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Recensione Sergio Paoli A proposito di…
ALTRI TEMPI
E’ il racconto della memoria, in tutti i sensi.
C’è la memoria della mia famiglia, dei miei genitori e dei miei nonni. Tutti quanti vissero quegli anni, tra il settembre del 1943 e la liberazione dal nazifascismo, con vicende diverse, in Toscana. Tutta la mia famiglia è di origine toscana, e ciascuno di loro visse, o sopravvisse, ai quei terribili momenti, in una zona che era a ridosso della famigerata Linea Gotica, tra Camaiore, Lucca, la Garfagnana e la Valle del Serchio.
Campagna, boschi di castagni e montagne.
Fu un periodo tremendo per la popolazione civile, in quei posti.
A parte la strage di Sant’Anna di Stazzema, che è citata nel racconto.
A Sant’Anna, il 12 agosto 1944, furono trucidate 560 persone, di cui solo 391 vennero identificate.
C’erano decine e decine di bambini sotto i 16 anni. La più piccola aveva 20 giorni.
Alle prime luci dell’alba di quel tragico giorno, il 12 agosto 1944, 4 colonne di SS, guidate da brigate nere italiane (anzi, uomini della zona, che conoscevano i posti!), circondarono la vallata dove si erano rifugiate centinaia di persone sfollate da tutta la Versilia, da Pisa, Livorno, Genova e La Spezia.
Il Comando Tedesco aveva assicurato, pochi giorni prima, che i residenti e gli sfollati a Sant’Anna non correvano nessun pericolo. Il paese venne messo a ferro e fuoco dai nazifascisti e gli abitanti massacrati senza pietà.
Fu una strage e, come pecore in mezzo ai lupi, gli innocenti morirono senza che un briciolo di umanità fermasse gli assassini.
Furono numerose le stragi, in Toscana, nell’estate del 1944: si possono contare quasi 4.000 vittime, in gran parte donne, vecchi e bambini.
Il film “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani ne ricorda una, quella di San Miniato, un po’ più a sud-est, in provincia di Pisa.
Noi possiamo ricordare, oltre a Sant’Anna, quelle di Forno (68 vittime), Vecchiano, Sassaia, Massa e tantissime altre che potete trovare qui: http://www.regione.toscana.it/memorie_del_900/eccidi_nazifascisti/geografia/toscana_ovest.shtml
E’ quindi il racconto della memoria, che scrissi in occasione del Giorno della Memoria 2007.
Nel racconto, Gino, è ispirato, in parte, al mio babbo.
Ci sono cose che veramente gli sono successe, come l’episodio dell’incontro dei soldati americani che scendevano dalla valle, da Pisa verso Lucca, quando lui, bambino, andò a sbattere contro un soldato americano di colore, che gli parve enorme; o anche l’episodio del bombardamento su Lucca, con il pezzo di chiesa, il Duomo di Lucca, che fischia vicino alle orecchie del nonno, ma, miracolosamente, lo risparmia. E il nonno se lo porta a casa.
Quel pezzo di marmo, testimone degli orrori della guerra, è a casa dei miei.
Ho usato un linguaggio un po’ antico e provinciale, volutamente. Avevo in mente, senza pretendere di essere così bravo, La luna e i falò di Cesare Pavese.
Lo avevo appena letto e ne sono rimasto influenzato.
L’AMORE DIFFICILE
Come spiegare la depressione? Come spiegare le difficoltà del rapporto madre e figlia?
Qua siamo in tutt’altro campo, in tutt’altro mondo, al giorno d’oggi.
E’ sempre amore. Da madre a figlia, e viceversa.
Ma è difficile. C’è sofferenza.
Chi è depresso soffre e fa soffrire.
Qui è la figlia, che non vuole, non può rinunciare a questo amore.
Che, nonostante tutto, accudisce e segue la madre.
Che, nonostante tutto, vuole vivere.
E’ difficile dire di più.
Questo è il racconto più autobiografico di tutta la raccolta.
Lo ho scritto di getto, mentre guardavo la foto, in bianco e nero, di una scala, interno giorno, ripresa vuota, e dall’alto, dentro un palazzo.
E’ la scala lungo quale la figlia scende, per tornare fuori da lì, per riprendere sé stessa e la sua vita, dopo il solito incontro straziante con la madre.
Consigli di lettura
Le parole per dirlo di Marie Cardinal, di Bompiani
IL POMERIGGIO DELL’ELETTRICISTA
Un racconto di redenzione.
