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Recensione Joseph Conrad

Joseph Conrad

Cuore di Tenebra

Joseph Conrad Cuore di Tenebra
Joseph Conrad Cuore di Tenebra

Romanzo scritto con una prosa grezza, ruvida, poco curata, spesso e volentieri confusa (credo intenzionale). Molto lenta e poco scorrevole la parte iniziale, con qua e là frammenti di una romantica descrizione di anse di fiumi e mari sconfinati.
L’atmosfera, che inizia avvolgendoci con il fascino del racconto di terre lontane, prosegue greve e umida, adattandosi allo sfondo dell’Africa, la vera Africa, così diversa dal sogno dei conquistatori: sporca, malsana e popolata da un’oscura Tenebra che si annida nella foresta. Ma quale sia, questa Tenebra, si scopre pian piano, nelle parole di Marlow. E la si scopre in tutta la sua potenza nel momento stesso in cui Conrad introduce la figura emblematica e mitica di Kurtz.
Kurtz e Marlow sono due immagini emblematiche dell’umanità colonizzatrice: il primo è l’umanità che si è lasciata irretire dalla forza selvaggia che si annida nelle foreste oscure, il secondo di quell’umanità che si è fermata proprio sul ciglio della perdizione, della contaminazione e riflette con (non totale) freddezza su quella pericolosa realtà.
Kurtz è l’immagine epica e inestinguibile della società occidentale, quella formata dai conquistatori, dai pellegrini, dai colonizzatori che penetra e si lascia penetrare dal diverso, che riflette su esso, conosce questo Cuore tenebroso primordiale. Ma l’umanità di Kurtz riflette l’Africa non nel modo superiore, un po’ distaccato e tuttavia pieno di innocente ammirazione di Marlow, che ad un passo dall’esserne inghiottito si tira indietro. Perchè Marlow ricerca in quel caos le tracce della propria civiltà, per non perdersi ed è spinto più dal desiderio di vivere per se stesso l’avventura, per un’ideale romantico, che effettivamente disposto a sacrificarsi per essa. Kurtz vive l’avventura in Africa fin quasi all’annullamento. E’ la reale umanità che si cala in quell’inferno di barbarie e fitte tenebre, un mondo osceno per quanto diverso, spudorato, puro e libero dalle costrizioni occidentali nell’espressione del corpo e che si lascia irretire, corrompere dall’avidità e da quella diversità.
L’Africa nera accoglie questi uomini, li ingloba e li consuma. Li mescola agli uomini dalla pelle d’ebano e dagli occhi d’avorio, lascia che essi si nutrano delle sue risorse e la sfruttino e pian piano, senza che essi se ne accorgano, cancella il già labile confine fra quell’umanità e quell’altra, con cui è innegabile una certa e sentita affinità (come dice appunto Marlow). Kurtz è la stessa umanità che viaggia per colonizzare e viene colonizzata, che si spinge verso la conquista, ma si “meticcia”, perde la propria “purezza”, è matrice di una nuova umanità che non appartiene ad alcun luogo ed appartiene a tutti i luoghi della terra, nello stesso momento. E’ l’umanità meticcia, non riconducibile alla semplice somma dei tratti delle due culture che si incontrano, ipotizzata all’inizio del ‘900 dall’antropologo Malinowski.
Così, Kurtz e Marlow sono le due facce dell’umanità, nel romanzo di Conrad. E attraverso il romanzo si snoda non solo la narrazione del viaggio in questa terra magnifica che il marinaio Marlow compie, prima attratto dalla sempiterna voglia di scoperta (così Romantica) ma anche l’ossessione pungente per un uomo, l’uomo che egli identifica come il simbolo stesso di quella colonizzazione. Perché? Perché, appunto, Kurtz è l’umanità colonizzatrice, quella rinnegata dai filantropi e disapprovata dai funzionari, quella colonizzazione serrata e mirata, che diventa violenta repressione ma allo stesso tempo diviene esasperata compenetrazione di due culture che si incontrano, si alleano, si mescolano. Kurtz, in questo viaggio coraggioso eppure catastrofico, si annulla, non è più l’uomo che era nella società occidentale, diventa un uomo nuovo, che agli occhi degli occidentali si è “sporcato” e ammalato di quel male oscuro che è la barbarie. E Marlow, guidato dall’ammirazione, dal desiderio di conoscere in lui l’Africa che l’aveva fatto innamorare, impazzire e ammalate, è così diverso da lui, eppure ne è il complementare diretto. Perché come Kurtz (e Kurtz se ne accorge, probabilmente, consegnandogli le ultime lettere che vuole tenere segrete) è spinto non solo da un freddo desiderio di sfruttamento, ma conosce e riconosce quel bisogno quasi viscerale di Africa, quella necessità amorosa di avventura, di conoscenza di viaggio. Ma proprio qui sta la loro grande differenza, la grande separazione fra questi due personaggi, perché, diversamente da Kurtz, Marlow è troppo saldo, troppo ancorato alla vecchia civiltà (Conrad definisce “notevole” Kurtz, forse per questa sua capacità di dismettere vecchi panni e indossarne di nuovi, di superare un primo intento puramente materiale e una prima repulsione violenta verso questa nuova e sconcertante realtà, che non può che destare ammirazione in Marlow) per rinunciare alla propria identità e persino nella ricerca ossessiva dell’Africa, nell’impatto con la realtà poco Romantica fatta di malattia e caldo soffocante, di follia e luci aggressive e tenebre paurose, preferisce rivolgere la propria ossessione verso Kurtz. O forse, sarebbe meglio dire, verso l’Africa della visione Romantica, quell’Africa culla di vita, madre assassina ed entità grandiosa che sa di poter vedere solo attraverso gli occhi di Kurtz, quindi mutuata da quegli occhi colmi di amore, gli stessi che, anche senza vederla, guardano l’Africa allontanarsi lungo le rive del fiume. Questa, credo, l’immagine di quell’uomo corrotto e inselvatichito, che si è bagnato di quell’oscurità, che sorride forse ricordando la dolcezza, i sapori e la bellezza di questa terra, è la meta finale di Marlow. Ecco la meta di tanta ricerca. Quella Africa, quella che è oggetto di tanto viscerale amore, che torna ad essere mito, avventura, ideale.

