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Biografia Henri Le Saux
Henri Le Saux
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Henri Le Saux (1910 ? 1973) Henri Le Saux (assunse il nome indiano dì Abhishiktananda) morì nel 1973, dopo aver vissuto una vita in gran parte nascosta, alla ricerca continua di punti di contatto sia tra la spiritualità indiana e cristiana, sia tra l'antica tradizione monastica indiana e la tradizione dei padri cristiani del deserto, da un lato e l'odierna ricerca di nuove forme di vita religiosa dall'altro. Henri Le Saux nacque, primo di otto figli, il 30 agosto 1910 a Saint Briac, nella Bretagna francese. Molto presto sentì la vocazione al sacerdozio e ad appena dieci anni entrò nel seminario minore e quindi in quello maggiore di Rennes, dove dimostrò doti eccellenti. Invece di seguire il consiglio dei suoi docenti, di proseguire gli studi teologici a Roma, si decise per la vita monastica, e all'età di diciannove anni entrò nell'abbazia benedettina di St..-Anne di Kergonan (Plouharnel). Nel 1935, nella festa dell'ascensione, fece i voti perpetui e nello stesso anno fu ordinato sacerdote. Nel convento ebbe tra l'altro l'incarico di cerimoniere e l?amore per la liturgia e il canto gregoriano gli rimase anche più tardi in India. La seconda guerra mondiale interruppe, nel 1939, la vita .monastica, quando Henri Le Saux fu chiamato alle armi; più tardi, fu sequestrata l'abbazia alla cui ricostruzione egli aveva collaborato attivamente. L'amore per l'India e il desiderio di «incarnarsi» come monaco cristiano nel paese dei saggi e dei veggenti era nato molto presto in lui. Nel 1947 fu impressionato dalla lettura di un articolo dell'abbé Monchanin, che aveva svolto un ruolo vitale nel movimento ecumenico in Francia e che ora viveva nell'India meridionale, nel tentativo di un'integrazione del cristianesimo con la tradizione indiana. Henri Le Saux gli scrisse: Vedo finalmente compiersi l'opera che da lungo tempo è oggetto dei miei più profondi desideri: la fondazione della vita monastica in India... L'ho sognata per oltre tredici anni... 1 La convergenza del suo ideale con quello dell'abbé Monchanin era quasi totale. Si trattava di una vita «consacrata alla comprensione e al servizio dell'India, guidata da un unico desiderio: incarnare il cristianesimo secondo il modo di vivere, la preghiera e la contemplazione della cultura indiana».2 Questa spinta interiore ad andare in India era così forte che alla fine chiese al suo abate il permesso di seguire tale impulso. Utilizzò il tempo dell'attesa nello studio delle lingue (inglese, sanscrito e tamil) e nella lettura di testi sacri dell'induismo. Nel 1948 ricevette il permesso di vivere fuori del convento e s'imbarcò per l'India. Il 15 agosto, nel primo giorno dell'indipendenza politica dell'India, arrivò nel paese del suo destino, che non avrebbe più lasciato fino alla morte. Una delle prime e più durevole impressioni dei primi mesi in India fu l'incontro con Sri Ramana Maharashi a Tiruvannamalai, poco più di un anno prima della sua morte, avvenuta nell'aprile del 1950. In lui egli incontrò «l'unico saggio dell'India eterna» che incarnasse in tutta la sua purezza l'antico ideale indiano della rinuncia, dell'autorealizzazione e della sapienza. L'esistenza di questo santo stimolò nel più profondo la coscienza cristiana del monaco benedettino, e gli anni successivi comportarono un confronto sia pratico che teorico con la sua esperienza. Era convinto che il cristianesimo avrebbe potuto arricchire spiritualmente l'India solo producendo mistici come Ramana. Insieme all'abbé Monchanin preparò la fondazione dell'ashram (monastero) cristiano contemplativo di Shantivanam («Bosco della pace»), sulle sponde del fiume sacro Kavery, presso Kulittalai a Tamil Nadu. In occasione della consacrazione dell'ashram dedicato alla Trinità, nella festa di San Benedetto (1950), i due monaci assunsero anche l'abito e il nome dei sannyãsi (asceti) indianì 3. Henri Le Saux prese il nome di Swami Abhishikteshvarananda («La gioia del consacrato», cioè di Cristo; abbreviato in Abhishiktananda). La vita nell'ashram era caratterizzata dalla massima semplicità ed ascesi, ma ben presto cominciò a irradiare luce. I due eremiti scrissero due libri sull'ideale della loro fondazione. che era radicata allo stesso tempo nella prima tradizione monastica e benedettina e nella tradizione ascetica e mistica dell'induismo. 