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Recensione Philip Roth

Philip Roth

Everyman

Philip Roth Everyman
Philip Roth Everyman

Il momento di guardarsi indietro

Il suo nome è Everyman, come tutti, verrebbe da dire. L’ultimo romanzo di Philip Roth, poco più di cento pagine intrise di morte, già vincitore del prestigioso Pen/Faulkner Award, racconta la storia di un ex pubblicitario, con tre ex mogli, tre figli, due maschi che nutrono rancore nei suoi confronti, nati dal primo matrimonio, e una femmina che lui ama sopra ogni cosa, nata dal suo secondo matrimonio; un fratello maggiore, la cui stima giovanile, con il passare dell’età si è trasformata in profonda invidia.
Il romanzo si apre con la celebrazione del suo funerale. Seguono, poi, le vicende più significative della sua esistenza, raccontata attraverso un continuo alternarsi di salti avanti e indietro nel tempo, frammenti non disposti cronologicamente, ma tenuti assieme saldamente dal collante irrespirabile della fine di ogni cosa. “Incontri terrificanti con la fine? Ho trentaquattro anni! Comincia a preoccuparti dell’oblio, diceva tra sé e sé, quando ne avrai settantacinque! Il futuro remoto sarà il momento giusto per affiggersi pensando alla catastrofe finale!”. Il romanzo non racconta altro che l’avvicinarsi a quella tanto odiata catastrofe finale. Si assiste, inesorabilmente, al passare del tempo che smantella il corpo del protagonista senza nome. Il corpo sano della giovinezza è messo al tappeto dal sopraggiungere delle più svariate malattie. La sua vita, passati i sessanta anni, diventa un continuo saltare da un ospedale all’altro.
“Everyman” altro non è che un romanzo sullo scioglimento di un corpo, sul trascorrere del tempo che trasforma il vigore in malattia, la salute in disfacimento.
Non basta il suo trasferimento, nel 2001, dalla New York del post 11 settembre a New Jersey, in un residence abitato da soli anziani, dove cerca di rendersi utile dando lezioni di pittura, sua grande e immensa passione. No, non basta: “Non c’era più nulla che stimolasse la sua curiosità o che rispondesse ai suoi bisogni, né la pittura, né la famiglia, né i vicini, nulla tranne le giovani donne che gli passavano davanti facendo jogging la mattina sulla promenade. Mio Dio, pensava, che uomo ero una volta! Che vita avevo intorno! Che forza avevo dentro! Nessuna alterità da avvertire! Una volta ero completo: ero un essere umano”.
Non ci sono barlumi di speranza. Dimenticate Portnoy e il vigore del suo corpo sessualmente attivo. Qui ci troviamo di fronte ad una macchina sessuale spenta. Dolente la scena in cui il protagonista, dopo aver fermato una bellissima ragazza che fa jogging, le dona il suo numero di telefono. Aspettandosi, magari, di essere richiamato. Come gli accadeva in precedenza. In fondo la sua terza moglie era una modella. Quando la conobbe aveva 50 anni e lei 24. Le cose, in questo caso, non vanno così: “Non chiamò mai. E durante le sue passeggiate lui non la vide più. Doveva aver deciso di fare jogging su un altro tratto della promenade, frustrando così il suo desiderio di un’ultima grande vampata di ogni cosa”. Non ci sono più vampate per il protagonista. Muore in un ospedale, dopo un intervento chirurgico, chiudendo ciclicamente una storia apertasi con la sua sepoltura: “Perse conoscenza sentendo tutt’altro che abbattuto, tutt’altro che condannato, ancora una volta impaziente di realizzare i propri sogni, ma ciò nonostante non si svegliò più. Arresto cardiaco. Non esisteva più, era stato liberato dal peso di esistere, era entrato nel nulla senza nemmeno saperlo. Proprio come aveva temuto dal principio”.
Questo libro di Roth è uno di quelli che colpisce duro. Come un pugno allo stomaco. E mano a mano che si procede nella lettura il colpo subito si avverte in misura crescente. Tuttavia credo che di colpi così ne abbiamo bisogno. Soprattutto oggi, in un’epoca in cui – pare – non riusciamo più a guardarci davvero in faccia e a confrontarci con il limite principale della nostra condizione umana: la morte.

Gianpaolo Mazza

Di gianpaolo.mazza

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