Forse. Una vita modesta, mediocre, buttata via, o comunque costellata da fallimenti.
Il matrimonio, i figli, l’alcool.
E la voglia improvvisa, magari la ribellione: se ho un lavoro da fare, devo farlo bene.
E non importa se non era qui, che dovevo farlo, ma da un’altra parte.
Non conta perché è qui, è questa casa, ora, con il suo aspetto modesto, un posto di lavoratori, di gente che tira la fine del mese, e non rinuncia ad avere un bambino, è questa casa, dicevo, che se lo merita.
E’ sbagliato l’indirizzo? Il capo si incazza?
Beh, faccia pure. Se il destino ha dato quest’occasione di redenzione, vuol dire che è giusto così. Il capo guadagnerà di meno e l’elettricista, che andrà in pensione, forse, smetterà di bere.
Non è tutta farina del mio sacco. Andate a leggere (o a rileggere) Il pomeriggio di un piastrellista di Lars Gustafsson, di Iperborea.
Qualcuno dirà “beh, cosa fai? Scopri gli altarini? Riveli trucchi?”. Qualcuno potrebbe non credere a questa strana sincerità.
Io credo di essere sincero se dico che non si vive in una campana di vetro, separati o isolati dal resto del mondo.
Influssi, influenze, contaminazioni.
Carter ha scritto che “Per quanto mi riguarda sarebbe ugualmente inesatto dire che sono stato influenzato da tutto ciò che ho letto e che non penso di essere stato influenzato da alcuno scrittore.” Come lui, un grande della scrittura, anche io non so molto di influssi letterari.
Quel libro di Gustafsson l’ho letto anni fa, non so neanche quanti, e mi è sempre rimasto in mente. Lì, leggetelo, c’è molto di più, e di diverso che nel mio racconto. Ma in qualche modo mi ha influenzato.
Quando scrivo, devo dire, sono tantissime le cose che possono avere un influsso, o in qualche modo ispirare una storia. Non necessariamente sono letterarie, anzi spesso non lo sono affatto.
Ho scritto poco tempo fa un racconto, non ancora pubblicato: ero in una pizzeria da asporto vicino a casa mia e stavo aspettando che mi consegnassero i cartoni caldi e fumanti ed ho cominciato a osservare la signora che stava alla cassa e consegnava le pizze, e poi a scrutare i ragazzi intenti a preparare le pizze e alla cura del forno.
Mi avranno preso per matto, ma ho fissato l’immagine di queste persone e ho cominciato a lavorare di fantasia…ed è venuta fuori una storia.
Può essere una frase sentita in metropolitana, qualcosa che leggo sul giornale del vicino in treno, il testo di una canzone, un assolo di David Gilmour, una foto.
Ci possono essere influssi positivi o negativi. Ancora non mi è del tutto chiaro il modo in cui le cose, o le persone, mi influenzano nello scrivere. E non so riconoscere la positività o la negatività di questo.
Ma penso che non ci sia niente di male nell’essere, o meglio, nel lasciarsi influenzare.
COMUNE DI RESIDENZA
Una piccola storia che, inspiegabilmente, ho avuto in testa per anni.
L’idea di un uomo, maturo, tranquillo, che sta facendo qualcosa di ordinario, e che sembra essere un pensionato. Di colpo, all’improvviso, non ne sappiamo il perché, qualcosa scatta.
E’ una storia che viene da lontano, dicevo. Non saprei dire quando la ho immaginata né perché la ho tenuta lì così tanto tempo. E non so neanche molto di chi sia questo tipo normale che in un attimo sembra perdere il lume della ragione. Sono sicuro del fatto che lo perde, ma non che lo perda davvero. Forse vuole solo sparire ed il finale, che mi è stato suggerito da un grande scrittore come Moreno Balzani ce lo fa pensare.
Un giorno, forse risolverò questo mistero.
VITE COMPLICATE
Di missionari ne ho conosciuti diversi. Gente che è stata in africa, asia, nei posti più sperduti e disperati della terra. Persone che nobilitano l’uomo e la Chiesa stessa.
Gente che ammiro e stimo.
Ne ho conosciuti con la malaria, con la tenia (o “verme solitario”).
Il nostro Alfio è uno di questi, ed è tornato per qualche giorno nella tranquillità della casa centrale dei Comboniani, per una breve vacanza (diciamo così). Vive in Ghana, nel campo profughi di Buduburam, dove (è vero) si trovano tanti bambini soldato provenienti dalla Liberia.
