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Recensione Massimo Onofri

Massimo Onofri

La ragione in contumacia

Massimo Onofri La ragione in contumacia
Massimo Onofri La ragione in contumacia

La critica letteraria è viva e vegeta. E pare che goda di buona salute, almeno a giudicare dalla quantità di testi di recentissima pubblicazione. Particolarmente attiva, in tal senso, la generazione dei critici quarantenni-cinquantenni: quella a cui appartengono Onofri, La Porta, Pischedda, Raffaeli, Manica, Belpoliti, Ficara, Leonelli. Giusto per fare qualche nome. La critica letteraria è viva, dunque. È questa è già una notizia. Ma andiamo oltre.


“C’è un limite oltre il quale la critica letteraria diventa, tout court, critica della vita? C’è un punto in cui, per chissà quale metamorfosi, l’interpretazione di un’opera può diventare, in quanto tale, notizia del mondo, di un mondo abitabile, ben oltre la letteratura?”


Con queste due domande si apre il battagliero pamphlet di Massimo Onofri intitolato “La ragione in contumacia. La critica militante ai tempi del fondamentalismo” (Donzelli, 2007, pagg. 123, euro 15).


Onofri ripercorre le tappe basilari della teoria critica del Novecento e, al tempo stesso, ne approfitta per fare l’apologia della critica militante partendo dal presupposto che “la critica, quando è vera, è sempre militante e quindi antagonista.” Non manca tuttavia di stigmatizzarne l’esercizio disonorevole “quando si trasforma la critica del presente in volgare celebrazione dell’esistente, in spot pubblicitario”.


Il critico militante “prova a difendere i più deboli, i meno attrezzati, e con loro se stesso, dalla prepotenza, dalla protervia, del mercato, laddove, d’un libro, non conta più, ormai, il valore d’uso, ma solo quello di scambio”. Di conseguenza il critico vero è colui che ha il coraggio di non cedere ai conformismi. Ciò è vero oggi così com’era vero un tempo: “Quando Guido Da Verona, nel 1911, pubblica il suo primo grande successo, Colei che non si deve amare, sa dare assai bene espressione ai pruriti erotici, alla blanda e conformistica voglia di trasgressione dell’estetizzante borghesia italiana. In quegli stessi anni Federigo Tozzi – ma anche Luigi Pirandello –, completamente ignorato, stava scrivendo alcuni suoi capolavori. Il pubblico canonizzava Guido Da Verona. La critica migliore – Giuseppe Antonio Borgese – riconosceva tempestivamente la grandezza di Tozzi. Chi ha avuto ragione?”


No al conformismo - dunque -, soprattutto in quest’epoca di fondamentalismi, ma anche di facili entusiasmi; e sì all’esercizio del gusto e alla polemica, giacché “è Polemos, alla fine, la vera divinità della critica. E ogni critico diventerà ciò che è, soltanto se saprà mantenersi sotto la sua giurisdizione: se resterà, insomma, costitutivamente, instancabilmente, liberamente, polemico”.


Massimo Maugeri


www.letteratitudine.blog.kataweb.it

Di Massimo Maugeri

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