l romanzo di Conrad è scritto in uno stile grezzo, ruvido, spesso poco curato e frettoloso (ho notato come una decisamente non sufficiente cura, ad un certo punto, forse spiegabile considerando che è un romanzo scritto in due giorni). Non è lineare la narrazione in certi punti, il che rende decisamente difficile la lettura nella parte centrale. Tuttavia, sia stile che atmosfera cambiano, man mano che il romanzo procede verso la conclusione.
Lo stile monotono e ruvido e l’atmosfera oppressiva e soffocante dell’Africa calda e inospitale, di quel viaggio a piedi verso la stazione, pian piano sfumano in uno stile più corposo, più maturo per linguaggio e cura per i particolari. E’ più piacevole, più espressiva la narrazione, man mano che la riflessione procede ed aumenta la partecipazione emotiva del narratore (Marlow). Somiglia ad una “narrativa del sogno”, come cerca di spiegare Marlow ai suoi ascoltatori, è un tentativo costante di spiegare e descrivere il sentimento, l’emozione, il coinvolgimento, il significato profondo. Il romanzo austero si trasforma in un continuo vortice di emozione, ossessione, passione. Una passione espressa attraverso le parole, di cui la non linearità ormai non disturba più. Perché adesso, alla fine di tutto, una volta compiuta la spirale, si compie quel tentativo di raccontare con le parole l’assurdità, la fuggevolezza dei fatti, dei ricordi, dei sogni.

In conclusione, un romanzo che, imprevedibilmente (a giudicare dalle prime pagine) mescola avventura e amore, un amore struggente per l’Africa, per una Tenebra per cui batte un cuore, questo mito, questo sogno di avventura. Una riflessione facilmente godibile e sicuramente acuta della colonizzazione.

Di Hellionor

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