Bambini soldato, vi rendete conto?
Qualcuno li prende, gli ruba la felicità e la spensieratezza, i giochi e l’infanzia, gli mette in mano un fucile o un mitra, e ne fa degli assassini.
Una cosa atroce. Un crimine contro l’umanità. Ed Alfio lo sa, ci vive tutti i giorni a contatto con questa realtà. Ci lotta contro, fa quel che può per aiutare, per cercare un perché.
E quindi, cosa può fare, se non gustarsi quei pochi momenti di pace e di cose semplice come un bicchiere di vino, una fetta di salame e una sigaretta?
E quando si vive così, ecco che tutto il resto è relativo.
Lo ho scritto perché mi viene spesso da pensare se davvero mi rendo conto di quanto sto bene e di quanto sono fortunato ad essere nato ed a vivere nel ricco occidente. E di quante volte mi lamento dei vicini, dei colleghi, del lavoro, dei treni, dei politici eccetera eccetera.
A volte, forse, fa bene cercare di relativizzare, di mettere le cose in un contesto più ampio, di allargare lo sguardo oltre il proprio ombelico, no?
Da leggere
Memorie di un soldato bambino di Ishmael Beah, di Neri Pozza.
Lettere dalla periferia della storia di Fausto Marinetti, di Morcelliana
PICCOLI RANCORI
Il più delle volte scrivo in maniera illogica, o disordinata.
Mi viene in mente una frase, o un abbozzo di storia, ma può capitare che lì per lì non mi sembra che mi porti da nessuna parte. E’ un frammento, per il quale immagino qualcosa che non riesco a proseguire.
Allora lo lascio lì, dopo aver scritto e salvato. Mi sono accorto che spesso funziona, nel senso che, prima o poi, mi viene in mente qualcosa d’altro che potrebbe legarsi.
Dico potrebbe, perché non è automatico.
In questo racconto mi è successo di scrivere la vicenda principale, quella dei due amici ormai anziani che si trovano sulla panchina del parco e che scoprono di avere amato, benché in modi assolutamente diversi, la stessa ragazza dei tempi giovanili.
La faccenda degenera fino all’epilogo tragico, passionale.
Ma quando lo ho scritto sentivo che mancava qualcosa. Una metrica di quell’amore, qualcosa che facesse capire quanto era profondo e quindi aiutasse a comprendere il perché si arriva alla tragedia.
Allora ho lasciato il racconto, che di per sé poteva essere considerato compiuto, a decantare, ed ho passato mesi ad occuparmi. Prima o poi mi sarebbe venuto in mente, inconsapevolmente, qualche riga che parlasse d’amore.
E quando mi è venuta, la ho scritta senza pensare ad altro, ho cercato di perfezionarla e renderla credibile.
Solo dopo mi sono reso conto che la descrizione di quell’amore era adatta ad uno dei due protagonisti di questo racconto. E così è andata.
ITALIA UNO!
Questa storia io la ho immaginata a Torino, ma solo perché lì abbiamo la principale azienda privata del nostro paese.
Ma potrebbe svolgersi ovunque perché ha a che fare, forse il titolo lo suggerisce, con la televisione.
Potrebbe riguardare un pensionato di una qualunque azienda italiana, abitante in ogni città che volete.
E’ un racconto che parla di una sofferenza, di una ribellione, certo insensata, irrazionale verso la stupidità che ci circonda, e forse verso anche il potere che ne è in qualche modo complice.
Tutto questo si insinua nella vita di un uomo tranquillo, serenamente in pensione.
E’ nell’intercapedine tra una vita da “più di trent’anni al reparto presse” e le serate passate a guardare una scatola accesa che, lo vogliate o no, vi bombarda di idiozie e vi costringe a sentire, durante una serata, non so quante volte, qualcuno che grida “Italia Uno!”. E’ in questo spazio che si insinua, inconsapevole e non premeditata, senza segnali di violenza, preceduta solo da deboli malesseri, la voglia di fare qualcosa di violento.
Che alla fine viene fatto.
Non porta da nessuna parte, come accade sempre, ma qui volevo provare a descrivere come possono nascere anche le tragedie più assurde ed inspiegabili.
Anche questo non lo ho scritto tutto di seguito, anzi, forse più del precedente, ho messo assieme diversi pezzi che, inconsciamente, avevo pensato in maniera del tutto slegata tra di loro.
