morì nel 1907 a 34 anni per tubercolosi e abuso d’assenzio, il creatore della saga di Ubu che con la parodia e il grottesco disgregò il teatro borghese realista di fine Ottocento. A questo anticipatore guardò Ionesco ma il termine di “Teatro dell’assurdo” è stato coniato dal critico Martin Esslin per definire lo stile teatrale di quei drammaturghi europei che tra gli anni 40-60 realizzarono nell’arte drammatica il concetto filosofico esistenzialista dell’assurdità dell’esistenza. Ionesco, anzi, rifiutò questa definizione preferendo parlare di “teatro della derisione” per l’aspetto ridicolo e l’humour acido delle sue pièces (aveva scritto: «Dove non c’è umorismo non c’è umanità; dove non c’è umorismo c’è il campo di concentramento»). L’incontro di Eugène con quel “nouveau théâtre” che sovvertiva la scena parigina ed europea del secondo dopoguerra fu casuale ma rivelò subito le sue doti anticonvenzionali nella commedia d’esordio “La cantatrice calva” («anticommedia... tragedia del linguaggio»), che si regge sulla conversazione zeppa di banalità dei coniugi inglesi Smith che in «un interno borghese inglese, con poltrone inglesi» ricevono due individui inglesi che si riconoscono poi essere i coniugi Martin; le due coppie - dopo l’entrata e l’uscita di un pompiere che cerca un incendio da spegnere - iniziano un assurdo e violento dialogo privo di senso comune (ma ricco di senso tragico) che arriva sino alla delirante disarticolazione del linguaggio, simbolo di comunicazione alienata. Si spengono poi le luci, e ritroviamo i Martin, al posto degli Smith, che recitano le stesse battute iniziali (che sono poi molto simili a quelle di un manuale di conversazione inglese). Appare evidente l’intento dell’autore di additare una società umana priva di realtà e disgregata alla vuota disperazione dell’uomo moderno. Messa in scena per la prima volta l’11 maggio del 1950, la commedia s’impose all’attenzione della critica ma fu stroncata dal pubblico, che dal 1957 iniziò però a seguire con entusiasmo le rappresentazioni testo che da allora sono diventate quotidiane presso il piccolo Théâtre de la Huchette nel Quartier Latin (se ne contano circa 16.500 repliche). Nel 1952 Samuel Beckett incontrava i medesimi problemi di critica e di pubblico con il suo “Aspettando Godot” che distruggeva il linguaggio col silenzio.
Seguirono gli atti unici “La lezione” (1951), “Le sedie” (1952) e “Vittime del dovere” (1954), ricco di forte introspezione psicologica; fu però “Il rinoceronte” (1959) - spietata analisi politica e grottesca parodia del nazismo e di tutti i totalitarismi - a consacrarlo come un maestro della drammaturgia. Il teatro non facile di Ionesco (che si considerava un «anarchico di destra») suscitò feroci polemiche da parte della critica di sinistra che lo accusò di indifferenza per l’attualità, antiteatralità, mancanza di impegno politico e poca attenzione sociale. Attraverso conferenze, interviste e il saggio “Note e contro-note” (1962), Ionesco tentò in ogni modo di difendere il “non sense” di quel suo teatro privo di un costrutto razionale (scrisse: «La ragione è la follia del più forte; la ragione del meno forte è follia») che rifiutava sia il linguaggio logico, sostituito da insensati dialoghi ripetitivi, sia la struttura tradizionale della trama rimpiazzata da una successione di eventi priva di significato. Sotto l’apparente insensatezza, però, l’autore - profondamente religioso e attento al problema del male - nascondeva una lucida analisi del dramma dell’esistenza umana e di quello della società contemporanea (nella quale «vengono glorificati gli assassini»). Sconsolato, fu costretto ad ammettere: «Più mi spiego e meno mi capisco». Le commedie successive, segnate da un senso tragico della vita e da una spenta rassegnazione, s’incartarono in una ripetitività intellettualistica, mostrando un uomo sempre più estraneo dinanzi alle tante atrocità del mondo moderno (fanno eccezione le piccole pause di quella che Ionesco chiamava «euforia estatica» per le stupende meraviglie del mondo).
Il sopra citato “fil rouge” si lega poi a Harold Pinter in Inghilterra ma anche a Edward Albee (vincitore di tre premi Pulitzer) negli Stati Uniti che, ispirandosi a Ionesco, col suo dramma “Chi ha paura di Virginia Woolf?” (1962) ripropone in modo corrosivo l’incontro tra una coppia di mezza età e una di giovani in un odioso gioco al massacro in cui tutti s’insultano e si deridono (e nulla è risparmiato a nessuno), nel dirompere di tensioni interpersonali che strappano il velo dell’ipocrisia piccolo-borghese mostrando una tremenda solitudine esistenziale. Questo teatro dell’assurdo non è però un gioco senza senso ma una severa critica severa al conformismo e alle banalità che uccidono l’individualità dell’uomo (e proprio Ionesco si definì «un cercatore di spiritualità»), un modo di esprimere la solitudine umana e l’incapacità a comunicare attraverso dei protagonisti che non sono più gli “eroi” del teatro tradizionale ma degli “archetipi” privi di psicologia che si esprimono per convenzioni linguistiche e luoghi comuni: “uomini vuoti” o forse meglio “marionette” alla maniera di molti protagonisti del teatro di Luigi Pirandello.

Di Silvia Iannello

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