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Biografia Annibal Caro
Annibal Caro
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Annibale Caro (Civitanova 1507 - Roma 1566). Nacque a Civitanova (Marche) da una famiglia borghese benestante e fu guidato nella sua prima formazione umanistica da Rodolfo Iracinto, letterato e poeta di Teramo. Nel 1525, come precettore di Lorenzo Lenzi, nipote di monsignor Gaddi, si trasferì a Firenze, dove conobbe Benedetto Varchi, letterato, filologo e storico di grande spicco, e Pietro Vettori, filologo ed erudito. Seguì poi il Gaddi a Roma, nel 1529, dove frequentò la Contrada di Banchi (zona di ritrovo d'artisti e letterati) ed entrò a far parte dell'Accademia dei Vignaioli, dove si esercitava la poesia burlesca (l'Accademia divenne poi Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Letteratura dei Virtuosi al Pantheon). Le sue prime opere letterarie furono pertanto d'ispirazione burchiellesca e bernesca, come la Nasea, che ridicolizza il tono solenne e l'enfasi delle orazioni latine degli ultimi umanisti. A questo periodo sono da ricondurre anche la Lettera a G.F. Leoni, che precede la Nasea, il Commento alla Ficheide del Molza e L'Orazione di Santa Maria Nafissa. Partecipò poi al movimento poetico di chi si prefiggeva di seguire le indicazioni di Claudio Tolomei (1492-1556), il quale - scritto il trattato Versi e regole della nuova poesia toscana (pubbl. 1539) - mirava a comporre versi trasferendo la metrica quantitativa della poesia latina classica alla versificazione in italiano. Nel 1533 il Caro, al seguito ancora del Gaddi, andò a Napoli, dove incontrò i letterati Bernardo Tasso e Luigi Tansillo, ma anche il filosofo Bernardino Telesio e Giovanni Valdes, il riformatore. In quest'epoca, abbandonò il Gaddi per andare presso il vescovo Giovanni Guidiccioni, allora Governatore della Romagna. Dopo aver scritto una parafrasi del Primo Idillio di Teocrito, tra il 1537 e il 1539 terminò il volgarizzamento dal greco de Gli amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista (opera di età imperiale, che divenne un modello della narrativa erotica moderna). L'anno seguente, nel ‘40, tradusse la Rettorica di Aristotele. Nel 1543, il Caro passò al servizio di Pier Luigi Farnese, figlio di papa Paolo III, svolgendo per lui varie missioni di carattere politico e diplomatico. In quegli anni, su richiesta del Farnese, scrisse Gli straccioni ma la commedia – anche per volontà del Caro - non fu mai recitata o pubblicata, se non nel 1582, dopo la morte dell'autore. Eppure, l'opera presenta un intreccio ben congegnato, desunto in parte dal Boccaccio (novella di Gerbino, Decameron, IV, 4) ed in parte dal romanzo Avventure di Leucippe e Clitofonte di A. Tazio (autore greco del III sec. d.C.). La commedia, per lo stile e per l'intreccio, appare il prodotto esemplare di un Rinascimento ormai “entrato in una fase di declino, una specie di nobile consuntivo della grande stagione comica cinquecentesca” (P. Casentino). Dopo aver viaggiato molto all'estero come segretario, in Francia e nelle Fiandre, e dopo la morte violenta di Pier Luigi Farnese a Piacenza (1547), il Caro tornò a Roma e si mise al servizio di Alessandro Farnese, che non solo fu un grande cardinale, ma anche un uomo politico influente e un mecenate. Con Alessandro, il Caro rimase dal 1548 al 1563, raggiungendo una grande fama, che gli permise di stringere rapporti letterari e d'amicizia con i più importanti personaggi del suo tempo. Avendo scritto nel 1533 una canzone in onore dei Valois, Venite all'ombra de' gran gigli d'oro, fu aspramente criticato dal letterato modenese Ludovico Castelvetro (1505 – 1571). Da qui ebbe origine una lunga e violenta disputa, che si inserì nella lotta tra anti-francesi ed anti-imperiali ed alla quale parteciparono molti scrittori ed intellettuali dell'epoca. Per rispondere all'attacco del Castelvetro, il Caro scrisse L'Apologia degli accademici di Banchi di Roma (edita a Parma, da Viotti, nel 1558, unica sua opera pubblicata mentre era in vita) ed una serie di sonetti: I Mattaccini e La Corona, dove “la diatriba antipetrarchista è rinvigorita dalla vivacità della lingua, della (…) risentita asprezza polemica, dalla briosa pittura dei personaggi” (T . Temperini) Durante questa contesa, un letterato fautore del Caro, Alberico Longo, venne ucciso e, a causa di ciò, il Castelvetro fu costretto a lasciare l'Italia inseguito dall'accusa di assassinio e di eresia. Nel 1555 il Caro ricevette l'ambita e remunerativa Commenda di Malta e successivamente accettò l'incarico - conferitogli dal cardinale Alessandro Farnese - di fornire i soggetti mitologici per gli affreschi dello Zuccari nella magnifica Villa Farnese di Caprarola; il Caro elaborò in particolare i soggetti per le sale di Primavera, Estate, Autunno e Inverno, e per la sala dell'Aurora. La consuetudine del Caro con gli artisti della sua epoca (per i Farnese lavorarono artisti come Tiziano, Michelangelo, Bronzino ed i fratelli Zuccari, per citare solo i grandissimi) fece sì che Giorgio Vasari, con il quale condivideva l'amore per il Buonarroti, gli affidasse la revisione del manoscritto delle sue ‘Vite'. Altrettanto, ma invano, fece Benvenuto Cellini. Non è storicamente accertato se, ed in che termini, ci sia stata una partecipazione diretta del Caro al progetto iconografico per lo stupefacente Giardino di Bomarzo, che - a partire dal 1560 - il principe Pierfrancesco Orsini, detto il Vicino, volle costruire in ricordo della moglie Giulia Farnese e che è “una vera e propria selva incantata in cui, ancora oggi, ci si imbatte nella fantasia, nell'amore e nella morte seguendo molteplici itinerari”. (C. M. Paolucci) Nel 1563, stanco della vita pubblica, si ritirò a vita privata nella sua villa presso Frascati. Qui, tra il '63 ed il '66, terminò la traduzione in endecasillabi sciolti dell'Eneide ( pubblicata postuma nel 1581 da Giunti, a Venezia ); tale volgarizzamento o, meglio, rifacimento imitativo dell'opera virgiliana fu pensato dal Caro non come recupero filologico (vi compaiono anzi alcuni stravolgimenti del testo virgiliano) ma come un grande e nobile esercizio di scrittura creativa (ariostesca nella fusione di eroico e meraviglioso, ma anche dantesca e petrarchesca negli stilemi espressivi ); un esercizio che avrebbe dovuto prepararlo alla stesura di un poema epico che, pur immaginato da tempo, non riuscì mai a scrivere. Morì a Roma nel 1566.

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