YESTERDAY
I Beatles (che io adoro, tra mille altre cose musicali) qua non centrano niente.
Di questo racconto è nato prima la seconda parte, che è stata pubblicata nella Community Fotografia dell’azienda dove lavoro in accompagnamento ad una bella (secondo me) foto che ritraeva due bambini che si rincorrevano gioiosi.
Avevo dato alla foto un effetto giallognolo (tipo seppia) che la faceva sembrare antica e questo mi ha spinto al titolo, che poi è rimasto.
Il testo originario di questa seconda parte (da “in seguito parlammo molto..”) era compreso in sole 2000 battute, perché quello era lo spazio a disposizione.
E’ uno dei bellissimi casi di racconti che ho scritto riga dopo riga, senza sapere minimamente cosa sarebbe successo alla fine.
La parte iniziale la ho scritta dopo, cronologicamente: la ritenevo necessaria, al di fuori da un contesto web come quello della fotografia, per inquadrare meglio i due protagonisti.
Il nocciolo del racconto però è nella parte finale.
Come dicevo, mentre lo scrivevo non avrei mai immaginato quello che salta fuori alla fine: si comprende che tipo di persona è lei e, forse, che problemi ha lui.
Mi piacerebbe, quando scrivo, provare sempre questa sensazione, e cioè che si la storia a prendere vita ed a guidare me.
Le storie non si immaginano a tavolino: si vivono o si apprendono da qualche parte e poi si mantengono dentro, finchè, misteriosamente, non ti chiamano per uscire fuori.
E’ qui che inizia il lavoro dello scrittore, quella meravigliosa arte di saper mettere in un insieme di parole di senso compiuto delle storie che sono nell’aria.
CAMBIO TURNO
Quando ho visto “Il cielo sopra berlino” di Wim Wenders, insieme a Marta, e saranno passati almeno 12 anni, ne sono rimasto profondamente colpito.
Penso che sia il genere di film che tutti dovrebbero vedere.
Mi è rimasto dentro per anni, e lo è tuttora.
Certo, pensare davvero che gli angeli siano in mezzo a noi può sembrare ridicolo, me ne rendo conto.
Ma a me, a volte piace pensarlo, così come mi garba immaginare che gli angeli, al di là della loro natura incorporea, che li rende differenti da noi spiazzati esseri terreni, siano per molti aspetti, o almeno per alcuni, abbastanza simili alle persone comuni. Ed abbiano quindi alcuni dei problemi che le persone comuni hanno. Ad esempio quello di sentire che stanno lavorando troppo e che hanno bisogno di riposo.
Come dicevo in un'altra occasione, il più delle volte non scrivo un racconto, così come viene poi pubblicato , tutto di seguito, e questo scritto ne è un altro esempio.
In questo caso mi sono focalizzato sulla vicenda che volevo raccontare, quella dell’angelo e delle sue difficoltà, per poi rendermi conto che sarebbe stata più forte, più vera (non mi sono posto problemi di credibilità) se fossi riuscito a fare capire meglio quello che succedeva non solo fuori ma anche dentro, nell’interiorità dello stesso angelo e delle persone che la creatura celestiale sfiora nello svolgere il suo “turno” quotidiano.
E così, solo dopo, in seguito, senza forzature e grazie a varie ispirazioni, mi sono venuti dei pensieri, che ho scritto e che poi ho collocato dove secondo me era più giusto.
Parlavo di varie ispirazioni: una di queste è una canzone sconosciuta ai più, secondo me, che si chiama “Hide and Seek”, degli Imogen Heap. Il testo è bellissimo.
Per la volesse trovare penso che sia stata inserita nella colonna sonora del telefilm “The O.C.”, anche se non so in quale puntata: in ogni caso basta cercarla, e la si può trovare, su Itunes.
LUNGHEZZA D’ONDA
Io ho davvero a casa una vecchia radio Geloso, anche se non sono affatto sicuro che sia del ’43.
Di certo è molto vecchia,ed era di mio nonno, in un certo senso la ho ereditata.
E’ a valvole, tutta di legno, ed ha gli interruttori e di selettori meccanici, di quelli che fanno cloc-cloc quando li giri.
Funziona ancora: se la colleghi alla corrente si illumina e, soprattutto sulle onde medie, senti, tra mille frusci (che bella cosa le imperfezioni in un mondo dove tutto deve essere perfetto!), delle misteriose voci straniere, lingue dell’est.
