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Recensione Nico Orengo

Nico Orengo

Recensione de: Di viole e liquirizia

Di Eugenio Cardi

Cos’è che sa di Viole e liquirizia? Un buon vino, naturalmente! E di vino deve proprio intendersene Nico Orengo, dato il bel libro che ha scritto, innervato di sole, viti, e colline.
Nico Orengo lo seguo fin dai tempi di dogana d’amore ed è uno dei scrittori che in Italia maggiormente apprezzo. Non solo per i suoi libri, per il suo modo di scrivere secco, incisivo e direi addirittura corposo, come credo un buon vino debba essere; ma anche e soprattutto per il suo parlare di libri in modo competente e pacato, mai sopra le righe, mai solo per comparire.
Di viole e di liquirizie sa di terra, di quella buona, dove far crescere e coltivare - con l’amore che si nutre solo per un figlio - una vite che non è solo un modo di vivere ma diventa l’essenza stessa della vita.

Sarà che anch’io sono un amante del buon vino, ma il romanzo di Nico Orengo è davvero godibile.
Ma non c’è solo il vino: direi anzi che il vino è il pretesto, l’alibi, la bugia intorno alla quale ruota tutto: l’amore, l’infanzia, i contrasti familiari, le tare che – piccole o grandi – tutti noi ci portiamo dietro fin dall’adolescenza.
Ci sono i conflitti generazionali, l’apparente calma delle colline intorno ad Alba e soprattutto uno spicchio di Francia che il sommelier parigino Daniel Lorenzi porta fin laggiù e che funge da detonatore per dar fuoco alle contraddizioni che si nascondono irrequiete sotto le ceneri: Daniel portò un po’ di vino verso il centro del palato, era da lì che si avvertiva la complessità della sua struttura, la sua densità. Acidità e tannini si armonizzavano respirando nel bicchiere. Daniel lo posò sul tavolo, girandogli ancora attorno. Smise di pensare, trattenne il respiro, aspettò che la memoria gli venisse incontro. Poi disse: “E’ un Sorì Tildìn del 1989, di Gaia”.
Eugenio Cardi (www.eugeniocardi.it)

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