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Biografia Jalal al Din Rumi
Jalal al Din Rumi
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Gialal alDin (1207-1273), poeta persiano detto anche Mawlana (“Nostro Maestro”), è stato uno dei più grandi poeti mistici e l’emblema di quel misticismo che ha formato la base del “sufismo” storico, cioè della confraternita religiosa sufi dei Dervisci mewlewi (“Dervisci di nostro Signore”). Dopo la sua morte, i discepoli si sono organizzati nell’ordine Mawlaniano, caratterizzato dalla tipica danza estatica e rituale dei Dervisci Danzanti, in grado di indurre un mistico stato di “trance”. Figlio di un sufi mistico molto noto, Baha’ alDin Waalad (predicatore, teologo e grande maestro), e di una donna turca di stirpe reale, a causa della minaccia dei mongoli dovette abbandonare esule con la famiglia la città natia di Balkh in Afghanistan (che fu poi completamente distrutta) per andare a Nishapur in Iran; in seguito a un pellegrinaggio alla Mecca e a molto altro peregrinare ancora, raggiunse l’Anatolia che al tempo era una regione prospera e felice (il regno di Rum; da qui il soprannome Rumi). Dopo la morte della madre, Gialal alDin si stabilì definitivamente a Konya insieme al padre, che vi aprì una scuola religiosa che diresse sino alla sua morte avvenuta nel 1231. Gialal. Rumi si sposò due volte: la prima con la figlia di un maestro sufi di Samarcanda e la seconda con una cristiana convertita all’Islam, generando quattro figli. Dopo la morte del padre, gli subentrò mostrando notevoli capacità spirituali. Nel 1244 Gialal alDin incontrò per le strade di Konya un uomo benedetto, Shams alDin Muhammad Tabriz, un derviscio errante che lo introdusse ai misteri del misticismo. Per mesi, i due mistici vissero insieme in preda a «un’illuminazione interiore», amandosi così teneramente che Gialal alDin dimenticò completamente l’insegnamento e gli obblighi familiari. Questo rapporto esclusivo creò uno scandalo così grande, che nel 1245 Shams alDin fu fatto sparire e la sua scomparsa precipitò Gialal nello sconforto: gli allievi, forse con la complicità di un figlio, uccisero probabilmente Shams buttandone il cadavere in un pozzo (la storia del pozzo potrebbe essere, però, soltanto la metafora di un’idea insita nel sufismo: il mistero della verità nel pozzo e la necessità di una sua difficile ricerca). Questa vicenda d’amore e morte illuminò Rumi, trasformandolo in un grandissimo poeta mistico. Le sue poesie, raccolte nel canzoniere conosciuto come “Divan-e Shams” (che ispirò Goethe), erano costituite da circa 30.000 versi e nascevano dal racconto di questo amore «raggiante come la luna», nel quale s’identificava a tal punto con l’amato da firmare molte delle sue poesie col nome di Shams. Oltre che nell’amore, egli trovava ispirazione continua nei diversi elementi di quella Natura che amava tantissimo. In seguito, Gialal alDin visse due altri rapimenti amorosi: per un umile artigiano e per Celebi Husain alDin Hasan, che chiamava «Luce della verità», e che considerava come diverse manifestazioni dell’amato Shams alDin, luce e sole della sua vita. In questo periodo, scrisse il poema epico-didattico “Mathnawi” (in persiano, “Masnavi-ye Ma’navi”), costituito da sei libri e da circa 51.000 strofe baciate, una sorta di Corano in versi persiani, che conteneva storie simboliche, fiabe allegoriche e inviti all’onestà e all’abnegazione, nel rispetto di tutti gli uomini che altro non sono che il riflesso dell’Essere Assoluto. E Gialal alDin andava per le strade, danzando e recitando questo suo poema che conteneva la sua personale esperienza del divino amore, accompagnato dal suo ispiratore Husain alDin. Dopo aver concluso questa grandiosa composizione, Rumi visse ancora alcuni anni e spirò in dolce serenità nel 1273, salutando familiari e allievi. Fu sostituito alla guida dell’ordine, prima da Husain alDin e poi dal figlio Sultan Walad che ci ha fatto conoscere molto della vita del padre, riportando le sue idee poetiche, i suoi detti e pensieri, le lettere e le sue diverse predicazioni. Di Rumi, ci resta anche un libro in prosa, dal titolo “Fihi ma fihi (C’è quel che c’è)”, che riprende i principi morali di carità universale e di accoglienza senza limiti, ben illustrati nelle opere di poesia. Dopo la sua morte, in Konya (oggi, città sacra turca), sul sepolcro di Rumi fu innalzata la “Cupola verde”, un mausoleo che è meta di continui pellegrinaggi e di grandi celebrazioni religiose svolte intorno al 17 dicembre, data della sua morte. Rumi volle che sul suo monumento sepolcrale fosse scritto: «...Dopo la mia morte non cercate la mia tomba sulla terra: la mia tomba è nel cuore di coloro che sanno». A cura di Silvia Iannello

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