E’ un oggetto pieno di segreti ed affascinante, come in fin dei conti penso sia ancora, e per fortuna, la radio oggi.
Un giorno, mentre ero lì con lei, mi ha raccontato una storia, quella che leggete qua.
E’ una storia che mi ha stupito: come accidenti fa una radio degli anni quaranta a sapere di Internet e delle email? Delle Community e degli avatar?
Mah, credo che sia parte del suo mistero, del suo fascino.
Ed è per questo che spero che voglia raccontarmi ancora altre storie, un giorno.
RUMORE DI FONDO
Il nostro mondo è spesso un posto dove si fatica a parlarsi, ad ascoltarsi e a capirsi.
Dove tutto scorre, ci sono mille inizi e nessuna fine.
Provate a pensare ad un grande centro commerciale affollato. Concentratevi sui suoni: sentirete, oltre alla musica e ai bombardamenti pubblicitari (ci vorrebbero dei rifugi antibomba), oltre al suono del business che va e oltre agli schermi al plasma che vi rimandano da qualunque angolo le stesse immagini, le stesse musiche e le stessa pubblicità, anche la voce, in rumore di fondo appunto, di centinaia/migliaia di persone.
Cioè, la sentirete, se riuscirete ad escludere tutto il resto.
Potete provarci, no? Auguri, in questo caso.
Sono centinaia/migliaia di vite, di esseri umani, di storie che, se non vuoi, se non ascolti, se passi oltre e presti attenzione solo a chi urla ed a chi alza la voce, non capirai e non sentirai mai.
In questo racconto la cosa è applicata un po’ ad un rapporto a due: due persone che forse sono sposate, o fidanzate, o convivono…non ha molta importanza.
Qualcosa è successo, prima, e noi ne vediamo solo la conclusione.
Qualcuno dei due non ha ascoltato i segnali forse deboli dell’altro, qualcuno ha sbagliato, chi sa perché, chi sa quando.
Ora però è finita.
Può capitare in ogni storia d’amore, se si diventa distratti.
O se si presta troppa attenzione a particolari, in fondo, non determinanti.
A proposito: io adoro la carbonara (assolutamente senza aglio però).
L’AQUILA E IL POLLO (MORTE DI UN POLLO E ALTRE STORIE)
Ho letto qualche anno fa qualche libro di De Mello (Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, e Dove non osano i polli, di Anthony De Mello, di Piemme), per motivi professionali, soprattutto, e li ho trovati divertenti ed interessanti.
Spingono molto verso l’individualismo, e dio sa quanto non ne abbiamo bisogno di questo al giorno d’oggi, ma contengono anche molti messaggi positivi.
Prima di tutto, il credere in sé stessi.
Sono domande che mi sono fatto: sono un pollo o un’aquila?
Al di là delle risposte, credo sia molto importante essere contenti della propria e saper guardare oltre il proprio ombelico.
Così quando ho scritto questo, volevo divertirmi un po’ con la storia del pollo e dell’aquila.
Voi direte: ma se volevi divertirti, perché finisce male per il povero pollo consapevole?
E chi ha detto che è finita?
Partita finisce quando arbitro fischia, si potrebbe dire, parafrasando un certo Vujadin Boskov (chi ama il vero calcio sa di che parlo, no?)…e qua l’arbitro, ehehhehe, sono io…
PICCOLE VIE DELLE CITTA’ DI MARE
Così non va, eh?
Ci avete mai pensato, seriamente, che consumiamo troppo, sprechiamo troppo, inquiniamo troppo e che ci comportiamo come se le risorse di questo nostro meraviglioso ed esausto pianeta fossero infinite?
Io ci ho provato, a pensarci seriamente, non so se ci sono riuscito.
Credo che l’umanità corra seri rischi se non si fermerà un attimo a pensare alle conseguenze delle sue azioni sul mondo, in termini di riscaldamento globale, inquinamento, spreco di risorse e di cibo. Io sogno una tecnologia a misura d’uomo ed al servizio dell’uomo e di questo bellissimo mondo. Spesso lo è, purtroppo non sempre.
E forse, più di ogni altra cosa, la scienza fa progressi incredibili.
L’umanità, ahimè, no.
NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE
Non avete a volte l’impressione che la cosmetica e la salutistica abbiano preso un posto fin troppo importante nella nostra vita?
Certo la pulizia dei polmoni è importante e la bellezza fisica non fa schifo a nessuno.
