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Biografia Henrik Ibsen
Henrik Ibsen
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Henrik Ibsen nacque nel piccolo borgo di Skien (nel sud della Norvegia) il 20
marzo del 1828 da genitori benestanti (il padre era commerciante), portatori di
una rigida osservanza religiosa; a causa del fallimento dell’azienda familiare,
conobbe ben presto la povertà e a 16 anni fu costretto a un duro e umile lavoro
di commesso di farmacia a Grimstad, seguendo disordinati studi notturni. Agitato
da un senso libertario e da un desiderio d’integrità morale, scrisse il primo
dramma “Catilina” (1848), originato da un testo latino preparato per un esame
universitario, che racconta con spunti metafisici di un congiurato divenuto un
difensore del rigore morale. Nel 1851 fu chiamato a Cristiania (l’odierna Oslo)
per dirigere il Teatro Nazionale di Bergen (nato in opposizione al Teatro di
Cristiania di origine danese), conquistando una preziosa familiarità con la
rappresentazione teatrale e quella sicurezza economica che nel 1858 lo portò a
sposare Suzannah Thorensen, donna intelligente che gli fu compagna fedele per
tutta la vita (attendendolo per lunghissimi anni).
A questo primo periodo,
appartiene la produzione di diversi “drammi nazionali”, grandi opere che
guardavano al passato mitico e storico della Scandinavia, nelle quali si andava
delineando il personaggio ibseniano tipico (spesso un archetipo universale e
indimenticabile): un uomo pieno di contraddizioni e di aspirazioni morali, così
com’era l’uomo nordico del tempo. Nel 1857, Ibsen fu costretto a lasciare il
Teatro di Bergen e a prendere la direzione del Teatro Norske di Cristiania, ma
deluso dall’incomprensione della sua gente attraversò un periodo difficile al
quale risalgono i due drammi storico-psicologici “La commedia dell’amore”
(1862), in cui sosteneva la necessità dell’amore maritale nonostante i problemi
e le difficoltà, e negava le opportunità del libero amore; e “I pretendenti al
trono” (1863), dedicato al contrasto tra la fede e il dubbio.
Nel 1864 dopo
il fallimento del Teatro di Bergen e il mancato intervento dei paesi scandinavi
in aiuto della Danimarca invasa dai Prussiani, in uno stato di violenta
ribellione fuggì in Italia, lontano dai grigi luoghi nativi; tuttavia, questa
nuova situazione consentì la liberazione delle sue energie spirituali che si
orientarono verso una più moderna drammaturgia. A Roma scrisse il poema
drammatico in versi “Brand” (1866) nel quale, in un eccesso di rigore morale e
di ricerca d’assoluto, un pastore portava alla rovina la sua famiglia per il suo
ideale «O tutto o niente!». In solitudine a Ischia, scrisse l’altro poema
drammatico “Peer Gynt” (1867), ove sosteneva in modo autobiografico la necessità
di vivere secondo i propri istinti, in piena libertà e con coraggiosa
consapevolezza di sé, lontano dalle rigide regole della normalità e nel rifiuto
di convenzioni e compromessi. L’opera non ebbe il successo che Ibsen si
aspettava, sia per la modernità del testo sia perché i norvegesi non si
riconobbero nell’indegno protagonista; un Ibsen in crisi, in una lettera,
scrisse di voler fare il fotografo. 
Dal 1868, col suo trasferimento a
Desdra, la produzione artistica di Ibsen abbandonò i grandi temi storici per i
temi prosaici del dramma realistico borghese o ideologico, nel quale l’autore
stigmatizzava inquietudini e problematiche esistenziali della meschina società
borghese dell’Ottocento. Trovando la sua voce più autentica e usando la lingua
della realtà di tutti i giorni, divenne un fondamentale antesignano del teatro
moderno. Appartengono a questo periodo i drammi “La lega della gioventù” (1869),
che racconta la storia di un politicante ambizioso e privo di scrupoli; “Cesare
e Galileo” (1873), dedicato alla lotta contro la menzogna per il trionfo della
verità; “Le colonne della società” (1877), diretto contro la corruzione sociale;
“Una casa di bambola” (1879), il suo primo successo internazionale, nel quale la
protagonista Nora rifiuta il suo ruolo di bambola (o peggio di oggetto di lusso)
cui è costretta dall’ipocrisia maritale, e prende coscienza di sé, realizzando
la sua autonomia personale nella solitudine e nell’abbandono di casa e famiglia;
“Gli spettri” (1881), che indaga i guasti dell’ereditarietà e l’impotenza delle
vittime; “Un nemico del popolo” (1882), ove ritornano i temi del disagio sociale
e la convinzione che «l’uomo più forte nel mondo è colui che è più solo»;
“L’anitra selvatica” (1884), nel quale mostra l’uomo che tenta di sopravvivere
ai condizionamenti dell’ambiente; “Casa Rosmer” (1886), ove intellettuali
progressisti combattono tra istinto e ragione, arrivando alla conclusione che
soltanto i puri sono felici; “La donna del mare” (1888), uno dei pochi drammi
con un felice finale, che narra di una donna debole che, lasciata libera di
scegliere al di là delle convenzioni, resta con l’affettuoso marito rinunciando
al grande amore; “Hedda Glaber” (1890), in cui un’orribile donna superiore
distrugge il marito e la sua opera letteraria, trovando la fine nel suicidio, e
“Il costruttore Solness” (1892), il dramma dell’individualismo più sfrenato.

Nonostante che in Norvegia gli fossero tributati onori e riconoscimenti,
Ibsen rimase lontano dalla patria per quasi 30 anni (tranne alcuni brevi
rientri) sacrificando la moglie e il figlio, che furono da lui egoisticamente
abbandonati nella fredda Cristiania. Le ultime opere scritte dopo il suo ritorno
furono: “Il piccolo Eyolf” (1894), storia della triste rinuncia a un difficile
amore coniugale e materno; “John Gabriel Borkmann” (1896), che rappresenta le
tristezze dello scorrere del tempo; e “Quando noi morti ci destiamo” (1899),
quasi un presagio di morte e un testamento spirituale (aveva il profetico
sottotitolo “Epilogo drammatico”) oltre che l’esemplificazione dell’eterna lotta
tra arte e vita, tra scelte etiche e bassi istinti, in una metafora della
moribonda società borghese di fine Ottocento. Nel 1900, a 72 anni, una grave
paralisi progressiva costrinse lo scrittore a un’infelice immobilità e a un
triste declino psichico che durarono sino alla morte, avvenuta a Oslo il 23
maggio del 1906.

Di Silvia Iannello

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