4 Swami Abhishiktananda trascorse gli anni fino alla morte del compagno Monchanin (1957) non solo a Shantivanam: visse per lunghi periodi anche nelle grotte del monte sacro Arunachala, dove era vissuto Ramana Maharshì. Per lui sono stati questi i tempi di penetrazione nel modo di vivere dei sannyãsi e nel mondo religioso dell'induismo. In questo distacco, e per lo più nel silenzio, fece anche esperienze spirituali che dovevano determinare la sua vita nel futuro. Qui esperimentò il beatificante «discendere nelle profondità di se stesso»,5 e anche la tensione interiore tra la sua fede cristiana e la spiritualità dell'induismo, soprattutto dell?advaita6 alla quale si dedicò senza riserve. L'incontro con rappresentanti di questa spiritualità, soprattutto con Sri Gnãnãñanda, che riconobbe come proprio guru (maestro spirituale),7 rafforzò la sua convinzione di dover compiere nella propria esistenza la sintesi crocifiggente di cristianesimo e induismo, ad ogni costo. La morte dell'abbé Monchanin e il fatto che, nonostante alcuni tentativi, nessun indiano si unì all'ashram, portò una svolta nella vita di Swami Abhishiktananda. Non era più interessato alla fondazione e alla sua prosecuzione, ma si sentiva attratto sempre più dalla vita eremitica il che per altro non va inteso nel senso che il swami cristiano sia stato una persona isolata. Al contrario, egli curò intensamente il contatto umano, con poveri e ricchi, con istruiti e analfabeti, con monaci e laici, con la comunità cristiana del paese e con i suoi fratelli indù. Sentì anche il bisogno di comunicare la propria esperienza interiore e di incoraggiare e condurre altri lungo il cammino dell'interiorità. Così predicò di frequente esercizi spirituali in monasteri di contemplativi, soprattutto nel Carmelo. Nel 1959 Swami Abhishiktananda intraprese il primo pellegrinaggio sull'Himalaya, che lo affascinò: L'uomo che s'avvia al pellegrinaggio verso le fonti della vita, cammina veramente verso l'ignoto. E questo il «pellegrinaggio interiore» della tradizione indiana, che è simboleggiato dal faticoso pellegrinaggio all'Himalaya, alle fonti del Gange. 8 Sognò di fermarsi a vivere nella solitudine di questi monti, che per l'indù sono simbolo della ricerca dell'Assoluto. Nel 1960 riceve la cittadinanza indiana, un passo ulteriore nella sua identificazione con la sua «terra santa» e anche il presupposto necessario per la sua successiva esistenza da eremita sull'Himalaya (in quel tempo era proibito a stranieri trattenersi in zone di confine). Gli anni sessanta sono stati caratterizzati non soltanto da molti viaggi dal sud al nord, tra Shantivanam e Uttarkashi, sull'Himalaya, ma anche da un'attività crescente, sia come scrittore (i libri più importanti sono stati composti in questi anni), sia dalla partecipazione a importanti incontri interreligiosi ed ecumenici, che servivano al dialogo tra cristiani e indù. Benché vivesse ritirato, cresceva il suo influsso in cerchie ecclesiali impegnate ad applicare le delibere del concilio Vaticano II alla situazione particolare dell'India. Dopo essere stato frainteso per lungo tempo, improvvisamente Swami Abhishiktananda diventò un pioniere della chiesa indiana. Questo influsso riguardava non soltanto la spiritualità e il rapporto tra cristiani e indù, ma anche la liturgia, alla cui «indianizzazione» ha contribuito in misura determinante. Nel 1969 ha luogo il «Seminario nazionale della chiesa d'India», a Bangalore, in cui egli guida un gruppo di lavoro sulla spiritualità e apporta un contributo importante. Dopo anni di «doppia esistenza», con un piede al sud e un altro a Uttarkashi, dove nel 1962 aveva costruito un eremitaggio, nel 1968 infine poté spostarsi definitivamente sull'Himalaya, perché aveva trovato qualcuno disposto a prendere il suo posto a Shantivanam, il benedettino Bede Griffith. Egli collaborò alla fondazione di comunità contemplative al nord e prese parte attiva a gruppi ecumenici, come all'ashram di Jyotiniketan presso Bareilly. Ma. soprattutto, si dedicò alla contemplazione silenziosa nella solitudine dell'Himalaya, come unico cristiano tra i sannyãsi indù. Negli ultimi anni di vita ebbe dei discepoli, sia indù che cristiani, ai quali potè comunicare la sua ricca ,esperienza spirituale nell'intimità del rapporto di un guru. La consapevolezza che la sua vita aspra e spesso fraintesa non fosse inutile, ma che fosse destinata a portare frutto nei suoi discepoli, gli procurò una profonda consolazione. Dopo lunghi periodi di meditazione con il discepolo più intimo, il francese Marc Chaduc, che approdarono ad un nuovo vertice di esperienza spirituale, venne il momento di decidere di dare a costui una doppia consacrazione monastica (dïk?ã), che l'avrebbe legato sia alla tradizione monastica cristiana sia alla tradizione indù del sannyãsa. Questa «iniziazione ecumenica» ebbe luogo nel giugno del 1973 a Rishikesh, sulle sponde del Gange. Dopo giorni di intensa meditazione con il suo discepolo nella giungla dei contrafforti dell'Himalaya, Swami Abhishiktananda, di ritorno verso Rishikesh, il 14 luglio 1973 fu colpito da infarto. Egli stesso descrive questa esperienza come la più alta «avventura spirituale», in cui si risvegliò in uno stato al di là della vita e della morte. Ma il suo corpo non potè sopportare questo trauma. In agosto fu portato a lndore, in una clinica di francescane, dove, conservando una estrema lucidità di mente fino all'ultimo, morì il 7 dicembre 1973, o - come viene designata la morte in India - entrò nella «grande immersione» (mahasa-madhi). Autore: Fausto Ferrari Religioso Marista Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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