Forse però dovrebbero esistere delle priorità.
Io mi sono chiesto, scrivendo questo racconto (che mi ha ispirato un passaggio di qualche libro di Montalbano, del grande Camilleri), se non sono i rapporti tra le persone la cosa più importante che dovremo considerare.
Abbiamo dei rapporti veri con le persone che ci circondano?
E l’estetica plastica, la cosmesi del ritocco televisivo al silicone, il grottesco delle cinquantenni dalle pelli di daino tirate e dei settantenni trapiantanti e degrinzati?
Ma perché dobbiamo per forze sembrare più giovani di quello che siamo?
Io tenderei a non vergognarmi delle rughe, delle grinze.
Vorrei non essere vecchio dentro, quello si.
Certo, lo so, devo smettere di fumare, per carità.
Ma mi fa più schifo il non rispetto dell’altro, di uno che si fuma una sigaretta all’aria aperta.
PRINCIPE DI SAVOIA
Se andate su Google e digitate escort, vi si aprirà un mondo.
Un universo di putrefazione umana, di sfruttamento e di povertà dello spirito.
Se andate in certe zone di certe città a certe ore (a volte anche 24 ore al giorno) lo potrete anche vedere in diretta.
Non esistono statistiche, che io sappia.
Ma la clientela è certamente italiana.
L’imprenditoria (è ironico) che tira le fila di questo commercio può essere che sia straniera, ma spesso è italiana.
Le lavoranti, bene o male, sono in maggioranza straniere.
Paese civile l’Italia eh? S’indigna, giustamente, a causa di un assassino romeno, e pare non curarsi che a cogne, garlasco, erba gli assassini sono nostri connazionali.
Poi, se parliamo del mondo che questo racconto mette in luce, pare che non freghi niente a nessuno.
Il giro d’affari è così elevato e mantiene tante di quelle attività criminali, e lo alimentiamo noi italiani.
Dovremmo vergognarcene. Dovremmo incazzarci.
E’ così che è venuto fuori questo pezzettino, in una serata fredda di fine autunno, ho visto le insegne di un albergo ed ho cominciato ad immaginare.
Oh, io sono contro la pena di morte.
Ma qui, non sono riuscito a trattenermi.
SBAVATURE
Le tante facce dell’amore, l’amore fisico anche, e il sesso che fa parte dell’amore.
E poi l’invidia e la nostalgia di chi l’amore non lo ha più, perlomeno non come lo vorrebbe.
Totalmente ispirato a un testo di un bravissimo scrittore, Moreno, che conosco solo via e-mail e community, e che è un mio collega (lo stesso che ho ringraziato in fondo al libro).
Gioca molto sul doppio senso della parola che ho usato per il titolo.
Molto semplicemente, volevo forse sottolineare che l’amore è sempre un sottile equilibrio tra due persone, e può bastare anche quel poco di egoismo in più per spezzarlo.
Qua sembra che vada a finire bene, ma stiamoci attenti.
IL GRANDE NEMICO
Qualche annetto fa Federico Fellini fece questo filmato pubblicitario per la TV (almeno, mi pare) dove si vedeva questo leone piangente, che rappresentava il suo orgoglio, o comunque l’orgoglio di qualcuno, mortificato, ferito e umiliato.
A me è rimasto in mente per anni e anni.
Non so se ce la aveva con la sua compagna (Fellini) o se con qualcun altro.
Non so neanche perché il leone dovrebbe essere alle spalle di lei, alla fine del racconto.
Non credo che le voglia far del male.
Forse vorrebbe essere ascoltato.
CANDID
E’ il racconto della difesa, riuscita, di un’anima candida (in senso positivo).
Difesa da che?
Beh, dalla volgarità, dalla spazzatura e dalla bruttezza che ogni giorno ci viene tirata addosso in migliaia di messaggi pubblicitari, in trasmissioni televisive viteindiretta, isolegrandifratelli e tutti i derivati, compresi i talk show dove ci dobbiamo sorbire i water insanguinati e le biciclette con le prove del DNA del sangue di qualcuno.
Basta, io non ne posso più!
Adesso manco in metropolitana o in stazione, quando aspetto, posso stare un attimo in pace con i miei pensieri: è pieno di schermi al plasma che ripetono ancora pubblicità.
Una sera ricordo l’incubo di una canzone di Albano (con tutto il rispetto) che veniva passata e ripassata, passata e ripassata: “quaaaando il sooooooole tooorneeerààààà-à-à-ààà”.
Lui, il protagonista, si difende inconsapevolmente, ma lo fa, cercando di pensare alle cose importanti della sua vita.
E certo non perché la volgarità che ha davanti (la signora dice più volte “accidenti”, ma io le facevo dire, nella prima stesura, più volte “cazzo”) non sia attraente, o bella o gradevole.
Lo è. Ma perché la volgarità spesso mica è brutta, anzi, tante volte è patinata, invitante, seducente e attira, eccome se attira.
Non sto dicendo che dobbiamo essere tutti puri di cuore, per carità.
Magari cominciamo a ridefinire le priorità, e individuiamo le cose più importanti.
La bellezza, quella dentro, ce la costruiamo solo noi. Ed è quella la bellezza che ci salverà.
COMPIUTA GIACENZA
Vale un po’ lo stesso discorso di “Comune di residenza”: una storia che ho avuto in testa per anni, e che è finita qua dentro, pure se tra mille dubbi.
Trovo, lo posso dire, che gli manchi qualcosa.
E necessita di un remix.
Avrei voluto, spero di farlo un giorno o l’altro, inserire un qualche spunto che portasse a meditare sulla compiuta giacenza della nostra intelligenza, sul macero dei nostri cervelli spenti, sulo scioglimento delle calotte (craniche) dovuto all’effetto di riscaldamento globale indotto dalla passività con cui subiamo tutto, ci lamentiamo di tutto, pensiamo solo all’oggi o tutt’al più cosa facciamo stasera, ignoriamo la storia ed il nostro passato, che gettiamo via come si buttano i cartoni di McDonald’s: se è pronto e caldo subito bene, sennò non mi serve.
Ci sono un sacco di cose in compiuta giacenza, al giorno d’oggi.
Speriamo che qualcuno abbia la buona volontà di recuperarle prima che vadano nel riciclabile, no?
IL MARATONETA
Accidenti quanto mi piacerebbe essere uno che fa davvero le maratone.
Ho ricominciato a correre tardi, e per ora riesco a sbuffare solo per 15 chilometri di fila.
Non ho con me musica né auricolari, perché voglio ascoltare me stesso.
Quello che mi piace, ogni volta che corro a lungo, soprattutto se piove o (ancor di più) se nevica, è che mi aiuta a capire quanto sono piccolo, debole, e fragile.
Mi mette a confronto con i miei limiti, mi fa capire cosa è il dolore e cosa è la sofferenza.
Mi fa sentire vivo e felice.
Alza la mia autostima e al tempo stesso la riconduce nella giusta banda di oscillazione.
Manda via i cattivi pensieri e fa arrivare le buone meditazioni.
Provate.
Io ricominciato quasi sei anni fa, dopo lustri che non facevo nessuna attività sportiva o simili.
La prima volta ho corso per cento metri e mi sembrava di morire.
Poi, piano piano…un passetto alla volta….
IL SALUTO
Questa poesiola senza pretese nasce proprio dalla foto che vedete qua e dalla lettura di alcune poesie di Patty Smith.
Ho immaginato che la persona ripresa di spalle avesse perso una persona cara.
E che quasi la vedesse andar via, come un fantasma che sta recandosi nel regno dei morti.
Non c’è molto altro da dire, salvo che con la morte ci dobbiamo confrontare tutti.
Meglio il più tardi possibile.
Direbbe Woody Allen che “è meglio essere vivi, e vecchi, nel proprio appartamento, che vivi nella memoria dei propri cari”.
Consigli per la lettura
Canzoni, riflessioni e diari, di Patti Smith, di Sperling & Kupfer.
IL PORTIERE AVVERSARIO
Lo so, lo so.
Ligabue, una vita da mediano, i bei sentimenti, la generosità, il sacrificio, l’amicizia…il buonismo imperante insomma.
Embè?
A parte che essere buoni, più che una moda, è una cosa importante.
A parte che se pensiamo sempre a fregare il prossimo il mondo non lo miglioriamo di certo.
A parte che chissenefrega se bisogna essere sempre cinici e furbi a tutti i costi, e se sono ingenuo, ditemelo, ma preferisco ingenuo ma felice, a qualcosa d’altro.
A parte tutto questo, qua volevo dire che è importante essere sé stessi: ma perché dobbiamo sempre recitare la parte di quelli cazzuti, con le palle, che non hanno paura di niente e di nessuno.
Io non ci credo. Ho il coraggio di ammettere le mie paure, spesso le sogno, e ci penso su. Che non è poi questo gran coraggio in fondo.
Per me, significa solo cercare di assomigliare a quello che dovrei essere: un fragile e spiazzato essere umano.
I RICCI
Attenzione, attenzione, perché il mondo dei bambini ci insegna tante cose, tra cui la sincerità.
Se è vero che non facciamo più tanti figli, sarà certo per la pigrizia, sarà perché siamo bamboccioni, sarà perché di soldi non è che ne circolino tanti.
Non discuto: a volte non si può, a volte, purtroppo, non si riesce.
E in questi casi, chi vuole adottare, a volte fa molta fatica.
Però chiediamoci anche perché spesso preferiamo, pur potendo, non farne.
Succede, che scegliamo di non averne, anche se ne abbiamo la possibilità concreta.
O preferiamo dei succedanei, come un bel cagnolino, un bel gattino o un bel cricetino.
I figli, i bambini in genere, ci obbligano a crescere, a prenderci responsabilità vere, e ci fanno anche sentire adulti.
E ci snidano: tutte le nostre contraddizioni, le nostre piccole miserie, ed il predicar bene e razzolar male: ne capiscono più di noi.
E poi dobbiamo educarli.
Mica facile.
Magari qua, in questo racconto, si riesce a sorridere un po’.
E se è così, era quello che volevo.
Ma mi piaceva anche far pensare al mondo bambinesco della sincerità e della sfrontatezza allegra.
CODICE ROSSO
Qui c’è quasi il paradosso che rivaluta la tecnologia, che diventa forse più umana degli esseri umani.
Il racconto è assurdo, quasi grottesco.
E’ uno dei rari casi in cui ho scritto tutto di seguito, lasciandomi in balia della storia stessa.
Scrivevo una riga e non sapevo cosa sarebbe successo alla riga dopo, e così è venuta fuori questa storiella stravagante, bizzarra, forse totalmente incoerente.
Lo spunto mi è arrivato per caso, dal lavoro d’ufficio, e dal panico che ho visto scatenarsi in occasione del guasto di un pc.
Credo che la tecnologia ed il progresso della scienza siano cose meravigliose.
Io sono un gran consumatore di tecnologia elettronica.
Però il progresso dell’umanità non va di pari passo.
E’ come se non fossimo capaci, o non ci permettessero di sfruttare appieno tutte le cose che ci potrebbero far stare veramente bene.
Pensate all’energia solare: ma quanto ci vorrà perché si possa davvero usare tutta quella energia non inquinante e disponibile gratis. Facciamo ancora querre per il petrolio…..
La tecnologia è meravigliosa, ma è l’uso che ne fai che la rende utile o dannosa.
IL RIGATTIERE
Anche questo racconto è finito qua dentro, ma ha come un qualcosa che gli manca, secondo me. Devo fare un remix.
Il tema è il tempo e, se volete, la felicità.
Il tempo che non ci costa nulla, ma che non ne abbiamo mai a sufficienza.
Che vola via e che vorremmo tornasse indietro, perché..se avessimo fatto…se avessimo detto.
Ci pensiamo troppo poco al tempo, e ai tempi, ormai.
Vogliamo tutto subito e non ci rendiamo conto che tutto non si può avere: perdiamo i pezzi per strada, e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi.
Spiacente, un rigattiere così, io non lo ho visto mai.
IL TESTAMENTO DEL MANAGER
Può essere che la mia vita sia di successo, e che io diventi ricco, ricchissimo e potente.
Alla fine però, dovremo fare tutti i conti con la stessa medesima difficile cosa: la morte.
Non ne vogliamo parlare?
Ok, non parliamone, che fretta c’è?
Però pensiamoci.
Un mio indimenticato professore del liceo, il Fumagalli, valdese, diceva sempre, per celia o sul serio, non lo so: “Memento mori!”
IL GIOCO
Che dire?
La stupidità umana non ha limiti, no?
Qui il nome vero del gioco non c’è: d’accordo con l’editore lo abbiamo eliminato, per evitare querele o cose del genere.
Ma quello che c’è scritto all’inizio di questo raccontino, scusate, io lo penso veramente.
Ma come si fa a pensare di divertirsi così, con tutte le cose belle e interessanti che ci sono al mondo, dai!
La bellezza ci salverà, almeno spero.
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